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A 17 ho imparato
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Titolo: A 17 ho imparato
Autore: Sensualità
Contatto:
Racconto n° 2805
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Studiavo, ma la matematica mi era ostica, per cui un giorno mia madre chiese a mio zio, marito di sua sorella, di darmi ripetizioni.
Era un uomo che conoscevo poco, vivevano in Germania, per cui non ci si vedeva che per Natale, ogni tanto restavano per alcune settimane nella casa vuota dei nonni.
Uomo brusco, non amava perdere tempo, mi sentivo osservata mentre incespicavo nelle equazioni, nei teoremi, e la cosa mi metteva a disagio... un disagio che non sapevo riconoscere.

Quel giorno ero insofferente, avevo progettato di uscire con le mie amiche, ma mia madre mi aveva affibbiato una lezione in più; corsi al suo appartamento, trafelata, nella speranza di sbrigarmela presto. Era solo, stava mettendo a posto dei documenti, la sua lentezza mi esasperava, i miei gesti erano affrettati, la mia voce scortese.
Lui sentiva la mia irrequietezza, e rallentava, inasprendomi sempre piu'. Improvvisamente urtai un bicchiere d'acqua, inondando delle carte importanti e facendolo scattare per poterle salvare, almeno in parte.
Credo che piu' del mio gesto scomposto lo avesse irritato la villania con cui reagii alle sue rimostranze.
- Sei una maleducata, una bambina, non una giovane donna, e da bambina devi essere punita!
Mi prese sottobraccio e mi stese veloce sulle sue ginocchia: ero esterrefatta, mai nessuno aveva agito in modo brusco con me, mai nessuno mi aveva usato violenza.
Comincio' a battere la mano sul mio fondoschiena, i pantaloni della tuta che indossavo erano sottili e sentivo la mano che si abbatteva con decisione, con una certa forza. Ma era l'affronto che mi portava a divincolarmi con forza, a cercare di sfuggire, non tanto il dolore che in fondo non era pungente.
Il mio cercare di fuggire lo porto' a stringermi con forza, ancora di piu', mi abbasso' i pantaloni con un gesto veloce lasciando cadere colpi sempre piu' decisi, sempre piu' forti... cominciai a piangere, i singhiozzi mi scuotevano, mentre nel cercare di sfuggire sentivo che le mutandine si spostavano mostrando i glutei ormai rossi.
La vergogna mi aveva completamente avvolta, quando si fermo' chiese con voce controllata, anche se ansante:
- Hai capito la lezione o devo continuare?
Io ero scivolata al suolo, singhiozzavo piano piano, mi toccavo le natiche bollenti, ma in me c'era il desiderio di dirgli di sì, che avevo capito, che non sarei stata piu' scortese.
Non parlai, ma credo che lui avesse capito, mi fece alzare e mi prese paterno sulle ginocchia... in quel momento credo qualcosa cambio', sia in me che in lui.
Sentivo la stoffa dei suoi pantaloni graffiarmi le cosce nude, i glutei semiesposti, un braccio mi stringeva mentre una mano mi accarezzava dalle spalle alla schiena, ai glutei... un tocco che da rassicurante divento' sempre piu' lento, si soffermava, mentre sentivo il suo respiro cambiare... non credo di ricordare molto di quei momenti, so solo che quella mano stava rendendomi sempre piu' agitata, come se avessi bisogno di qualcosa che non sapevo cosa fosse, sino a quando le sue dita entrarono sotto le mutandine e si fermarono sul davanti, premendo piano... fu un orgasmo imprevisto, intenso, vergognoso.
Lui lo sentì e seppe stare immobile, zitto, senza dire nulla, premendo dolcemente e con sapienza, mentre le pulsazioni andavano rallentando, il viso rosso abbassato a nascondere lo sguardo, girato verso il suo torace, quasi a nascondermi contro colui che stava facendo quello che mai nessuno aveva fatto.
Poi mi chiese di girarmi, voleva controllare se avesse lasciato segni, mi teneva le mani sulle natiche, accarezzandole e aprendole, le dita che scorrevano inumidendosi. Ero grata non avesse detto nulla di cio' che era successo, per cui lasciavo mi percorresse, senza desiderio di fermarlo, agevolandolo anzi nell'ispezione.
Credo che in quel momento sapesse che non avrebbe dovuto affrettare i tempi, per cui mi fece rivestire, mi rimandò via, e io andai voltandomi indietro ad interrogarlo con lo sguardo, incapace forse di comprendere cosa fosse successo, le gambe liquide, eppure sempre pulsante, sottilmente eccitata, il calore dei glutei che si irradiava...

Il giorno dopo non lo vidi, e il non vederlo nè sentirlo mi causava tensione, ricordo benissimo il timore e nello stesso tempo il desiderio di incontrarlo di nuovo: cosa sarebbe successo? Ricordo la vergogna all'idea di dovergli parlare di nuovo, e contemporaneamente la tensione che non mi abbandonava.
