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Mille volte ancora
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Titolo: Mille volte ancora
Autore: Biancaneve
Contatto:
Racconto n° 2962
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Razionale, materialista, abituata a vivere avventure da un'ora e poi, all'opposto, convivenze dove lentamente mi spengo senza più vedere vie d'uscita, pensando che del resto, cosa dovrò mai cercare? Convinta in modo assoluto che l'amore è un'invenzione umana per razionalizzare le leggi della natura e renderle meno animalesche, oltre che un argomento che fa spesso vendere al cinema.
E poi, di colpo, mi sento morire. Come se avessi dentro un fuoco liquido che scorre in tutto il corpo. Una reazione violenta che mi confonde. Un dolore lancinante come un coltello che si gira nel ventre, ogni volta che il suo viso torna alla mia mente. Nettamente divisa in due sentimenti contrastanti: poter tornare indietro a quando i miei occhi non avevano ancora incontrato la sua bellezza e il desiderio di poter riempire anche solo per un attimo il vuoto che si è creato, fisicamente inventato.
Teorie su teorie. Sul presente, sugli uomini, sulle paure, sull'amore e sulla noia. Fino a capire per la prima volta che comunque, anche in una vita perfetta e senza dubbi di sorta, tutto si sarebbe azzerato in quell'istante. Puoi solo aspettare e sperare che passi, in qualche modo.
L'avevo visto mille volte. E ultimamente avevo anche una buona scusa. Una macchina ormai agli ultimi aliti di vita e proprio lui che doveva ordinare per me quella nuova. Ma, come si può immaginare, quando uno sguardo ti turba e ti prende allo stomaco, doverci tornare ogni volta per definire i dettagli era per me un piacere ma anche un supplizio. Eppure l'avevo visto, ripeto, mille volte, e mille altre ancora. Quando in passato, per puro caso, ci siamo incontrati fuori dalla sua officina, mi sono sempre limitata ad un cenno di saluto, sempre con finta distrazione, e nascondendo quella sensazione allo stomaco che mi tradiva. Anche perchè, per dirla tutta, sono una donna sposata. Non felicemente, ma questo non conta molto. Mi piacciono i suoi occhi, la voce, la sua morbidezza e lo sguardo pungente nascosto dietro un muro di parole pacate. Mi è piaciuto ritrovarlo con un bicchiere in mano, ad una festa di paese, in mezzo alle zanzare e alla musica banale, seduto su una panchina di legno. Ed osservarlo un'altra volta, lontana, in una dimensione di finto perbenismo dove non posso fare nulla. Solo a pensarci mi sento svenire.
I giorni passano e la vita continua, inutilmente, banalmente, ed io archivio i miei moti di vita che a tratti mi assalgono, perché certe sensazioni è meglio dimenticarle. Se abiti in questo posto, se parli con questa gente, e se non puoi scappare, impari a controllarti, per istinto di sopravvivenza.
Poi un pomeriggio di settembre, proprio mentre aspettavo la macchina nuova, quella vecchia inizia a fare rumori strani. La cosa mi ha innervosito. Sono entrata silenziosamente sperando che non ci fosse, come ogni tanto accadeva. Infatti è uscito da sotto una macchina blu un altro ragazzo, salutandomi. I miei battiti sono tornati regolari quando ho capito che non c'era, che non mi avrebbe turbato quel giorno.
- Dovresti lasciarmela un paio d'ore, dopo la controllo.
Rispondo che va bene, nel frattempo mi vado a fare un giro per negozi, l'aria è ancora calda e non ho nulla di importante da fare.
Esco sollevata e cammino fra le vetrine dei negozi, entro in un bar e mi prendo un caffé, vado al parco. Fumo una sigaretta, e poi la seconda.
Torno all'officina, mezz'ora prima del previsto, sperando che l'auto sia pronta, e che riesca a superare ancora qualche settimana senza grandi spese inutili.
