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La Dama del castello
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Titolo: La Dama del castello
Autore: Spiritolibero
Contatto:
Racconto n° 2868
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Piccoli passi sofferenti nella notte. Rumori di eterne catene. Eterne come eterni sono i pesi di una sofferenza finita in tragedia. Il mio direttore aveva deciso che sarei stato io a seguire i lavori di un congresso di medicina in un famoso castello di un paesino di provincia. Un castello che conserva ancora intatto, all’esterno, il fascino dei suoi quattordici secoli di vita, ma che all’interno, da qualche anno, è un hotel cinque stelle. I piccoli passi, le catene e la tragedia li stavo leggendo sul sito internet dell’Hotel, così, per informarmi del luogo dove sarei dovuto andare. Leggendo tra storia e fantasia del castello, mi imbatto in una leggenda fantastica purtroppo però, dal finale molto tragico. Shadel, una bellissima creola, prigioniera del signorotto del castello. Prigioniera perché non volle piegarsi ai suoi voleri. Un uomo che decideva, con il suo potere, la vita o la morte dei suoi sudditi. Aveva deciso che Shadel sarebbe stata sua, ma non aveva fatto i conti con la bellissima creola dai capelli lunghissimi, dagli occhi neri intensi e dal sorriso inebriante. Qualunque persona avrebbe perso la testa per lei, ma non certamente per il signorotto del castello, sguardo da maiale libidinoso. E così Shadel viveva i suoi giorni rinchiusa in una cella senza finestre, da dove la facevano uscire tre volte al giorno soltanto per dire al signorotto un sì oppure un no. Tra la sua cella e la stanza del signorotto, lungo il corridoio, c’era una finestra senza sbarre e quasi sempre aperta. Shadel la guardava sempre ed i suoi occhi si spegnevano e sapevano di morte.
Spengo tutto, saluto ed esco, il congresso mi chiama, ma durante il viaggio la mia mente non faceva altro che pensare al castello ed alla vicenda tra Shadel ed il signorotto. Vedevo la sofferenza della creola e, di fronte, la spavalderia e la sicurezza del maiale con la bava alla bocca. Ad un tratto ecco il castello davanti ai miei occhi. Parcheggio. Un lungo viale alberato conduce all’ingresso mentre tutto attorno un parco bellissimo. Entro e mi siedo su di una poltrona nella sala del congresso; il mio sguardo è subito rapito da un quadro. E’ lei…
Il bla… bla… bla… dei congressisti è noioso che quasi mi addormento, per fortuna è quasi ora di cena.
Fine dell’apertura dei lavori, adesso cena e poi a nanna. In questo castello ci sono trentasei suite e quella del terzo e ultimo piano è una suite imperiale ricostruita com’era all’epoca. La curiosità mi assale nella notte così decido di salire al terzo piano. Le pallide luci lungo il corridoio e lo scricchiolio di legno vecchio mi mettono un certo timore. Ad un tratto ecco rumori di catene. M'irrigidisco appiccicandomi al muro. “Dite al mio amore che sono stata solo sua”. Frase ripetuta all’infinito e poi un tonfo sordo lungo e interminabile. Poi ecco di nuovo la voce: “Dite al mio amore che sono stata solo sua” e poi ancora quel rumore che sa di morte violenta. Sono troppo cresciuto per credere ai fantasmi, ma questa donna sembra così vera…
E’ bellissima, cammina lungo il corridoio con passo lento. Indossa credo, una sottoveste lunga fino ai piedi, bianca e quasi trasparente. Le sue forme sono ben evidenti, ma sono i suoi lunghissimi capelli neri sciolti sulle spalle a rapire il mio sguardo. Si avvicina, mi prende per mano e mi conduce nella suite imperiale. Sto tremando… Mi spoglia, si spoglia. Vuole che entri nella vasca. Il suo ora, è uno sguardo di ammirazione mentre prende una spugna e comincia a lavarmi. “Io sono Shadel, se chiudi gli occhi sentirai le mie mani e sentirai il mio corpo”.
Mi lasciai trasportare dalle sue mani. Ogni suo tocco era un fremito di piacere. Ora le sue mani erano sul mio petto, poi scivolavano giù, mi accarezzava lì per poi risalire dolcemente per poi ancora tornare giù. Ad un tratto tolse la sottoveste ed entrò nella vasca con le gambe sulla mia schiena ed il suo paradiso sul mio collo. Continuava a lavarmi e, mentre andava giù con le mani, il suo seno sfiorava la mia nuca. Poi si fermò, si alzò e mi invitò a sedere sul bordo della vasca. Lei scivolò giù in ginocchio davanti a me. Un getto dell’idromassaggio sulla sua schiena, un altro sul mio sesso turgido e desideroso di quella meravigliosa bocca che stava assaggiando le prime timide gocce del mio piacere…
Piccoli passi sofferenti nella notte. Ecco di nuovo rumori di eterne catene. Eterne come eterni sono i pesi di una sofferenza finita in tragedia.
Shadel è lì, distesa sul prato con la sua sottoveste bianca leggermente scostata a mostrare appena le sue splendide gambe, mentre un rivolo di sangue esce dalla sua bocca.