Quando mia madre mi disse di andare da lui, che mi aspettava, che aveva un'oretta libera per prepararmi al compito in classe che avrei dovuto fare, mi tremavano le gambe.
Quando entrai lui non disse nulla, un sorriso, null'altro. Aprii i quaderni, e comincio' a spiegare, senza tradire la benchè minima emozione.
Io ero rossa, imbarazzata, eppure piccata da questo suo fare indifferente; avrei voluto capire come mai sembrava che nulla fosse cambiato, mentre per me era cambiato tutto.
Non sapevo cosa fare, cosa dire, quando lui mi chiese di alzarmi, di appoggiarmi alla scrivania, di chinarmi in avanti: voleva controllare che non fossero rimasti segni della sculacciata.
Feci scivolare pantaloni e slip a terra. Tremavo... la sua mano mi accarezzava e sentiva le mie vibrazioni, poi, le dita si intinsero nel mio succo e... scivolarono dietro...
Io ero appoggiata alla scrivania, glutei nudi ed esposti, e sentivo un dito che premeva contro il mio ano, mentre lo zio sussurrava:
- Sei tutta bagnata, bene, è così che deve essere, sempre. Ora rimani ferma, voglio solo che tu stia ferma...
Quel dito piano piano entrava, e io sentivo il desiderio che cresceva...
Da quel giorno, tutte le volte che andavo da lui e non c'era nessuno a casa, mi faceva rimanere senza mutandine, e le sue dita non facevano che immergersi nel mio miele, per poi entrare ed uscire dal mio ano, in una danza continua, esasperante, fino a quando non si posavano sul mio clitoride, e venivo, godevo... godevo...
Lo zio mi lasciava esausta, spossata... grata, estremamente grata di tutto cio' che sentivo, di tutto cio' che mi lasciava provare.
A volte mi girava e mi leccava ed io impazzivo, un dito immerso in me, nel mio ano, e la sua lingua che non mi dava tregua, sino a farmi venire.
Ero cera nelle sue mani, ero pronta a fare ogni cosa mi avesse chiesto. La prima volta che mi fece inginocchiare davanti a lui, per imparare cose volesse dire essere donna, per imparare a dare piacere a mia volta, ero grata che lui volesse insegnarmelo.
Mi insegno' a prenderlo in bocca, a leccarlo e a succhiarlo, a farmi riempire del suo seme, ad amare il suo sapore.
Mi diceva che ero bravissima, e questo mi rendeva orgogliosa.
Mi aveva insegnato il piacere di dare piacere. A volte veniva a prendermi a scuola, mi portava lontano, poi accostava la macchina e si apriva semplicemente i pantaloni ed io ero emozionata, felice che avesse il desiderio di servirsi di me, della mia bocca.
Lo succhiavo gemendo, la sua mano appoggiata al mio capo, ogni suo sospiro era una stilettata di piacere per me. Mi accarezzava i glutei e mi infilava un dito dietro, e io lo succhiavo eccitata come una cagnolina e quando veniva io vibravo, la sua mano riusciva a farmi impazzire.
Un giorno eravamo a casa da soli, la moglie era spesso fuori per compere, mi aveva infilato prima un dito, poi due nell'ano, ero appoggiata alla scrivania, bagnata e aperta...
Si appoggio' semplicemente con il cazzo, senza premere, solo appoggiato, la sua voce mi sussurrava che mi avrebbe insegnato ogni cosa, anche a farmi inculare, che ne avrei goduto da impazzire...
Le sue dita sul clitoride, e il suo cazzo che sentivo premere...
Non so come la punta scivolo' dentro, io stavo godendo per le sue dita, forse mi ero spinta contro di lui... piano piano sprofondò dentro e io cominciai a venire, e lui a muoversi piano: venne quasi subito, mentre io impazzivo letteralmente di piacere.
Mi diceva che avevo un culo dolcissimo, che ero bella, che ero una troietta in calore, che lui sapeva cosa volevo e che mi avrebbe fatto sempre godere.... e io ero felice, immensamente felice di dargli piacere quando mi dava il suo cazzo in gola, e ancora di piu' quando mi riempiva il culo dicendomi che nemmeno sua moglie era brava come lo ero io.
Ero orgogliosa di essere la troietta di mio zio e lui mi cercava ogni giorno e ogni giorno mi usava, facendomi godere.
Vivevo solo nell'attesa lui trovasse il modo di vedermi, che fosse prima o dopo scuola, o dopo cena, quando dicevo di uscire un'ora con le amiche e invece andavo a farmi riempire il culo da lui, sul sedile posteriore della sua auto.
Nessuno sembrava si fosse accorto di nulla.
Lui era persino brusco con me: diceva a mia madre che mi impegnavo poco, che lui era stanco di perdere tempo con me, che se non mi fossi messa a studiare con maggior impegno se ne sarebbe lavato le mani. E mia madre a sgridarmi, mi rispediva da lui per una lezione in piu', e io correvo a farmi insegnare... la matematica.