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Ti ho vista
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Titolo:
Ti ho vista |
Autore:
Diddy |
Contatto:
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Racconto
n° 2988 |
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Ti ho vista. Eri rapita da te stessa e non eri consapevole di me. Non eri cosciente che ti vedevo. Eri stanca, molto stanca. Ma ti ho vista.
Quando sei tornata a casa trascinavi i piedi, troppo esausta per alzarli bene. Avevi solo voglia di rilassarti. Dopo cena ti sei preparata per fare il bagno. Hai riempito la vasca versandovi prima il bagnoschiuma all’anguria, in modo che ci fosse crema odorosa ad accoglierti e pregustandone il piacere. Poi hai acceso cinque candele. Hai spento la luce ed hai lasciato le candele ad illuminare il tuo corpo candido, le tue dune nevate, spogliandoti lentamente in quella luce morbida. La sfida inarrestabile di ogni esploratore che ti contempla, la carezza calda di quella luce. Così, con l'odore dell'anguria del bagnoschiuma e quello all’arancia della candela ti sei immersa e ti sei persa nei frutteti del tuo rilassamento ritrovato. Ti ho vista.
Ti sei coccolata con calma, hai incominciato col toccarti piano. Passavi la spugna per il tuo corpo e lasciavi una scia di evanescente schiuma. Accompagnandola nella sua gita sensuale, il caldo vapore dell’acqua ti imperlava la pelle. E’ in tal modo che hai riscoperto i tuoi glutei. Due colline rosee con cime lisce ed umide che si elevano alti dal mare della tua vasca. Sdraiata sul ventre, le tue isole emerse, gemelle e chiare come due lune, esploravi te stessa ed io, vedendoti, ti scoprivo.
Hai smascherato i fianchi, sempre nascosti nelle tue giornate da indumenti pudichi e quasi schivi. Hai identificato ogni osso: l’ileo, la clavicola, la tibia, ruotando su te stessa dentro l’acqua e percorrendoti in punta di dita. Ti sei offerta volontaria per questa tua lezione di anatomia privata. Ti sei offerta e ti sei accettata. Hai indugiato un attimo, più a lungo, sulla schiena e poi sulle spalle. Qui hai ritardato ancora l’attesa di continuare. Coi polpastrelli dipingevi tutta la tua pelle. L’acqua era l’olio colorato sulla tela delle tue curve. E' stato un dipinto lungo e minuzioso. Pochi pittori hanno avuto l’accesso ad un supporto tale, dove applicare la loro arte e la loro magia. Ed io sono, mentre dipingi di brividi la tua pelle, il testimone silenzioso del tuo operare mistico, quasi minuzioso.
Ti sei regalata tanta dolcezza e tenerezza. Con la mano, hai intrapreso un lento e devoto pellegrinaggio tra i rilievi del tuo corpo per arrivare al tuo tempio devoto. L’altare consacrato al tuo piacere. Hai esplorato i tuoi seni, la loro rotondità alla base, le loro vette rosate e sensibili. Un fiocco di neve, una goccia solitaria, la carezza di una mano desiderata, tutto ha il potenziale per provocarne un cambiamento scenografico e di prospettiva. A farli diventare vulcani attivi, pronti ad ardere ed eruttare passione attraverso il tuo corpo. Tuttavia adesso sono calmi. Il fuoco c’è, ma è sommesso. E tuttavia io percepisco il tuo ardore che cova e sta ancora una volta per cercarsi una via.
Il tuo ventre è pianura deserta, eppure selvaggia nella sua nudità. Ti sei massaggiata piano, circolarmente. Il tuo girotondo schiumoso si interrompe quando hai capito. Quando hai ascoltato i sussurri intimi del tuo stesso essere. Il tuo corpo che ti indica cosa vuole ora. Tu lo ascolti ed esegui, serva della tua stessa voglia. Schiava, ma solo di te stessa. E dei tuoi pensieri.
Quando sei giunta al tuo fiore, l'hai sentito turgido ed ansioso tra le tue dita. Ha solleticato le grandi labbra, guardiane vigili ed attente a proteggere la tua intima fortezza. Le hai adulate convincendole che non c’era pericolo, che tu avevi la chiave, quella giusta, quella che scivola felice e apre senza rumore, per entrare nel tuo forziere. Loro si sono inchinate a te e ti hanno aperto, schiudendosi, le porte verso il passaggio umido e segreto che porta dentro il tuo ventre, magico e celato.
Eppure la strada è ancora in parte sbarrata. Le piccole labbra, farfalle gelose del fiore sul quale si posano, non si discostano. Accarezzi le loro ali calde e sanguigne. Le vezzeggi per mitigarle ed addomesticarle. Con le dita dialoghi con loro in un discorso silenzioso. Tacite poesie di lussuria e dolcezza che loro ascoltano incantate, le persuadono e, finalmente, allontanano e schiudono le loro ali carnose. Finalmente lo scrigno che racchiude il tuo estasi desiderato è schiuso. Libero ed aperto alle tue dita esploratrici. Ed io ti osservo.
Ti osservo nel tuo proprio amore. Ti osservo curare il tuo mondo. Ti osservo e capisco: una donna è un fiore. Da seminare, innaffiare e vedere germogliare. Da curare e solo alla fine da cogliere. A quel punto, solo a quel punto, lei permetterà l’accesso al suo frutto segreto, al suo nettare, al suo tenero bocciolo. Ma solo dopo aver ricevuto, in dono, dedizione, cura e passione.
Lenta, leggiadra e silenziosa, trattieni il fiato ed assapori il tuo rapimento. I tuoi occhi chiusi tradiscono l’eleganza dei tuoi movimenti della tua danza sensuale. Un fremito del tuo corpo. Una goccia che cade sul pavimento. Il tuo respiro interrotto. Godi.
Poi, la calma dopo la tempesta, anche la vasca e la schiuma ritrovano la loro pace. Il temporale si è abbattuto su di te, sul tuo corpo, ed è passato. Silenzioso com'era arrivato. Testimone soddisfatto del tempo che ti sei dedicata, sorrido e chiudo gli occhi.
E quando li riapro, mi stai esaminando, ancora. I nostri sguardi si incrociano e si fondono. Tu sei me e io sono te. Sorridiamo insieme, sei nello specchio, mentre lo specchio si appanna. Insieme, con movimenti identici, la mia mano riflessa nella tua sulla superficie lucida, lo puliamo. Per guardarci ancora negli occhi. E sorridere.
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