I migliori Racconti di RossoScarlatto
Racconto del mese
Autore del mese
RossoScarlatto Community
Il Laureato
Biblioteca
Titolo: Il Laureato
Autore: Humbert
Contatto:
Racconto n° 2838
Altri racconti dello stesso Autore:
I - IL LAUREATO

Avevo da poco chiuso con la mia tesi di laurea ed una grande impresa d’informatica mi aveva chiamato a collaborare con loro. Volevano verificare se alcuni miei studi sulla semantica del linguaggio, fossero applicabili alla realtà industriale. Strana gente davvero.
Non avevo avuto molto tempo per cercare una casa e mi ero dovuto adattare ad una sistemazione provvisoria, presso un’anziana signora. Una di quelle vecchie case del centro, dall’età indefinibile, forse del settecento o fors’anche prima. Una vecchia casa nobiliare, credo, tutta incentrata su vecchie scale larghe e buie ed un cortile interno. Una di quelle case mosse, dalla forma incerta, cresciute disordinatamente negli anni, di quelle che prima di riuscire a capire cos’avesse in mente l’architetto o chi per lui, ti sei già bell'e perso.
Enormi finestre, soffitti altissimi e pochi balconi. Fredda quanto basta, ma era primavera inoltrata.
La mia camera non era però male. Ampia, spaziosa, con un gran letto, bagno privato ed una certa intimità, legata forse al fatto che la Signora - così tutti chiamavano la mia padrona di casa, anche se non ho mai capito se fosse davvero una nobile decaduta o se quel nome gliel’avessero affibbiato come sfottò - andava a letto presto ed aveva una sua speciale forma di discrezione, una capacità innata di essere presente quando avevi bisogno di lei e di svanire quando volevi star solo. E nel mio caso era spesso. L’unico difetto di quella stanza era che dava sul retro, sul cortile interno. Ma la Signora m’aveva facilmente convinto che si trattava invece di un pregio: – Dormirà più tranquillo, dottore – aveva detto. Ed io le avevo creduto.
Non conoscevo nessuno in città e quindi la sera rientravo presto per leggere un po’ in camera. E stavo appunto leggendo quella sera, quando mi accorsi che una finestra dall’altra parte del cortile era illuminata. Guardai curioso, con quella sorta di curiosità appena morbosa che tutti hanno di spiare nelle case altrui, sperando di vedere una bella donna nuda, o magari solo un quadro di vita famigliare, o forse, come in quel film, di scoprire un misterioso delitto.
E cercai ovviamente di non farmi notare.
Forse speravo mi accadesse come quella volta a Perugia, quando ero andato per un seminario ed avevo trovato posto in un alberghetto sgangherato del centro, da dove, guardando fuori dalla finestra sulla stretta via medioevale, mi ero affacciato quasi dentro la casa di quattro studentesse. Ne ricordo persino il numero.
Che proprio quella sera avevano deciso di fare un elegante defilée di biancheria intima, scambiandosela l’un l’altra con mia grande delizia. E – vi confesso impunemente – con una certa delizia anche della mia mano, che aveva saputo cogliere al volo l’occasione.
Tornando alla mia finestra sul cortile, quando m’affacciai non vidi studentesse nude, purtroppo per me, ma solo una ragazzina. Al piano di sopra del mio, proprio di fronte alla mia grande finestra senza tende. Poco più che una bambina, che con l’aria molto ingenua e curiosa, spiava me. Il nuovo vicino.
Sorrisi, credo, e la spiai di rimando. Bruna, capelli lunghi neri, raccolti un una coda alta, magra con gli occhi blu, d’un blu intenso e scuro. Un colore che da solo bastava a distruggermi. Anche se non ricordo bene se lo notai subito il colore di quegli occhi.
Ma di certo notai come mi spiavano curiosi quella sera ed allora, forse un po’ per gioco, o forse solo perché era ormai davvero ora di andare a letto, iniziai a spogliami. Con la finestra aperta e lasciando che lei guardasse. Mostrandomi e solleticando in quel modo la mia vena esibizionista.
Quello che mi colpì fu che lei, invece di ritrarsi sdegnata del vicino esibizionista, restò al suo posto a guardare. Forse si era accorta che io l’avevo vista e che stavo facendo il mio spettacolino a suo uso e consumo, o forse la cosa le piaceva, in fondo.
Mi sbottonai la camicia e restai a torso nudo. Il mio petto da pallanuotista, gonfio e robusto, coperto di peli radi ma con i pettorali ben evidenti, era in bella mostra alla luce del grande lampadario centrale attraverso la finestra senza tende.
Poi mi sfilai i jeans e rimasi in boxer, scalzo con quel mio grosso membro, già bello e duro per l’eccitazione, che si notava come un rigonfiamento, evidente, della stoffa di cotone bianco.
Fui sorpreso nel vedere che non solo lei non si ritraeva ma cominciava a sua volta ad eccitarsi guardandomi attraverso la sua finestra. E la sua eccitazione fu evidente quando la vidi infilarsi una mano sotto la gonna larga, plissettata, sollevandola appena sulle cosce magre coi calzettoni bianchi ed immaginai di lontano che due dita entrassero nelle mutandine bianche e cominciassero a spingere sul suo clito. Un masturbarsi rapido e veloce che distinguevo chiaramente da lontano per la sua posa, in piedi a gambe larghe, quasi appoggiata sulla sua mano. E soprattutto per quel movimento, impercettibile e ritmico, della spalla e del braccio, che seguivo con gli occhi.
Mi finii di spogliare rimanendo completamente nudo. Ora il mio membro era dritto come l’asta di una bandiera. Teso e gonfio, rivolto all’insù, sembrava quasi un manico per afferrarmi e portarmi via. Lei guardava e si toccava ancora, con quegli occhi sgranati, curiosi ed affamati che mi facevano impazzire.
Mi toccai strngendolo forte in mano e la guardai dritta negli occhi. Notai un momento di panico, di paura che mi eccitò ancor di più. Ma poi, come se ormai non riuscisse più a fermare quel gioco, continuò a lavorare il suo piccolo sesso con la mano sottile. Fino quando non lessi nei suoi occhi blu il suo orgasmo e la vidi piegarsi appena per il piacere sulle ginocchia magre, sbucciate.
Venni anch’io guardando quei due occhi e riempii il pavimento in graniglia veneziana della Signora di grosse gocce bianche ed appiccicose. Mi distrassi per un momento per guardare quel guaio e lei svanì.

