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L'odore della pelle
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Titolo:
L'odore della pelle |
Autore:
Carla |
Contatto:
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Racconto
n° 2943 |
Altri
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Sono scappata dalla città per rifugiarmi nella mia casa al mare. Estate torrida. Al mattino nuoto sino allo sfinimento, e poi torno, mi siedo in veranda e leggo. Lo incontrai una mattina in cui scesi in paese. Immersa nella folla di turisti e bagnanti, non mi accorsi che ci stavo finendo addosso, e una mano mi trattenne evitando lo scontro. L’odore... di bagnoschiuma o deodorante o semplicemente di sudore rappreso, adesso non saprei dirlo, mi scivolò sulla pelle. Io fissai lui e lui me. Cominciò così, senza parole o frasi fatte, davanti ad un caffé in uno dei tanti bar che s’aprivano sulla piazza, spintonati dalla folla che era ovunque. Ci allontanammo camminando a passi lenti sino alla macchina e poi lungo la litoranea che gira in tornanti attorno alla baia. La mano s’intrufolò tra le mie gambe e mi masturbò. E a casa mi spinse sul letto, mi strappò il pantaloncino e mi scopò. Quanto tempo durò? Ricordo solo il cazzo dentro, il movimento lento del bacino, e l’odore del suo corpo. Venni in un sussulto, liquido a liquido, e da quel momento le giornate si trasformarono in una lunga scopata, e non c’era spazio per altro. Facevamo l’amore appena svegli e poi dopo il bagno e ancora di notte sprigionando la fantasia, il desiderio e la follia in cui entrambi scivolavamo nel punto di non ritorno dei nostri orgasmi. E ogni volta ricominciavamo da capo, come se a quella storia non volessimo mettere un punto. A volte era lui, altre io, una girandola di posizioni sconce, ovunque, mi fotteva in bocca e succhiavo facendo della lingua un’arma mortale e spingevo il cazzo sempre più a fondo, e gli infilavo due dita in culo e premevo con forza e assorbivo, avida, lo zampillo e godevo dei suoi lamenti, intensi di voce roca, e poi come su una giostra impazzita, mi mettevo due dita dentro e mi accarezzavo sino allo sfinimento e venivo, stremata e imperlata di sudore, e avvertivo nuovamente il suo odore di umori rappresi, di sperma acido. E via con un gioco nuovo, lo montavo e mi spingevo all’indietro e afferravo il cazzo con forza, stringendomelo tra le gambe sino a farmelo entrare dentro, e lui mi afferrava i fianchi e li tirava a sé. Uno specchio annerito dagli anni rimandava le immagini dei nostri amplessi e, vengo, dicevo, spingi ancora più dentro, spingi... spingi..., dicevo ancora, sentendo una corrente trapassarmi il ventre... uno, due, tre... venivo a raffica e mordevo il cuscino e le mani, ma lui mi stringeva e fotteva e io lo fottevo... basta, urlavo, ma lui di venire non ne voleva sapere, voleva succhiare la pazzia della mia pelle, giungere nell’anfratto dove bianco e nero si fondono e così cielo e terra, dove nessun essere umano può sopravvivere senza bruciarsi.
Finì all’improvviso e senza preavviso. Una mattina mi svegliai e lui non c’era e non c’era la sua roba e anche l’odore del suo corpo svaporava tra i vapori dell’afa. Una disperazione cieca mi riempì. Fiutai tra le dune di sabbia, per le strade del paese, in mezzo alla campagna, per giorni e giorni stetti in ascolto e mi masturbavo, sognando la sua pelle, lo sguardo malizioso, il cazzo duro come granito, le gocce di sperma che scivolavano tra le labbra, e venivo come un’adolescente nel fiore del primo sogno. Da allora la vita cambiò. Ho scopato con donne e uomini, in camere d’albergo a cinque stelle o in infime stamberghe, ho succhiato cazzi e leccato fiche, mi sono fatta inculare e mordere i capezzoli... Fottere è un’arte, mi dicevo, e può diventare anche un mestiere. Puttana da bordello d’alto bordo. Attendevo il cliente o la cliente di turno ed ero pronta a soddisfare qualsiasi desiderio. Pagavano fior di quattrini per le mie finzioni. Volete il culo, eccovelo, pensavo, e tu cosa vuoi? Osservare le mie dita titillarmi la fica? Ti accontento subito, e tu? Tu? E ancora tu? Poveri idioti, a voi manca l’odore...
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