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Il fragore della memoria
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Titolo:
Il fragore della memoria |
Autore:
Caligola |
Contatto:
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Racconto
n° 2871 |
Altri
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Predatrici
Eravamo lì, vicino a quel lago. La giornata si spegneva lentamente man mano che tutti arrivavano al casale. Finalmente le ruote dell’auto abbandonarono il placido manto asfaltato per calpestare il rumoroso brecciolino del viale. Venivano da tutta Italia per quel corso. Tre giorni di stretta convivenza allo scopo di sollecitare il senso di appartenenza al gruppo. In tutto una ventina di persone. Tra le donne si distinguevano le commoventi madri di famiglia dalle pericolose pantere fameliche. C’era una tipa interessante. In campagna coi tacchi a spillo. Non sono un feticista ma lei sì, e si capiva. Glielo feci credere apprezzando le scarpe con tono neanche troppo vagamente allusivo. Percepii il bagliore di una lama in quello sguardo. La pantera si stava appostando per la caccia. E la preda era puntata. Alta, snella, capelli lunghi mossi e rossi e due tette che sembravano meloni, gambe affusolate e quello sguardo affilato. Le piaceva accavallare le gambe vistosamente, guardando se la spiavo. Era sempre intorno, girava in tondo a sfavore di vento. Eh sì, a sfavore di vento. I predatori di quella razza vogliono far arrivare gli odori piuttosto che confonderli nel vento, odori ammalianti, seducenti.
Esche
Il gioco seduttivo proseguì per tutto il giorno successivo ma, all’improvviso, apparve un altro predatore all’orizzonte. Piccola, a prima vista insignificante. Certo, aveva un bel culetto, ma il confronto non reggeva proprio. Fino a quel momento. Quale momento? Ve lo dico, fino al momento in cui cantò un canzone. Avevo con me una chitarra e quella sera ci dividemmo. Il branco della pantera al pub, il branco della camaleonta restò al casale. La pantera cercò di coinvolgermi nel suo branco. Ne aveva voglia e si vedeva. Ma io avevo con me la chitarra e volevo cantare. La camaleonta era una sessantottina di 30 anni, potrei dire appena carina, ma tirò fuori una voce da brividi e la desiderai. Restammo fino a tardi a parlar di libri e musica sullo scomodo divano. La pantera era tornata da tempo e, senza neanche un cenno di “buona notte”, si era ritirata nella sua stanza. La Camaleonta aveva gli occhi languidi e senza tanti giri di parole mi infilò la lingua in bocca. Era calda, umida e sapeva di caramella. La presi così, come lei voleva, senza tante cerimonie e senza tanti orpelli. Voleva essere penetrata e basta. Voleva succhiare e basta, voleva essere sodomizzata e basta. Insomma. Voleva l’uccello e basta. Dopo di che anche noi ci ritirammo. La mattina seguente, entrando in bagno, mi sentii spingere alle spalle. La Pantera aveva deciso di attaccare senza remore. Mi accusò di averla ignorata la sera prima, che aveva creduto ci fosse feeling. E chi ti ha detto che non ci fosse cara pantera. Con ancora il sapore della Camaleonta in bocca la baciai con forza. Facemmo la doccia insieme. Inaspettatamente la pantera era più delicata della Camaleonta. Voleva giocare. E così giocammo parecchio sotto la doccia bollente. Col sapone che lubrificava gli orifizi disponibili e con le scarpe coi tacchi a spillo ai piedi. La sera ci salutammo tutti cordialmente per tornare ognuno alla propria vita.
Caterina
Firenze profumava di violette, quell’estate, e il fiume si snodava azzurro tra i tetti rossi e i ponti di giallo tufo. Dal piazzale assolato e ardente, quel giorno, erano queste le sensazioni più evidenti. Pigramente mi aggiravo tra le auto parcheggiate, in cerca d’ombra e stavo per abbandonare quanto mi sentii chiamare. Era lei, Caterina, finalmente era arrivata, con il solito ritardo ma con quel sorriso a cui avresti perdonato qualsiasi cosa, anche un’ora passata sotto al sole di luglio. Mini leggera a fiori, pianelle rosse e canotta scollata era tutto quel che indossava. Sapevo che aveva “dimenticato” le mutandine e la consapevolezza del paradiso, appena velato da una fragile barriera di seta, ebbe l’effetto voluto. Voluto da lei, ovviamente. Appena in auto non seppi resistere alla tentazione e le poggiai una mano tra le cosce lievemente sudate. Lei mi avvisò che aveva ritardato perchè stava scopando con un tipo e non aveva potuto passare neanche a casa per lavarsi. Le dissi che la cosa non mi turbava affatto e così affondai il dito nel paradiso e lo trovai fradicio. Sentivo l’odore dell’altro sulle mie dita; dita che leccammo insieme per gustarne i sapori. Ma lei aveva voglia di sperma fresco e così iniziò a succhiarmelo. Le riempii la bocca in pochi secondi perché era quello che voleva. Ti ho amata, Caterina, perché eri vera.
