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Titolo: Numeri
Autore: Emma
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Racconto n° 2941
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Che si scopi in due è cosa così scontata che non vale la pena di ragionarci su. Ma il numero due non è necessariamente l’unico numero che si addice a chi ha voglia di sesso. I numeri sono tanti, e ogni numero può essere legato ad un’emozione diversa e ad un diverso piacere.

Uno.
E’ il piacere tutto mio. Di quando sono sola. E’ il primo piacere che ho scoperto, da quando ero praticamente ancora una bimbetta. L’unico che non mi ha mai tradita. Il piacere sicuro, su cui si può far conto. Disponibile sempre, da dosare nella quantità giusta e secondo i tempi più opportuni. Non entusiasmante, ma pratico e senza complicazioni. Lo scoglio a cui aggrapparsi quando il resto vacilla.

Due.
E’ il piacere che ho cominciato ad intravedere ancora ragazzina, con le prime cotte, coi primi baci e con gli abbracci furtivi nel buio di qualche portone. E’ il piacere che poi ho scoperto del tutto a sedici anni, in una notte stellata, su una spiaggia, con molti della combriccola ancora in cerchio a schitarrare attorno al falò e tanti altri distribuiti a coppie, dove la luce guizzante non arrivava più.

Poi di ragazzi ce ne sono stati altri. E le occasioni per fare sesso si sono moltiplicate.
Col passare degli anni, per farlo, non c’è più stato bisogno di defilarsi dalla compagnia degli amici e delle amiche. Ad una cert’ora della sera, la compagnia si scioglieva apposta perché ciascuna e ciascuno si appartasse con la sua bella. E neppure ad un certo punto c’è più stato bisogno di inventare scuse assurde coi miei per giustificare quella mezz’ora di ritardo al rientro usata per trombare in macchina in qualche stradina buia. C’è stato qualche fidanzatino invitato a cena a casa e, dopo qualche occasione, la benedizione di mamma che, con la scusa di non farlo tornare a casa tardi - poverino! - preparava per lui in camera mia il letto ormai inutile di mia sorella già sposata.
E ci sono stati i romantici fine settimana nella casetta al mare, fuori stagione, noi due soli. Ci si chiudeva a chiave la porta alle spalle, rigorosamente senza intrusi. Ci si infilava sotto le lenzuola già al sabato pomeriggio, per riemergerne domenica sera, stravolti dal troppo scopare e da tutti i baci e da tutte le carezze. Quella è stata la stagione degli esperimenti e delle scoperte. Ogni intreccio di gambe e braccia è stato provato. Ogni incastro possibile è stato sperimentato.

Ma a vent’anni, ai tempi dell’università, ormai lontano da casa dei miei, dividendo appartamentini più o meno scomodi con questa e con quella compagna di corso, ho avuto l’illuminazione che, sì, la felicità è essere in due sotto le lenzuola, senza nulla addosso, però non è mica detto che l’altro debba essere per forza un ragazzo. E’ stato con Simona che mi si è svelato l’arcano, in una notte di temporale in cui il terrore dei lampi e dei tuoni ci aveva fatto rifugiare l’una nelle braccia dell’altra, nello stesso letto. Il temporale non è durato più di mezz’ora, ma noi da quel letto siamo riemerse a mezzogiorno del giorno dopo, senza più pigiama né null’altro addosso e con la ferma convinzione in testa che, cazzo, farsi una ragazza è una gran figata e che eravamo state proprio oche a non rendercene conto prima.

Tre.
Con Simona ho abitato per almeno un paio di anni ed in quel tempo ho cominciato a sospettare che il numero giusto per trombare non fosse affatto il due, ma piuttosto il tre.
Prima è stato un tre virtuale ed anche un po’ schizofrenico. Oltre a me, il mio ragazzo, lasciato al paesello ma col quale trascorrevo infuocati fine settimana e, per terza, Simona, con cui trascorrevo le altre sere della settimana in acrobazie diverse ma non meno infuocate. Simona naturalmente sapeva del mio ragazzo (ed io del suo), ma non c’era motivo di gelosia. Del resto, mica eravamo innamorate. I nostri giochini erano puri giochini fini a se stessi, per il puro gusto di godere. Il mio ragazzo invece non sapeva di Simona, ed anzi, poverino, si rodeva inutilmente dalla gelosia per certi miei compagni di corso maschi ai quali io non badavo proprio.
Ma era una situazione schizofrenica che non poteva durare. Ed in effetti, un po’ per questo ed un po’ per altro, ad un certo punto è finita. Con Marco i rapporti si sono via via raffreddati e, quando lui mi ha appena accennato ad una certa sua simpatia per un’altra che gli ronzava intorno, ho tirato un sospiro di sollievo, ho preso la palla al balzo e l’ho lasciato.

