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Al cinema con Faustina
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Titolo: Al cinema con Faustina
Autore: Oldezio
Contatto:
Racconto n° 2904
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A quindici anni non avevo molta fiducia nei miei mezzi.
Quando, nella progressiva scoperta del sesso, ovvia a quell’età, mi ero cercato una ragazzina avevo subito scartato le più ricercate del gruppo ed avevo messo gli occhi addosso a Faustina.
Minuta, rossa di capelli, carina e vivace, di buona famiglia, senza fratelli maschi, particolare questo che non disturbava in quell’ambiente in cui, mentre tutti dedicavano il massimo delle energie per raggiungere un obbiettivo ben preciso, ubicato tra le gambe di ogni ragazza, si ergevano poi a paladini in difesa dell’onore delle proprie sorelle che veniva tutelato con violenza e decisione a volte oltre il volere delle stesse interessate.

Strano mondo quello maschile a quei tempi, spero per voi che siete giovani che adesso sia cambiato!

Faustina non era appariscente.
Io, che come ho detto non sono mai stato molto sicuro di me stesso, evitavo la competizione con coloro che giudicavo a me superiori ed avevo scelto perciò Faustina che rappresentava un obbiettivo raggiungibile senza che dovessi patire la concorrenza di qualcuno più prestante e deciso di me.
La tattica praticata allora per conquistarsi le grazie di una ragazza, non dimenticate che vivevamo in un mondo molto più ingenuo di quello attuale, consisteva nell’ergersi a suo difensore nelle occasioni che si presentavano nell’arco di una giornata.
Poteva essere il darle aiuto in un gioco in gruppo, anche semplicemente il non infierire quando si giocava contro, oppure usarle qualche piccola attenzione quali l’offrile un pezzo del panino che divoravo a merenda oppure l’accompagnarla a comprare il pane o il latte.
Incombenze queste ultime alle quali nessuno si poteva sottrarre; i comandi venivano urlati dalle madri affacciate alla finestra quando il sole si avviava a tramontare, qualsiasi cosa si stesse facendo bisognava interromperla ed obbedire.
Naturalmente nessuno lo faceva con entusiasmo ed ancor più difficilmente si trovava qualcuno disposto ad accompagnarci per quelle poche centinaia di metri di strada, rendendoci così meno duro il distacco dagli altri che imperterriti continuavano nel loro gioco.
Con Faustina avevo incominciato esattamente così.
Come inizio l’avevo scelta quale primo giocatore nella squadra di “palla avvelenata” di cui ero il capitano, lei che non valeva un gran che, mi aveva sgranato addosso nell’occasione due grandi occhi stupiti, poi durante il gioco mi ero impegnato ad aiutarla, rischiando di compromettere addirittura il risultato finale tra l’indignazione dei compagni.
Appariva tanto evidente il mio giocare in suo favore che era stato sonoramente sottolineato da battute ironiche di cui non mi ero curato mentre lei più volte era arrossita.
Al termine le avevo chiesto, attento a non farmi sentire dagli altri: “Ti sei divertita?”, cosa che non avevo mai fatto con nessuna e che non si usava tra di noi, lei mi aveva sgranato addosso per la seconda volta i suoi strani occhi grigi quindi mi aveva sorriso annuendo contenta.
A conclusione della giornata, quando sua madre le aveva urlato dal balcone di andare a comprare il latte che era quasi ora di cena, io l’avevo affiancata esclamando “Ti accompagno, ci devo andare anch’io”.
Ormai non si stupiva più, mi aveva però chiesto: “Cosa ti succede oggi?”
“Niente” avevo prontamente risposto “mi sono accorto che mi piace stare con te”.
Colpo da maestro!
Aveva abbassato gli occhi a terra e mordendosi le labbra senza il coraggio di guardarmi; dopo pochi passi avevo chiesto: “Ti spiace?”
“Per niente, anzi... anche tu mi piaci”.

