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L'Appuntamento
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Titolo:
L'Appuntamento |
Autore:
Comando |
Contatto:
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Racconto
n° 2930 |
Altri
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Era il loro primo incontro; si erano conosciuti per caso, una serie di mail scambiate su un pc, la curiosità di vedersi in foto. Lei, dura che puntualizzava i suoi punti di vista, e lui altrettanto. Uno scontro in cui ci si valutava senza esclusione di colpi, poi finalmente la cam. Uno scrutarsi per raccogliere dell’altro il più possibile in un lento equilibrio, enigmatiche figure di una realtà virtuale. Era un volersi capire eppure ognuno era pronto a non lasciarsi sopraffare. Come fosse accaduto che lei diventasse Sua era sembrata la cosa più naturale del mondo, era Sua e basta, non poteva essere altrimenti, un'inevitabilità delle cose da accettare, di cui entrambi erano consapevoli. –Sono tua al 50% Amava ricordargli continuamente, -Solo al 50% Aggiungeva sorridendo, e quel sorriso lui lo vedeva anche se non vedeva i suoi tratti, lo intuiva mentre faceva capolino tra le parole, come un sole che si affacciasse fra le nuvole. –Ti prenderò, ti farò Mia al 100% e non potrai fare a meno di esserlo completamente. –Vedremo, rispondeva lei. –Vedremo, replicava lui sorridendo deciso. Il momento era arrivato, le aveva detto di telefonare appena fosse giunta in quella grande piazza. –Pronto? -Sono qui, dove sei? -Qui, dove? Aggiunse lui cercando di capire. –Vicino gli autobus. –Bene, girati, di fronte a te vi è una farmacia, la vedi? Fermati lì ed aspetta. Le giunse alla spalle, si rese conto che guardando nella vetrina la usava come specchio per non farsi sorprendere e sorrise. Questo suo modo di fare, di non far notare la sua attesa a calmare il suo cuore, gli appariva di una chiarezza incredibile. Più volte si erano trovati a scrivere ed anticipare le parole dell’altro, in alcuni momenti gli stessi concetti, in altri si scrivevano le stesse identiche parole come un rincorrersi continuo in cui ora l’uno, ora l’altro, precorreva. Quando le fu vicino le apparve incredibilmente minuta, dire piccola non le rendeva ragione, era semplicemente, deliziosa. La soppesò con lo sguardo e la avvolse, lei si girò repentinamente, lo guardò per un attimo, poi abbassò gli occhi. –Ciao piccola. –Ciao. Rispose lei. La scrutò intensamente a carpire la sua anima mentre i suoi occhi cercavano di sfuggirgli poi, le pose un braccio sulla spalla ed iniziarono a camminare. Sentiva che era emozionata, cercò di metterla a suo agio chiacchierando del più e del meno mentre ella gli lanciava sguardi furtivi. Ad un tratto lei si fermò per un attimo, lo guardò negli occhi e disse. –Non ti rende giustizia, la cam dico, non ti rende giustizia. Lui, divertito le sorrise, in verità un po’ preso in contropiede. –Grazie, ma non credo di apparire poi tanto diverso. –Ed io? Come mi trovi? Non sono bella, sei deluso? -No, assolutamente come ti immaginavo, forse,- aggiunse sorridendo ancora, -Un po’ meno pallida rispetto l’immagine,- E rise. Poi, senza aggiungere altro. Una sola parola: –Andiamo? Ne avevano parlato tante volte, sapevano da persone adulte che ciò che poteva nascere attraverso uno schermo poteva non avere riscontro nella realtà, poteva accadere di tutto, anche che quel appuntamento si risolvesse ad un tavolino di un bar, un caffé, due piacevoli chiacchiere intercalate da qualche sigaretta e poi via, ognuno per la sua strada portando dentro di sè un pizzico di delusione. Tante volte lui le aveva detto che non avrebbe chiesto nulla, ma solo pronunciato quella parola: “Andiamo” e lei avrebbe avuto la sua ultima possibilità di scegliere, di decidere rispondendo con un sì o un no e null'altro. Da quel momento avrebbe passato una linea di confine che l'avrebbe condotta a diventare Sua. Alla reception le si allontanò leggermente e volse le spalle quando lei consegnò il documento. Le aveva detto che per il momento avrebbe rispettato la sua identità, sarebbe venuto il momento in cui avrebbe gradito fosse suo desiderio svelarsi, lo avrebbe ritenuto un gesto di assoluta fiducia e dedizione. La stanza era ben misera, spoglia, ma dava sulla piazza. La fece entrare. Quante volte lei aveva detto che desiderava essere presa con forza, quante volte lui le aveva detto ti prenderò in ogni modo e ti farò Mia. Un giorno le aveva confessato che amava essere chiamata zoccoletta, il solo pensiero la eccitava e da quel momento quello fu il suo nomignolo. Lei era lì, ferma al centro della stanza, ed aspettava, sentiva la tensione crescere e si domandava cosa sarebbe accaduto. Le andò vicino e con gesti lenti la spogliò lasciandola nuda seduta sul letto, solo con le autoreggenti in rete che le davano un tocco piacevolmente eccitante. Lui ebbe percezione della sua incertezza e la muta