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L'esploratore
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Titolo: L'esploratore
Autore: Caligola
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Racconto n° 2937
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La dura salita spezzava il fiato. La valigia tuonava sul selciato rincorrendo la traccia di sudore che a fiumi grondava dai capelli. La calura del tardo pomeriggio era appesantita dagli stucchevoli colori dorati della luce con cui il sole, inclinato all’orizzonte, tormentava le pupille dilatate dalla fatica. Ero ormai sull’orlo dell’abisso quando finalmente battei la testa contro il batacchio del portone. Crollai maledicendo tutto e tutti, soprattutto chi mi aveva costretto a quella vacanza. La stupida di mia sorella e del marito che avevano insistito con mia madre per portarmi con loro in Jugolslavia. Ma ormai ero lì, un quindicenne stravolto dalla fatica davanti al portone di una pensioncina arroccata sul colle prospiciente il porto.
La testata al batacchio svegliò dalla siesta pomeridiana il proprietario della pensione il quale, una volta intuito che eravamo italiani, ci comunicò senza tropo rammarico che la pensione era al completo. Fu solo dopo lunghe mediazioni e soprattutto grazie all’intervento dell’energica Madame Ivanka, la dolce moglie dell’oste, che come d’incanto si resero disponibili un paio di stanze. Solo poi comprendemmo il motivo di tanto rancore. Fece male al cuore riconoscere l’elmetto piumato dei bersaglieri scolpiti sul monumento che ricordava una strage, un’esecuzione di massa perpetrata ai danni di inermi cittadini dell’isola da parte delle truppe d’occupazione italiane. Italiani brava gente, si diceva allora...
Milan ci fece accomodare accompagnandoci nelle stanze (ne avevo una tutta per me); il bagno era in comune. Dopo una doccia, passai il pomeriggio in camera per riprendermi dalla sfacchinata e dal male alla testa. La sera, a cena, eravamo tutti sotto un pergolato di vite. Il popolo della pensione era di quel genere che allora si definivano “figli dei fiori” e che oggi diremmo alternativi; venivano da tutta Europa, dal Belgio soprattutto.
Lei era lì, di lato, un po’ in disparte, sotto un fico, da sola. Bellissima, con una montagna di capelli ricci, una caftano arancione lievemente trasparente che, controluce, mi donava un'immagine che mai più avrei dimenticato. Quei piccoli seni e quegli enormi capezzoli. Marialuisa, che profumava di mare, era italiana, di Monza. Aveva quasi trent'anni, ma potevamo sembrare coetanei.
Fu un colpo di fulmine immediato. La seguivo ovunque andasse, ma soprattutto cominciai a spiarla dal foro della serratura ogni santa volta che andava in bagno. La notte, poi, ripensavo al suo corpo nudo seduto sul water o bagnato dalla doccia. La ricordavo avvolta nell’asciugamano che non si chiudeva bene e che lasciava scoperto il triangolo di peli che neanche al cinema avevo mai visto prima. E così cominciavo a strusciarmi sul cuscino con le mani sul pube. Sentivo il manganello duro come il marmo scivolarmi tra le dita, umido, liscio. Assumevo tutte le posizioni possibili immaginando interminabili cavalcate da sopra, da dietro, di lato, e muovendo freneticamente avanti e indietro il bacino sempre tenendo ben stretto l’uccello tra le mani. La sborrata liberatoria arrivava annunciata dagli spasmi dell’orgasmo. Lunga e copiosa. Le mani imbrattate di sperma così come il pigiama e le lenzuola. Chissà se madame Ivanka, nel rassettare la stanza, ha mai compreso quale turbinio di passione adolescenziale pervadeva quelle mura. Marialuisa, intanto, trascorreva le vacanze con la sola compagnia dei suoi libri. In disparte da tutto e da tutti.
Appena finito di cenare, quella sera, come al solito si alzò, ed io, come un segugio affamato, la seguii di lì a poco. La lama di luce, filtrante da sotto la porta del bagno, era il segnale. Mi accostai silenziosamente alla porta per spiare come al solito dalla serratura e lei era lì, già nuda, che si preparava alla doccia. La osservavo mentre, nuda, si muoveva nel bagno, spiavo le sue grandi labbra ogni volta che si chinava, insomma mi stavo godendo un gran bello spettacolo quando, d’improvviso si voltò e due occhi azzurri iniziarono a fissare il mio che stava incollato alla serratura. Si sedette sul bordo della vasca ed allargò le gambe lasciandomi vedere la tenera rosa carnosa. Iniziò a toccarsi tra le gambe dolcemente e senza mai distogliere i suoi occhi dal mio ormai disidratato per non aver mai battuto le palpebre. Vedevo le sue dita scivolare morbide sul clitoride, le dita dell’altra mano che strizzavano dolcemente i capezzoloni. La senti gemere, l’espressione del volto che sembrava divenire d’immensa sofferenza. Io me ne stavo lì, con l’uccello in mano, a guardarla mentre si masturbava. Venimmo insieme nello stesso attimo. I suoi gemiti che coprirono i miei. Restammo ancora un po’ lì, lei seduta sulla vasca e io in ginocchio davanti alla porta. Poi si portò l’indice alle labbra, lo baciò e lo indirizzò verso di me. Si alzò e venne verso la porta mentre le tempie mi scoppiavano per l’emozione. Si tolse l’asciugamano dal seno e lo poggiò sulla chiave a coprire il foro. Si fece il buio e buio restò per il resto della vacanza.