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Aveva gli occhi da lupa
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Titolo:
Aveva gli occhi da lupa |
Autore:
The Lame |
Contatto:
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Racconto
n° 2993 |
Altri
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- Ciao - La porta a vetri si aprì con un rumore metallico sul sorriso severo della segretaria. - Sei in ritardo stasera! - I suoi occhi intrappolarono i miei pensieri per un attimo facendomi sbattere contro una ragazza che usciva dalla palestra in senso contrario al mio. - Si… Posso ancora farmi la doccia o devi chiudere? – - Se ti sbrighi sì! – Sorrise. Oppure no? Non lo so. Forse era un sorriso, forse era un ghigno. Aveva sempre quell’espressione leggera e severa nello stesso tempo. Uno sguardo deciso, sicuro, con un retrogusto però ironico difficile da decifrare fino in fondo. Oltrepassai la porta successiva che divide la segreteria dagli spogliatoi con il suo sorriso, o quello che era, stampato sulla retina. Non era bellissima, nel senso di appariscente o di un fisico perfetto (ovvero ciò che ci si aspetterebbe dalla segretaria di una palestra che forgia fisici senza cellulite e con poco grasso), ma aveva uno sguardo magnetico; severamente magnetico. Labbra sensuali e occhi pungenti sotto una folta chioma riccia rosso scuro e che cadeva fino alle spalle. Mi ricordava una canzone di Paolo Conte che, in una strofa, parlava di una cassiera che aveva gli occhi da lupa. Ecco sì, lei mi faceva venire in mente una lupa. Misteriosa, pericolosa, selvaggia e che resta nell’ombra fino al momento di azzannarti al collo. Riemersi dai miei pensieri solo quando avvertii l’odore di sudato che faceva il mio kimono quando me lo tolsi. Forse era ora di farlo lavare. Avevo male alla spalla e nel chinarmi avvertii la solita fitta; l’indomani avrei avuto male a tutta la schiena. Lo spogliatoio maschile era vuoto. Odore di umido e bagnoschiuma. La finestra era appannata. Mi fermai per un attimo a guardare oltre il vetro la città al buio sotto una leggera coltre di pioggia o umido. - O questo clima o la nebbia - pensai - Del resto l’autunno qui, fra il mare e la palude, non può essere diversamente - Una fitta di malinconia mi prese al petto, ma di quella melanconia, quel dolore, che quasi ti piace. Che ti fa raggomitolare su te stesso desideroso solo di avere una coperta e un letto dentro cui nasconderti. Riemersi nuovamente dai miei pensieri quando sentii una porta chiudersi violentemente e mi accorsi che la musica in sottofondo era sparita. - Avevo detto che facevo presto e sono ancora in accappatoio! Mi devo muovere! – Aprii il rubinetto della doccia per fare uscire l’acqua calda. Mi tolsi l’accappatoio lo appesi ed entrai nella nuvola di vapore acqueo che fuoriusciva dalla doccia. Calda… fredda… calda… giusta. Chiusi gli occhi e lasciai che l’acqua scorresse sulla mia testa. Dai capelli alle spalle, alla schiena, al sedere, all’anima. Sentii qualcosa che non ci doveva essere e aprii gli occhi, mi girai e la vidi entrare senza rumore, come un sospiro nel vapore dietro di me. Intravidi la sua sagoma oltrepassare la nuvola a comparirmi davanti. L’acqua lavava la mia faccia immobile mentre cercavo di mettere a fuoco. I suoi occhi brillavano più del solito. - Posso farmi la doccia con te? – Allungò un braccio sulla mia spalla mentre sentii i suoi seni piantarsi duri sul mio petto ricoperto dall’acqua calda. La sua bocca mostrava appena i denti mentre parlava. Attraverso le labbra che accennavano appena un sorriso, questa volta ero più che sicuro che si trattasse di un sorriso, intravidi i canini sporgere leggermente e nel suo sguardo vidi quello che vede la preda negli occhi del suo cacciatore. L’acqua scorreva sul suo seno piccolo e violento, sul suo ventre, fino ai fianchi e al pube. Sorrisi, paralizzato da quello sguardo e dalla pressione che faceva il suo seno su di me, sentendomi preda. Mi arresi alla sua presa, alla sua bocca che mi azzannò violenta. Indietreggiai istintivamente, ma il muro fermò la mia schiena. Lei mi azzannò al collo. Violenta. - Potrebbe entrare qualcuno… - - Ho chiuso a chiave la porta, ci siamo solo noi. – Staccò appena i denti dal mio collo per parlare e subito dopo continuò a mordermi il petto. L’acqua scorreva calda sul mio viso mentre le sue forme abbondanti premevano sul mio corpo. La sua bocca inseguiva l’acqua che correva verso il basso. Le sua mani graffiavano la mia pelle. Prese con forza tutta la mia passione eretta e la graffiò, la tirò con forza e, con altrettanto vigore, la portò a sè, dentro le sue labbra che invece sapevano essere morbide. La sua lingua regalava dolci pennellate di piacere, ma la sua bocca mi faceva sentire anche i denti mordendomi appena. Ero ormai in suo potere. Atterrato, azzannato alla gola e lacero di piacere. Mi spinse fuori dalla doccia. Caddi sulla moquette del pavimento. Tentai di rialzarmi, ma lei mi aveva già preso. Si era seduta sopra di me ed aveva cominciato la danza. Mi artigliava il petto mentre dondolava, con forza e violenza mi strappava le carni dal petto. I suo capelli rossi sprizzavano acqua verso tutte le direzioni come sangue da una arteria recisa. Vedevo il suo seno impazzito saltellare sopra di me. Era bellissima nella sua violenza, nella sua presa, nelle sue forme generose che sobbalzavano sopra e contro di me. Si bloccò d’un tratto, violenta mi strinse e mi tirò i capelli con forza. Mi arresi al sapore del piacere, alle sue unghie piantate nella mia testa, al mio essere preda del suo corpo steso sopra il mio ansimante. E mi abbandonai chiudendo gli occhi mentre si cibava di me. Quando li riaprii non c’era più. La intravidi sotto la doccia. Mi rialzai e ritornai nella nuvola di vapore. - Muoviti che non voglio fare notte qui! – mi disse rapidamente mentre usciva dalla doccia. Questa volta neanche un sorriso. Solo quegli occhi decisi e ardenti che appena mi sfioravano. Mentre ritornavo sotto la doccia mi venne di nuovo in mente Paolo Conte: “...una nuova cassiera sostituiva la prima, questa qui aveva gli occhi da lupa…”.
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