domanda dell’attesa di un ordine. La bendò, poi, con forza, la prese per un polso e la spinse verso il muro. –Mani aperte sulla parete ed allarga le cosce puttanella: che possa vederti. -Sì Padrone. I minuti trascorrevano mentre lui, incurante di lei ma senza perderla d’occhio, si spogliava, poi le si avvicinò e lentamente le percorse la schiena con le unghie sino a giungere al suo sesso. Iniziò a torturarla dolcemente mentre le dita scorrevano sul suo clito, si intingevano dentro e risalivano a giocare con il suo culo penetrandolo leggermente. Poi una morsa le strinse il sesso mentre la mano ripiegata si infilava con violenza con tre dita dentro. –Sei fradicia, non ti devi muovere chiaro? -Sì Padrone. Rispose quasi sussurrando mentre quelle dita scivolavano su e giù piene di umori. Istintivamente piegò leggermente le gambe, quasi a seguire quella mano che entrava ed usciva, ma il movimento non passò inosservato. Il primo colpo sulle natiche fu violento, un attimo di pausa e poi gli altri che la schiacciarono contro quel muro. -Ho detto che non dovevi muoverti troia. La tirò per il polso e la scaraventò con forza sul letto spingendola con il palmo della mano sulla schiena, la prese per i capelli e la tenne ferma schiacciandole il viso contro il lenzuolo, con l’altra le allargò le cosce mentre il suo sesso la penetrava sino in fondo sodomizzandola agevolmente. –Vedo che sei già aperta zoccola, ti entra ed esce che è un piacere, ora mi farai godere. Affondò con forza mentre il corpo di lei giaceva schiacciato sotto il suo ed il movimento si fece più rapido mentre la sentiva completamente rilassata a subire, godere di quel essere presa, posseduta come un oggetto di piacere, paga di donarsi nella sua più profonda intimità. Cercò di trattenersi per donarle a più lungo il suo possesso sino a che il fiotto giunse incontrollato e la riempì tutta facendola sua, la strinse violentemente sulle spalle, la graffiò sulla schiena in un fare animalesco per poi rimanere immobile su di lei, dentro di lei. La mano le sollevò il capo tirandola per i capelli e le sorrise, vedeva nei suoi occhi brillare la sua completa sottomissione e stelle di felicità. -Hai goduto? -Sì Padrone, grazie. Si sollevò dal suo corpo sfilandosi e la accolse fra le sue braccia appena sfiorandola, le dita le percorsero i fianchi in una lieve carezza sino a giungere delicatamente al viso ad asciugarle le lacrime. –Perché piangi? -Sono felice, piango sempre quando sono felice. La guardò con dolcezza ed ogni suo gesto ne fu ricolmo sino a che le mani tornarono a prendere il suo corpo di nuovo. La strinse con forza in ogni parte, come se rifluisse in lui nuova energia per possederla. Il leggero sfiorarle il clitoride divenne più imperioso e due dita lo torturarono sfregandolo energicamente mentre lo tirava, una mano le strinse forte un seno per poi scivolare su un capezzolo turgido che non chiedeva altro di essere preso. -Vedo che ne hai di nuovo voglia. Disse con un sorriso quasi crudele. La sentiva tremare come se la mente volesse ribellarsi al corpo, che impudico, non chiedeva altro, lei cercò di chiudere le cosce in una ultima, debole difesa di una volontà contrastante ma non le fu permesso. -Aprile! Gliele spalancò con forza esponendo il suo frutto nel modo più osceno ed affondò le dita intingendole dentro. La vide sussultare ed ancora cercare rifugio in un ultimo tentativo di rinchiuderle, vergognosa di essere esposta in quel modo, rea dei suoi umori. Uno schiaffo forte ma secco la colpì sul sesso, la fece sussultare e poi altri, intervallati. –Ho detto aperta ed ora dimmi di chi sei? -Tua, la tua zoccoletta. –E poi? -La tua schiava, la tua troia, ti prego Padrone, fammi godere. –Bene, vedo che sei fradicia, voglio gustare il tuo piacere. Così dicendo le dischiuse le grandi labbra e lentamente seguì il percorso della fessura con la lingua, dapprima gustando il suo sapore, poi soffermandosi sul clitoride, piccoli colpi precisi e veloci, ora circolari ora orizzontali, facendola serpeggiare e poi di nuovo scorrere sino ad infilarsi imperiosa in lei. Tornava su, vi premeva, ne succhiava il clito mordicchiandolo con i denti e tirava leggermente e poi di nuovo in un gioco fatto di desiderio. –MORDILA! Mordila, ti prego mordila. Il grido di lei fu una richiesta, un desiderio, una preghiera e lui, morse. Un solo morso che le fece sfuggire un grido di dolore e piacere prontamente soffocato dalla sua mano sulla bocca. Poi la girò, la mise a quattro zampe e fece godere con furia, le stringeva i fianchi spingendola contro di lui, la impalava sul suo sesso cercando di penetrare oltre la loro fisicità sino a lasciarla esamine, accasciata e posseduta. La fece rifugiare in lui, la accolse come in un porto sicuro e lei vi si rannicchiò cercando rifugio, in silenzio le aggiustò i capelli e la strinse a sè. Quella piccola donna era sua.
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