II - THE SOUND OF SILENCE

La sera dopo era di nuovo lì e ripetemmo la cosa. E andò avanti così per qualche giorno. Ero stregato da quegli occhi che mi guardavano e da quella mano che scendeva a scavare tra le sue grandi labbra. Tornavo a casa sempre prima per ripetere quel rituale di accoppiamento a distanza.
Poi finalmente decisi di rompere gli indugi.
Avevo notato che tornava sempre alla stessa ora la sera, forse andava a studiare da una sua amica o non so, così feci in modo di incontrarla per caso lungo le grandi scale buie. Ricordo ancora il suo sguardo quando mi vide. Quegli stessi occhi blu curiosi ed eccitati, erano ora spaventati, imbarazzati e mi guardavano sgranati.
Ero in difficoltà. Avevo voluto incontrarla, ma non sapevo davvero cosa dire e fare. Rimanemmo a guardarci per un momento lunghissimo. Lei sembrava sul punto di scappare fino a quando, forse per un mio gesto, lei si mise di nuovo la piccola mano sotto la gonna come a toccarsi le mutande candide.
Fu un gesto imprevedibile e strano. Un gesto assolutamente fuori del comune, ma che era il gesto giusto da fare. Come se avesse rotto un incantesimo, come se mi lanciasse un segnale, un messaggio tutto per me. Fu come un brivido, blu come i suoi occhi che mi guardavano nel buio.
Se avesse parlato, avrei parlato. Le avrei forse detto – Ciao – e lei avrebbe detto a me di rimando – Buonasera – e la cosa sarebbe finita lì.
Ma lei s’alzo la gonna.
Ed io andai verso di lei e la strinsi. La strinsi forte contro di me, infilandole le mie mani grandi e scure sotto la gonna sollevata e ghermendole le piccole chiappe dure da adolescente. Il mio cazzo duro strofinava sul suo pube e lei si muoveva maliziosissima, spingendo contro, come mai nessuna donna matura ha saputo farmi. Come se cercasse di trarre da quel contatto rubato, tutto il piacere del mondo. Come se si stesse masturbando sul mio grosso coso, prigioniero nei jeans.
E così fu un lampo tirarlo fuori e posarglielo sulle mutandine bianche, tra le sue gambe magre e lunghe, sproporzionate forse, come quelle di un’adolescente. Fu lei credo a lasciarsi cadere sugli scalini, larghi e smussati, di quella enorme scala padronale. In terra con la gonna sollevata si sfilò le mutandine con un gesto d’una semplicità disarmante. Malizioso come l’invito del serpente dell’Eden.
La penetrai subito come lei voleva. La deflorai al primo colpo deciso, facendola urlare appena di dolore. Un breve urlo, un colpo, quasi un sospiro e poi di nuovo il silenzio, rotto solo dal suo ansimare impazzito.
Ne sentivo il piacere mentre iniziavo a spingere in quella fessura stretta che cedeva ogni volta che il mio membro eccitato entrava e l’apriva. Venne subito credo, con un orgasmo quasi discreto, silenzioso, dolce, mentre io continuavo a scoparla.
La mia cappella gonfia scivolava su e giù dentro di lei, spalancandola ed indugiando, strofinando sulle pareti di quella caverna bagnata, infantile. Le pesavo addosso sbattendola quasi rabbioso. Come un animale e lei venne ancora e forse ancora. Non riuscivo a contare i suoi orgasmi concentrato nel mio.
La inondai riempiendola tutta, tracimando dal mio membro affondato tra le sue gambe. Stretto dalla piccole labbra che avevo aperto per primo.
La gonfiai e continuai ancora, non pago, stantuffando e pompando, in quel misto di liquido appiccicoso, umore amaro e sangue verginale. Che colava fuori grondante.
Sporcammo le scale di sangue e la macchia restò lì per un po’. Troppo dispettosa per la portiera miope o forse visibile solo a chi sapeva dove cercarla.
Non successe più nulla. Le volte successive quando l’incontrai dissi – Ciao – e lei – Buongiorno.
Non parlammo mai.
Poi mia moglie venne da Berlino a portarmi la notizia che avevo vinto il posto al Sissa. E partii per Trieste.
Mi capita ancora di andare a volte in quella città e delle volte vedo occhi blu che mi spiano per la strada. Mi piace immaginare che siano i suoi, che sia mamma di due bambini ora. E che ogni tanto salendo le scale buie l’occhio le cada su quel gradino, forse ancora macchiato.