Un altro moroso stabile in quel momento non lo avrei voluto per nessuna ragione, ma un maschio cazzuto serve, ed è stato un gioco semplicissimo reclutare tra i compagni di università quello che potesse andare bene. L’ho scelto bene però, di mentalità sufficientemente aperta. L’ho informato già da subito dei miei giochini con Simona e ci è voluto davvero poco perché il tre virtuale diventasse un tre reale.

Perfidamente complici, una certa sera, Simona ed io abbiamo invitato Pietro a cena. Lo abbiamo fatto bere, abbiamo bevuto anche noi, lo abbiamo stuzzicato in mille modi, ci siamo stuzzicate a vicenda, e, al momento buono, ci siamo infilati in un unico lettone tutti e tre.
E poi ci abbiamo fatta l’abitudine e, per un bel po’ di tempo, l’amore veramente godurioso l’abbiamo legato a questo fatto di infilarci a letto tutti e tre.

Quattro.
Anche Simona aveva un moroso al suo paese, che naturalmente non sospettava nulla di quel che Simona combinava con me ed anche di quello che aveva preso a combinare, assieme a me, col mio nuovo amichetto. Ma anche per lei ad un certo punto è giunto il momento di lasciarlo e di sostituirlo. E anche lei lo ha sostituito con uno dalla mente più aperta alle sperimentazioni. Semplicemente si è messa con un amico di Pietro, perfettamente al corrente dei nostri strusci e ben lieto di esserci ammesso anche lui.
E così, alla sera, nel nostro appartamentino da brave universitarie, Pietro ci veniva col suo amico e i nostri strusci si sono fatti ben più complicati e vari.
Nella più tranquilla delle serate, si finiva per fare l’amore fianco a fianco, nello stesso lettone, osservandoci a vicenda e incitandoci a fare bene e a provare questo e quest’altro. Ma c’erano molto spesso le serate nelle quali i ragazzi ce li scambiavamo, tanto per variare un po’.
E c’erano poi, di tanto in tanto, le serate degli esperimenti, in cui si provavano incastri strani. Poco alla volta li abbiamo sperimentati tutti, con la bocca, con le passerine, coi sederi, una volta con uno davanti e l’altro dietro e l’altra volta viceversa. E, visto che il sedere ce l’hanno anche i maschietti, per non lasciare nulla di intentato, li abbiamo convinti anche ad infilzarsi tra di loro. Ce n’è voluta per far prendere loro in considerazione l’idea, ma noi ragazze avevamo tempo, pazienza ed argomenti molto convincenti, e, una volta provata una prima volta, poi anche questo è diventato un incastro abituale, da ripetere di tanto in tanto, quando si era in vena di stranezze o si era un po’ più brilli del solito.

Cinque.
Finita l’università, l’idea di tornare a casa, al paesello, coi miei, non mi è passata neppure per la testa. Per un po’ Simona ed io abbiamo continuato ad abitare assieme nel vecchio appartamentino da studentesse. Poi, col lavoro, coi primi soldi, ci siamo sistemate meglio ciascuna col proprio ragazzo e, di lì a qualche anno, ci siamo anche sposate.
Ormai non ci si vedeva più tutte le sere, ma le capriole tutti assieme nel lettone le facevamo lo stesso. Almeno un invito settimanale a casa nostra o a casa loro era d’obbligo. Come erano d’obbligo i fine settimana insieme, in montagna od al mare, e soprattutto le ferie. Nelle ferie si partiva rigorosamente tutti e quattro e, per un paio di settimane, si tornava ai bei tempi di una volta.
Ed è stato proprio durante una vacanza che abbiamo sperimentato l’amore in cinque.
Avevamo affittato un cabinato e giravamo per le isole della Croazia. Gettavamo l’ancora in calette tranquille e ci rilassavamo a prendere il sole e a fare il bagno rigorosamente senza nulla addosso. E in una di queste calette deserte il quinto si è materializzato sotto forma di studentello francese in vacanza da solo, con zaino e sacco a pelo. Noi a prendere il sole nudi sulla barca ormeggiata a cinquanta metri dalla riva. Lui a prendere il sole nudo in spiaggia. Ma evidentemente lo attiravamo, perché ogni tanto si tuffava e si avvicinava a nuoto. E così lo abbiamo invitato a salire. Simpatico, bellissimo, vestito solo della sua abbronzatura e con un aspetto molto più giovanile dei suoi diciannove anni, un aspetto da ragazzino, ma un ragazzino molto pepato. Ci è subito piaciuto e noi dobbiamo essere piaciuti a lui. Lo abbiamo arruolato e, nel resto della vacanza, ce lo siamo tenuti a bordo con noi.
Un vero affare, non c’è che dire: perennemente nudo, uccello dritto in cresta ad ogni minima occasione, nessuna remora e nessuna inibizione. Simona ed io ce lo siamo spupazzato per una settimana in tutti i modi immaginabili ed anche i maritini si sono abbuffati ben bene molte volte delle sue chiappette abbronzate e sode.