Tiziana
Mi ritorni in mente bella come sei, diceva una canzone. E bella lo eri davvero. Era bello guardarti ballare con quell'espressione che solo certe “fighe” esagerate possono mostrare. L’espressione di chi occupa da sempre il centro della scena. Il seno che ballava con te e le gambe asciutte e definite che spiavo nei riflessi del pavimento lucido. Emozioni dissolte nel vento ora che sei a casa mia. L'eco delle sciocche risate, delle canzoni stonate che canti a squarciagola e che martellano i pensieri. La tua espressione languida che all’improvviso restituisce un’immagine demente. Stesa sul letto, nuda, ti stai chiedendo perché non approfitto di questa grazia divina. Ti guardo assorto nei miei pensieri mentre con la mano accarezzi il cazzo floscio, ti guardo assorto nei miei pensieri mentre ti rivesti e te ne vai per sempre. Mi ritorni in mente, bella come sei e forse ancor di più, diceva una vecchia canzone.
Sandra
L’ogiva è puntata all’ingresso della feritoia. Un colpo secco ed eccola in canna. Il proietto palpita, rotea, s’inerpica e s’insinua. Tutto funziona alla perfezione. Un sistema ben lubrificato e a lungo collaudato. Ecco che cambi posizione, vuoi essere inculata, ormai le parole non servono più, ma qui le cose vanno meno lisce. Il calibro è pesante e la canna è stretta, ma con un piccolo sforzo tutto si assesta, si adegua. Il proiettile svaria da una canna all’altra che ormai non lo sa neanche lui dove si trova. Con la testa nel cuscino per smorzare i rumori e con le gambe oscenamente spalancate mi urli di non smettere. E poi quella sirena che si ferma sotto casa, il vociare della gente. Un’emergenza al piano di sopra e la scala dei pompieri di fianco alla finestra. Mi affaccio per vedere cosa accade e mi trovo di fronte tuo marito. Sapevo che faceva il pompiere ma non credevo lavorasse in zona. Incontro il suo sguardo, lo conosco e mi saluta amichevolmente, come sempre. Mi rassicura che tutto è a posto che non c’è nessun incendio, solo il soccorso a una vecchietta rimasta chiusa fuori casa. Torno da te e alla tua espressione terrorizzata. Ma è solo un attimo. L’ogiva è ancora pronta, la bocca è spalancata. L’hai succhiata come non avevi mai fatto prima mentre, dalla finestra, giungevano i rumori del pompiere che armeggiava alla finestra di sopra. Quando ti ho riempito la bocca sorridevi con le labbra serrate e le guance a palloncino e quel sorriso è ancora qui, nell’angolo riservato ai ricordi più cari.
Giselle (Krotume)
Sei bella come il tuo mare, sinuosa come le sue onde e seducente come la sabbia tropicale. M’incanto a guardare lo sperma candido sulla pelle nera; lo vedo scorrere tra le natiche e dividersi in rigagnoli intorno alla fica rossa. Adoro le tue enormi labbra, il tuo piccolo naso leggermente schiacciato, a sfiorare delicatamente i peli del ventre. I fitti riccioli del pube morbidi come seta e i capezzoli neri su piccoli seni. I fianchi stretti e le natiche sporgenti. Amo amarti, e amo guardarti dolce Giselle, o Krotume come ti chiamavi in Africa. Hai abbandonato il tuo nome perché è il nome di una schiava. E’ il nome con cui ti vendettero ancora bambina. Il nome con cui ti rimproverava il turpe padrone che ti lasciò analfabeta. Sei fuggita, Krotume, per rinascere Giselle in una terra lontana dove ascolti le poesie che ti leggo, al letto, nudi dopo l’amore, assorta con ancora negli occhi il riflesso del mare.
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