Era fatta, quasi come se nell’occasione ci fossimo sposati in chiesa.

Da allora avevamo cercato entrambi di moltiplicare le opportunità per stare insieme, sfidando l’ironia dei compagni ai quali le manovre non potevano sfuggire e le scontate gelosie delle altre ragazze che non vedevano mai di buon occhio il fatto che qualcuna venisse a loro preferita.
Dai sorrisi e le parole eravamo presto passati ai baci rubati sotto le scale, baci veloci sulle guance sino ad un sabato pomeriggio quando mi aveva concesso di baciarla sulle labbra.
Pioveva fitto, l’estate era finita da un pezzo, l’avevo aspettata a lungo nell’androne delle scale sperando che la madre la spedisse come al solito in latteria, unica occasione per trascorrere qualche minuto insieme dopo che, finite le vacanze, si ritornava agli impegni scolastici sui quali nessun genitore era disposto a transigere in quegli anni.
Se il tempo era bello riuscivamo a volte a ritagliarci qualche mezz’ora di gioco nel tardo pomeriggio, ma con l’approssimarsi dell’inverno le opportunità si riducevano praticamente a zero.
Ci si riusciva a vedere solo quando chi rientrava per primo dalla scuola faceva la posta all’altro dietro i vetri della finestra guardando giù in strada per intercettarlo poi sulle scale o in ascensore.
Un saluto veloce, un bacio sulla guancia ed uno stringersi le mani con gli occhi umidi ed il cuore gonfio di tristezza per non poter prolungare l’incontro.
Ma l’andare in latteria per comprare il latte, quello a lunga conservazione ancora non esisteva, costituiva un obbligo quotidiano, si trattava solo di aver pazienza.
Faustina era scesa verso le sei quando era quasi buio, ma la luce sulle scale non era stata ancora accesa; avevo sentito i suoi passi veloci e mi ero appostato dietro l’angolo del corridoio.
Mi era letteralmente finita tra le braccia e dopo un attimo di spavento ed un gridolino strozzato, mi aveva riconosciuto e si era abbandonata sul mio petto.
Le avevo sollevato il mento appoggiando le labbra sulle sue, non si era scostata ed io, protetto dall’oscurità che aveva creato una complice atmosfera attorno a noi, le avevo forzato i denti con la punta della lingua.
La reazione era stata spontanea, forse un poco sorpresa ma arrendevole, quindi partecipe poi addirittura passionale; Faustina si era stretta a me ansimando, abbracciandomi ed intrecciando la sua lingua guizzante alla mia.
Avevamo continuato a lungo, nessuno dei due si voleva fermare, il cervello mi si era letteralmente fuso e tutte le mie sensazioni si erano tutte concentrate nella mia bocca che fremeva come se fossi colto da un attacco epilettico.
Penso che quella sia stata in assoluto la sensazione fisica di maggior abbandono che mi sia mai capitato di vivere. Se Faustina l’avesse voluto mi avrebbe portato in quegli istanti a fare qualsiasi cosa, perché la mia volontà si era totalmente annientata sulle sue labbra.
Ci eravamo staccati con un balzo di paura al rumore di una porta che sbatteva, dopo di che si era accesa la luce delle scale rompendo definitivamente l’incantesimo di quel lungo ed irripetibile momento.
Avviandoci verso la latteria sotto l’ombrello aperto ci sentivamo svuotati di energie e quasi incapaci di parlare: quella sensazione ci aveva sconvolto, l’espressione “follemente innamorati” è l’unica in grado di esprimere ciò che in quel momento provavamo.

A quella prima volta ne erano ovviamente seguite molte altre, cercate con tutte le nostre forze, ma sempre insoddisfacenti perché entrambi le aspettavamo per giorni configurandoci nel cervello chissà quali meraviglie che venivano deluse dallo squallido ambiente, che poteva essere il solito sottoscala piuttosto che un portone buio o un angolo riparato, dalla loro estrema brevità e dalla paura di venire scoperti.