Sei e sette.
Al sei ci siamo arrivati con internet. Navigando in rete, Simona ed Andrea avevano trovato l’annuncio di una coppia giovane di Milano disponibile e far maialate in compagnia. Dopo molti dubbi, si erano decisi a contattarli e, dopo qualche contatto preliminare, c’erano finiti a letto. Poi, naturalmente, li hanno fatti conoscere anche a noi e si sono organizzate un po’ di serate a sei.

Il sette invece non ci è mai capitato, ma la cosa non è che ci sconcertò. Il mondo dei tentenni è un mondo di coppie. Se proprio si vuol fare i maialini, è inevitabile farlo sommando le coppie, con dei numeri pari, ed il sette ha il difetto di essere dispari.

Otto.
Per ora è il massimo a cui siamo giunti. Ed anche questa è stata la storia di una vacanza estiva in barca. L’estate dopo lo studentello francese, siamo andati ancora in vacanza in Croazia e di nuovo abbiamo affittato un cabinato per girare tra isole e isolette. Stavolta la fortuna ha voluto che, in un’escursione a terra, ci imbattessimo in due coppie giovani di Pisa. Soliti scambi di convenevoli tra italiani che s'incontrano all’estero. Decisione di andare a pranzo insieme in un ristorantino che loro conoscevano. Simpatia reciproca ed altre chiacchiere via via più rilassate, per scoprire infine che anche loro erano dei bei tipi e coltivavano abitudini più o meno maiale come le nostre. E così, visto che a bordo di spazio ce n’era e che loro erano per giunta scontenti dell’albergo dove erano alloggiati e meditavano di trovarsi un’altra sistemazione, li abbiamo invitati a bordo tutti e quattro per continuare la vacanza assieme.
Saliti a bordo in avanscoperta per vedere la sistemazione, ne abbiamo approfittato per fissare ben chiare regole della vita di bordo, e lì abbiamo rischiato di mandare a monte tutto. Vada far vita in comune a stretto contato di gomito e in spazi ristretti. Vada stringersi un po’ per dormire tutti nei letti che non bastano per otto. Vada scoparsi a vicenda i ragazzi e le ragazze degli altri tutte le volte che ne capita l’occasione. Vada anche (ci mancherebbe!) farsi le coccole tra ragazze, ma ai due pisani maschi non andava proprio giù l’idea di mettere nel mucchio delle cose da scambiarsi liberamente anche le loro chiappette mascoline rigorosamente mantenute fino a quel momento intatte. Su questo proprio non volevano sorvolare. Sarebbe stato un peccato perderli e così si è dovuti scendere a compromessi: i vostri sederi li teniamo fuori dal gioco, ma non provate a scandalizzarvi se dei nostri facciamo quel che ne abbiamo voglia.

Poi però, dopo due o tre giorni, anche questo problema si è risolto nel migliore dei modi. Dopo aver visto Andrea e Pietro inchiappettarsi tranquillamente, senza che succedesse niente di male, dopo essersi vistosamente eccitati nel vederlo fare e dopo essersi presi dei “conigli”, dei “fifoni” e dei “complessati” dalle loro donne, perché non avevano il coraggio di farlo anche loro, i due tizi sono scesi a posizioni più concilianti. Alla fine si sono decisi e sono stati loro stessi a proporre di modificare le regole. Niente di più semplice. In un attimo si è tornati al tradizionale “vale tutto e con tutti” e, sedutastante, i loro piselli hanno potuto conoscere l’emozione di infilzare un sedere maschile e, nella mezz’ora successiva,, con un po’ più di difficoltà, ma senza nessun vero dramma, le loro chiappe hanno smesso per sempre di essere illibate.

Più di otto.
Otto è già un bel numero per fare l’amore tutti assieme. Di più può essere che sia ancora meglio, ma per il momento non abbiamo ancora provato. In futuro chissà, non si può mai dire. Del resto, la serie dei numeri naturale è, per sua natura, infinita e, dopo l’otto, di numeri ce ne sono un mucchio.