Apro la porta del garage e me lo trovo davanti. Le ginocchia mi cedono leggermente, e sono visibilmente stupita, giro la testa verso la macchina, in modo da sembrare interessata esclusivamente al motivo per cui mi ritrovo lì.
Lui è solo, con la solita tuta da lavoro. Mi guardo intorno giocherellando nervosamente con la borsa.
- Che cosa aveva?
- Non lo so, non l'ho fatta io. Comunque adesso è a posto.
Mi accorgo che mi osserva in modo strano, forse qualche mio atteggiamento mi ha tradito.
- Perché mi fissi continuamente? Ti ho vista quella sera alla festa. -
Il suo commento mi spiazza,e mi terrorizza.
- Ti sbagli... mi dici quanto ti devo? - rispondo rovistando nella borsa in cerca del portafoglio, facendo cadere il cellulare per terra.
Impreco nella mente chinandomi a raccoglierlo e quando sono nuovamente in piedi vedo le sue dita che girano la chiave della porta. Si avvicina lentamente fino ad essere a pochi centimetri dal mio corpo. Posso sentire il suo respiro mentre raggiunge il mio collo e con una mano mi sposta i capelli. Chiudo gli occhi e immagino che sia tutto un sogno, divisa tra il desiderio e il senso di colpa. Sento la sua bocca sulla mia pelle, e la lingua che si muove delicatamente. Perdo l'equilibrio, così mi appoggio al muro sporco di polvere. Vorrei correre via, lontano da lui, tornarmene a casa a piedi, di corsa, senza fermarmi per chilometri, e sfogarmi da questa inquietudine. Ma lui ha capito, e mi guarda ancora con i suoi bellissimi occhi. Con le mani mi accarezza la schiena, raggiungendo le mie curve. L'avevo visto, molto tempo prima, baciare una ragazza seduto sull'erba. Mi ricordo di aver pensato "che ci fa con una così?"
Dimentico le mie paure e voglio baciarlo. Sentire nella realtà questa volta, e non nei miei sogni, la sua lingua che si muove con la mia.
Si avvicina finalmente alla mia bocca, che socchiudo aspettando con sofferenza. Finalmente la sento e mi piace anche il suo sapore, una nuova scoperta.
Il mio desiderio, in quel momento senza spazio e senza tempo, la mia necessità, era sentire dolore. Quando una piccola e quasi impercettibile tortura ti accompagna costantemente, solo una sensazione più forte può cancellarla. Mi sorprendo a pensare che non voglio fare l'amore con lui, no, non quando una persona ti piace da morire. "Da morire", un termine che rende perfettamente l'idea, voglio sentire la vita che c'è, è ancora dentro di me, voglio essere sbattuta, divorata, consumata, subito. Non mi serve guardarlo in faccia, la complicità, voglio sentirlo dentro a riempire la mia fragilità di donna.
Mi alza la gonna e io mi giro, mi appoggio con le mani al muro, lo sento che scosta le mutandine. Era questo che volevo? Scivola nel mio corpo, ma non mi basta.
- Più forte - mi ritrovo a dire. Gira lentamente, dentro di me, affonda, poi si ferma ed esaudisce il mio desiderio spingendosi all'interno finalmente con dei colpi decisi.
Mi morde il collo e sento che potrei svenire. Tolgo una mano dal muro per tenere la sua testa, voglio sentirlo mordere ancora, succhiare, voglio sentire il piacere che si unisce al dolore. Vorrei che non finisse mai, ma sento gli spasmi del suo piacere,lo raggiungo chiudendo gli occhi e cercando di trattenerlo dentro di me.
Poi riprendo la borsa buttata per terra e me ne vado.
Avrò coraggio di parlargli di nuovo, dopo questo incontro?
Continuerò forse ad osservarlo in silenzio, sentendomi morire ogni volta, mentre cammina, lavora, si siede ad un tavolo in una festa d'estate. E mi girerò per cercare i suoi occhi, mille volte, e mille altre ancora.