Finalmente nel periodo natalizio, approfittando delle vacanze, eravamo riusciti a concordare, con altri componenti della compagnia, un’uscita pomeridiana per andare tutti insieme al cinema a vedere un film largamente pubblicizzato in città con manifesti su ogni muro.
Di uscire alla sera in quei tempi non se ne parlava neppure!
I soldi, sempre scarsi nelle nostre tasche, erano per l’occasione forniti dalle mance natalizie un po’ meno misere del solito.
Per la verità a nessuno di noi fregava niente del film, di cui oggi non ricordo neppure il titolo, rappresentava solo l’opportunità di appartarsi al buio, anche se attorniati da altre persone, insieme alla ragazzina preferita.
Avevamo subito formato le coppie che si erano sparse nei punti strategici della galleria, distanziate le une dalle altre onde evitare che l’occhio indiscreto e curioso di qualcuno potesse cogliere le prevedibili effusioni degli altri.
Inoltre i maschietti, protetti da questa barriera d’invisibilità, si sarebbero poi vantati di incredibili imprese erotiche, che alla luce dell’esperienza oggi giudico nella quasi totalità fasulle.
A noi due era toccato l’angolo in alto a sinistra in ultima fila: posizione strategica perché lo schienale delle poltroncine poggiava contro la parete rendendo impossibile che qualcuno ci potesse sorprendere alle spalle.
Appena si era spenta la luce ci eravamo avvinghiati come due sanguisughe, io le cingevo le spalle con la sinistra e la stringevo in vita con la destra tirandola verso di me, lei mi teneva la mano sulla nuca e si abbandonava tra le mie braccia spalancando le labbra e cercandomi con la sua lingua mai sazia.
Era una posizione insoddisfacente, il bracciolo della poltroncina si interponeva tra i nostri corpi rendendo impossibile un contatto più completo, ma pur sempre molto migliore di quelle di cui ci eravamo dovuti accontentare sino a quel momento, sempre assillati dalla paura di venir scoperti.
Lì il tempo non ci mancava di certo.
Dopo alcuni lunghissimi baci intervallati da frasi smozzicate che ci sussurravamo all’orecchio, banali e melense come solo due quindicenni innamorati avrebbero potuto scambiarsi, mi ero ritrovato a pensare che forse avrei potuto tentare di spingermi un poco più in là.
Mi ero azzardato a porre il palmo aperto della mano destra sul suo seno, ancora acerbo ma indubbiamente già ben formato e sodo, che avevo avuto modo di apprezzare nei momenti in cui ero riuscito a stringerla al petto.
Volevo apparisse quasi un gesto casuale, tale da non suscitare la sua violenta reazione che temevo, ma reazione non c’era stata se non un lungo sospiro che mi aveva lasciato intendere che il mio gesto era risultato ben accetto.
L’avevo palpata un attimo con delicatezza spostandomi poi sull’altra tetta “Non stringere, mi fai male” mi aveva sussurrato all’orecchio.
“Mi piace tanto” avevo risposto col cuore in gola, era letteralmente la prima volta che toccavo le tette ad una donna.
“Anche a me” era stata la sua laconica risposta.
Senza curarmi dei suoi timidi e poco convinti tentativi di resistenza le avevo infilato le mani sotto il maglioncino, sbottonandole la camicetta e raggiungendo quindi il reggiseno che però aveva rappresentato un ostacolo insormontabile, solido ed impenetrabile come un’armatura medioevale.
“Voglio toccarti meglio... voglio baciarti i capezzoli” le avevo sussurrato con voce spezzata dall’emozione, mordendole il lobo dell’orecchio.
“Ma sei matto... non si può... ci possono vedere”. Scuse inutili visto il livello d’eccitazione che avevamo ormai raggiunto: “Vai in bagno a slacciarti il reggiseno” le avevo chiesto implorante “dai, ti prego”.
Lei aveva indugiato un attimo titubante.
