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L'Americano
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Titolo: L'Americano
Autore: Humbert
Contatto:
Racconto n° 2830
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L’Americano quel giorno sembrava girare a caso per le vie della città. Quasi stesse cercando qualcosa o qualcuno, o forse inseguiva semplicemente un sogno alla ricerca vana di se stesso.
Era un uomo robusto sulla cinquantina, ormai stanco ed appesantito dagli anni. I suoi capelli erano troppo lunghi e sicuramente troppo bianchi. La barba ancora da fare.
Se ne andava in giro, avvolto in cappotto corto, poco più di una giacca, grigia, con il bavero alzato ed una maglia girocollo di lana grezza, che portava direttamente sulla pelle. A dispetto del suo atteggiamento trasandato nel vestire, quasi non volesse farsi notare, si guardava intorno attento, con una sottile ironia curiosa negli occhi neri, che brillavano come due perle orientali, incastonate in quel volto segnato dal tempo.
La Francese era una ragazza deliziosa, poco più che ventenne e con un corpo difficile da portarsi addosso. Uno di quei corpi miracolosi. Esagerati. A guardare una per una le sue forme tutto sembrava fuori posto. Le tette erano di sicuro troppo grandi, vistose ed esibite, ed il culo grosso e rotondo, la bocca probabilmente troppo larga, il suo modo d’incedere svelto e poi parlava troppo forte, ridendo a volte sguaiata. Gli occhi troppo grandi con le ciglia esageratamente lunghe e ricurve.
Ma quando tutto si fondeva insieme era solo una dea. Qualcosa di incredibile o, come aveva detto una volta una sua amica, semplicemente: "Tutto quello che piace agli uomini concentrato un una donna sola".
Era l’insieme ad essere meraviglioso. Come in una sinfonia romantica, dall’unione di suoni esageratamente vistosi e troppo carichi nasceva un incanto. Era vedendo lei che capivi come doveva essere fatta quell’Elena per cui valse la pena di perdere dieci anni in un assedio. Con l’imbarazzo di andare in giro sempre e perennemente con gli occhi degli uomini addosso. Quando erano solo gli occhi.
Camminava con un’andatura veloce, diretta in qualche posto con piccoli passi svelti, l’uno dopo l’altro in rapida successione. Passi che facevano muovere i suoi lunghi capelli mossi, che ballando le cadevano allegri sul viso intorno ai suoi occhi verdi. Qualche volta soffiava dalla bocca con un modo delicato e ragazzino per farli volare via.
Quando lui la vide si bloccò per un momento a guardarla. Forse come tutti, si stava solo domandando cosa avesse di bello, scomponendola in piccoli pezzi senza riuscire a venire a capo di quel puzzle, quando lei gli si avvicinò.
Senza un motivo apparente l’aveva scelto e gli stava già parlando gentile ed allegra, invischiandolo nel miele della sua travalicante festosa sensualità. Perdersi fu un attimo e non è il caso di chiedersi il perché.
Una rapida successione di domande e risposte, una raffica di scherzose battute e risa, tirando fuori in pochi minuti un vissuto, la propria enciclopedia personale di idee ed emozioni. Spogliandosi da corazze improvvisamente diventate inutili.
Lei aveva con sé le chiavi di un appartamento, un vecchio appartamento sfitto fine ottocento, con grandi camere dai soffitti alti, proprio lì sopra, e salirono insieme a vedere in che stato fosse.
Si amarono subito, nudi in quel luogo nudo e spoglio. Saltandosi addosso come due animali selvaggi, strappandosi i vestiti che buttavano a terra, lungo il lungo corridoio scuro, procedendo bocca nella bocca, per arrivare nella grande stanza sul fondo, illuminata da alte finestre di legno, lasciate inopinatamente con le imposte aperte. Mentre la luce del sole rendeva ancora più nudo il luogo, impolverato dal tempo, si amarono in piedi, contro un muro, con lui che spingeva affannato il suo grande membro circonciso dentro di lei, impalandola selvaggio, e lei che spingeva con le mani aperte e le piante dei piedi nudi sul muro, come un ragno terribile e sensuale. Vennero insieme gridando, con le loro urla che rimbombavano nella grande casa vuota, rendendo quell’amore, quel sesso repentino e rubato al tempo, quasi magico nella nudità dei corpi e del posto.
Si giurarono il segreto di quell’incontro e dei successivi. Si dissero che loro esistevano solo lì, in quel luogo irreale, sospeso nel tempo e nello spazio, un luogo che non esisteva se non per loro, facendosi copia delle chiavi e dandosi appuntamento per la prossima volta.
Continuarono ad amarsi per molto tempo in quella casa, nudi, e cercando l’uno dall’altra solo sesso forse. Ma un sesso strano e rabbioso, un sesso anche lui nudo, in cui nulla contava chi tu fossi nella realtà o quello che facessi o come lo facessi e con chi. Solo piacere ed amore. Ai limiti dell’infinito.
Era come se il poco, l’essenziale di quel contatto, di quella che era diventata piano una vera relazione, ne fosse la magia stessa. Come un quadro astratto, solo colori e forme, che lasciavano al lettore il diritto di interpretarne in senso. Ed il senso puzzava d’amore e di sperma, d’umori bagnati e di urla che uscivano da labbra tumide, da lingue che inghiottivano, mostrando fiere, appiccicose gocce di seme biancastro.
Un minimalismo sensuale che sconfinava a grandi passi nell’amore.
Ma il mondo degli uomini e delle donne non è fatto per la magia. E cominciarono a parlare e ad allargare la sfera di quel loro amore. Inclusero prima le loro idee, poi gli anni, poi le relazioni ed il mondo in cui vivevano. E lentamente, inesorabilmente, quello che era magico e bellissimo, confinato in un luogo non luogo, riportato nella vita di ogni giorno, perdeva colpi e malia.
Prima lui si domandò quanto lei l’amasse davvero, poi lei lo vide forse troppo vecchio, poi lui pensò a sua moglie, e lei al suo compagno. E poi un giorno uscirono insieme.
Andarono insieme in un piccolo bar liberty e si videro improvvisamente l’uno davanti all’altra nella grande vetrina decorata. Erano loro, ma non erano nudi e le gente passava indaffarata alle loro spalle in un luogo che non era vuoto.
E tutto svanì.