La scritta luminosa “toilette” era lì accanto a noi, a pochi passi di distanza, Faustina si era sollevata incerta dirigendovisi, io l’avevo trattenuta per un istante, afferrandole la mano e tirandola verso di me le avevo sussurrato “Levati anche le mutandine”.
Si era voltata incredula facendomi un gesto di diniego con la mano: “Sei matto” mi aveva sibilato di rimando avviandosi veloce, quasi correndo, verso l’insegna luminosa.
Nei pochi istanti nei quali ero rimasto impaziente al mio posto da solo, mi ero guardato intorno constatando come nessuno era interessato né alle nostre schermaglie né tanto meno al film, impegnati com’erano in tutt’altre faccende; dai rumori e dall’agitazione che provenivano dalla mia destra dove, alcuni sedili più in là avevano trovato posto Lino e Bice, mi sembrava addirittura che lei lo stesse masturbando e che, stando ai mugolii di Lino, l’operazione stesse giungendo proprio in quel momento alla sua logica conclusione.
Faustina era ritornata quasi subito per sedersi composta al mio fianco, rigida, con le mani strette in grembo e lo sguardo fisso in avanti.
Le avevo circondato le spalle, ma lei si era mantenuta rigida, l’avevo baciata sulla guancia accarezzandole i capelli: “Ti amo” le avevo sussurrato dolcemente infilandole le mani sotto il maglioncino dove avevo scoperto che non si era limitata a slacciare il reggiseno, se lo era addirittura tolto!
La massa morbida e calda del suo piccolo seno aveva teneramente invaso il palmo della mia mano, mi erano venute le lacrime agli occhi per la tenerezza e l’emozione.
Avevo trovato con i polpastrelli il bottone del capezzolo che si era subito irrigidito al contatto: “Ti piace?” “Mmm...” aveva mugolato mentre io non riuscivo a decidermi tra l’una e l’altra mammella che cercavo di afferrare simultaneamente o tra i due capezzoli eretti che ogni volta che venivano sfiorati sembravano produrle una scossa elettrica.
“Come sono diventati duri” le avevo sussurrato “come il mio uccello.”
“Sciocco” aveva mormorato con gli occhi languidi abbandonata sullo schienale della poltroncina per meglio lasciarsi toccare, quasi distesa, ma al tempo stesso partecipe attiva dei miei toccamenti.
“Toccami anche tu” le avevo chiesto, a quel punto sicuro che ormai nulla mi sarebbe stato proibito.
“Mi vergogno.”
“Ma lo vuoi?”
“Cosa c'entra, mi vergogno lo stesso; non ci riesco.”
“Chiudi gli occhi e provaci, dai, ti guido io.”
Le avevo afferrato la mano, ma lei l’aveva prontamente sottratta stringendosela sotto l’ascella: “No, no non voglio.”
Le avevo appoggiato il viso sulla spalla affondandolo nell’incavo della sua gola e mentre con la mano spalancata riuscivo a stuzzicarle contemporaneamente i due capezzoli l’avevo baciata delicatamente sul collo leccandola come fosse un gelato.
Faustina aveva risposto mugolando di piacere ed a quel punto io ero arrivato a spingere la mano sotto la sua gonna scozzese a pieghe, su lungo le cosce morbide e fresche fasciate dalle sue prime calze di nylon, verso l’alto sino al bordo del reggicalze e di lì ero salito ancora sulla pelle nuda senza trovare resistenza né ostacoli.

Faustina si era veramente levata le mutandine come io le avevo chiesto!

Tale era risultata la mia emozione a quella scoperta che ero rimasto praticamente paralizzato, incapace di fare alcunché.
“Non farmi male ti prego” mi aveva implorato abbracciandomi il viso con dolcezza “nessuno mi ha mai toccato lì” ed aveva continuato “te lo lascio fare perché ti amo, ma ho tanta paura”.
Le sue parole semplici e sincere mi avevano sciolto un groppo acido che portavo in gola sin da quando ci eravamo seduti in quel posto, quasi piangendo l’avevo baciata sulle labbra.
In quell’istante si era accesa la luce in sala.
Ci eravamo rapidamente ricomposti, aiutati dai cappotti che portavamo in grembo e che riuscivano a mascherare con facilità le nostre azioni; non altrettanto erano riusciti a fare i nostri vicini.
Il mio sguardo aveva colto Bice era chinata su Lino intenta indubbiamente a masturbarlo se non addirittura a succhiargli il membro.
Si erano raddrizzati spaventati guardandosi intorno timorosi; solo dopo aver incrociato il mio sguardo ed aver constatato che ero l’unico che li avesse visti, mi avevano sorriso imbarazzati e si erano messi a conversare fitto fitto.
Faustina, quasi distesa sul sedile, non si era accorta di nulla.
“Hai visto la Bice cosa stava facendo al Lino?”
“No... cosa ?” mi aveva risposto guardandomi coi suoi grandi occhi grigi, liquidi e sognanti, che avevano imposto a me un grosso sforzo per vincere il desiderio che provavo di abbracciarla lì in mezzo a tutti incurante delle possibili conseguenze.
“Glielo stava succhiando”.
“Ma va, non è possibile, non ci credo. Proprio la Bice, quella lì che va sempre in chiesa. Non ci crederei nemmeno se l’avessi vista con i miei occhi”
“Allora stacci attenta e prova a guardarli quando si spengono le luci” avevo ribattuto stizzito mentre pregavo con tutte le mie forze che le luci si affrettassero a spegnersi, non mi interessava nulla di loro due, volevo solo riprendere l’esplorazione sotto la gonna della Faustina.
Quando dopo un’eternità era finalmente ritornato il buio lei aveva frenato la mia irruenza “Aspetta un attimo, lasciami vedere” mi aveva sussurrato curiosa all’orecchio.
L’attesa era stata breve perché, non appena adattati gli occhi alla penombra, avevamo potuto scorgere a pochi passi da noi Bice, abitualmente compita e con un po’ di puzza sotto il naso, che si affrettava ad infilare le mani nei pantaloni di Lino per estrarvi il suo pisello e quindi iniziare a massaggiarlo per fargli riacquistare il vigore che probabilmente aveva perduto nell’attesa.
“Cosa gli sta facendo”
“Sta cercando di farglielo drizzare ancora, si è spaventato e gli è diventato molle” le avevo risposto con un misto d’ironia e di invidia nei suoi confronti quindi, approfittando della sua momentanea distrazione le avevo infilato la mano sotto la sottana raggiungendole subito l’inguine.
Lei aveva serrato prontamente le cosce e mi aveva bloccato il polso, ma ormai il gioco era fatto, ero arrivato in postazione e di lì non mi avrebbe schiodato nemmeno un colpo di cannone.
Ma un colpo di cannone purtroppo era subito arrivato, rappresentato da una coppia di persone anziane che risalendo la scalinata nell’oscurità si erano venute a sedere proprio nei sedili davanti ai nostri, impossibile fare qualunque cosa senza rischiare di attirare la loro attenzione che, dati i tempi, si sarebbe immediatamente trasformata in un richiamo della maschera e nella nostra espulsione dalla sala con tutte le conseguenze del caso.
Mi ero dovuto accontentare di tenerle stretta la mano sudata, di guardarla a lungo negli occhi e di baciarla frettolosamente nei momenti di maggior intensità del film durante i quali l’attenzione dei due guastafeste era presumibilmente concentrata sullo schermo.
Eravamo usciti dal cinema a pomeriggio inoltrato, era ormai buio e le vetrine addobbate a festa per il Natale diffondevano una luce calda per le strade affollate, gli unici che non si sentivano minimamente in festa eravamo probabilmente noi due; con la mano nella mano mi ero avviato lentamente verso casa col cuore gonfio di un misto di rabbia e di tristezza.