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Gli piaceva il suo culo
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Titolo:
Gli piaceva il suo culo |
Autore:
Pecos Bill |
Contatto:
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Racconto
n° 2999 |
Altri
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Dopo quella prima volta le chiese di portare sempre una gonna corta senza nulla sotto, la prendeva ogni volta che ne aveva voglia, disponendone come credeva. Appena poteva risaliva con la mano lungo le cosce, le cercava il buchetto con la punta dell’indice, glielo titillava per un po’, poi lo bagnava tra le labbra, quelle labbra, e si faceva strada dentro di lei, fino alle nocche. Gli piaceva far questo quando erano in piedi, e lui le si metteva dietro o di fianco. Succedeva spesso sull’autobus affollato che talvolta prendevano assieme. Sentiva scorrere quel dito su e giù, sentiva i capezzoli inturgidirsi, li vedeva spuntare sotto il tessuto sottile della t-shirt, le sembrava che tutti la osservassero. Si mordeva le labbra per non urlare, lui le sussurrava nell’orecchio: “Sei mia, faccio di te quello che voglio”. Se guardavano la televisione la metteva bocconi, di traverso sulle sue ginocchia, le sollevava la gonna, una mano nella scollatura mentre con l’altra le divaricava le gambe, cercava la passerina, la penetrava lentamente fino a sentirla bagnare; la teneva in sospeso, sentiva il corpo di lei tendersi, una strizzata alle tette per fermarla. Una, due tre volte. “Vai avanti, ti prego”. Cominciava a prepararglielo: prima l’indice, inumidito dai suoi stessi umori, entrava facilmente, vi univa il medio, ruotava le dita penetrandola profondamente, avanti e indietro. Trovava i capezzoli, si fissava su uno, lo stringeva appena tra il pollice e l’indice. Se lei opponeva resistenza la pressione aumentava, lo schiacciava, lo torceva. Qualche volta si fermava, cercava la sua nocciolina, la toccava, la carezzava: gli piaceva farsela venire in mano. Più spesso la violava utilizzando tre dita, e lei sapeva cosa sarebbe seguito: l’avrebbe costretta in ginocchio, prona sul divano, sarebbe entrato dentro di lei, si sarebbe alternato nelle sue aperture, incurante del suo piacere o del suo dolore fino a portarla allo sfinimento. Le sue grida, di eccitazione, dolore o rifiuto, lo eccitavano; qualche volta era dolce, spesso aggressivo, selvaggio, le batteva le natiche sode con le mani aperte oppure si attaccava ai suoi seni rotondi utilizzandoli come prese per entrare ancora più profondamente nelle sue intimità. Se uscivano a cena si faceva precedere nei bagni del ristorante, lei lo aspettava davanti allo specchio, appoggiata al lavandino, china in avanti, la gonna alzata che non copriva quasi nulla. Lo sentiva entrare, chiudere a chiave; lui le metteva le mani sui fianchi, sentiva la mazza dura farsi strada, le divaricava le natiche esponendo il buchetto che apriva con i pollici, prima l’uno, poi l’altro, allora lei lo sentiva uscire dalla vagina ricca di umori per affondare con un unico movimento nel suo intestino che veniva alla fine riempito dai suoi caldi fiotti. Riprendevano la cena come se nulla fosse successo. Altre volte, la sera, si fermava lungo la strada usando il cofano dell’auto come appoggio e la possedeva incurante di chi passava. A letto, un letto di ottone, la legava alle colonnine, un cuscino piegato sotto l’addome per esporla meglio, ne faceva quello che voleva. “Mi piaci perché ti torna sempre stretto come la prima volta; come se tornassi vergine. E’ un dono prezioso, quasi sprecato però”. “Perché sprecato? Cosa intendi?” “Lo conosco io solo, mi piacerebbe condividerlo con qualche amico” “Non vorrai raccontare questo in giro!” “Non esattamente”. “Non capisco ….” “Vorrei… farti vedere, vederti...” “Tu vuoi farmi scopare da tuoi amici!!!” “Ti voglio scopare con i miei amici: con due uccelli in corpo godresti il doppio” “Sei solo un maiale”. “Un culo come il tuo va valorizzato e conosciuto; ma se non vuoi un cazzo vero ne avrai di finti e di tutte le misure”. Qualche giorno dopo si stava divertendo con lei a letto, l’aveva legata come altre volte, curando con cura particolare l’esposizione del suo fondo schiena. Le attaccò due mollette ai capezzoli. “Quando ti strofinerai sul letto ti procureranno sensazioni piacevoli” Si era allontanato pochi minuti ed era tornato molto allegro. “Ho scoperto un sito internet dedicato alle esibizioniste, accettano fotografie che mostrino cosa piace fare e farsi fare; diventerai una protagonista”. Le scattò una prima serie di immagini, erano ben esposti la figa e il culo. Una seconda serie faceva vedere la passerina penetrata progressivamente da una, due e poi tre dita; tolta la mano la figa restava aperta pronta a ricevere il cazzo, seguivano una serie di foto che dimostravano una bella scopata ed infine l’ultima faceva vedere la sborra che colava. Prese una zucchina che si era portato dalla cucina, era lunga una trentina di cm e di diametro adeguato, gliela infilò facilmente fino a toccare l’utero. “Ora ti farò venire con questa, sei così porca che non avrai problemi”. Usava la mano destra per scoparla con la zucchina, mentre con la sinistra le stimolava la nocciolina. Ogni tanto si fermava con l’una o l’altra mano e scattava una foto. Venne dopo pochi minuti. “Porco maledetto”. “Ho appena cominciato, godi con un cazzo finto, ora vediamo con due”. Aveva una serie di zucchine di dimensioni crescenti, ne ungeva una con un po’ di vaselina, gliela infilava nel culo, la fotografava, la estraeva fotografandola di nuovo per fare vedere il buco sempre più largo. Due grosse zucchine le sporgevano dal culo e dalla figa: ne prese una per mano facendole scorrere avanti e indietro alternativamente. Il corpo di lei cominciò a muoversi lentamente. “Comincia a piacerti, lo sapevo”. I movimenti di lui si facevano più rapidi. Le uscì un gemito. Rallentò. “Ancora”. Le mollò un manrovescio sul culo. “Per piacere, non si dice più? “Ancora, per piacere”. Riprese e, quando gli sembrava stesse per venire, rallentava, spesso le dava una gran manata sulle natiche sempre più rosse. Fu squassata da un orgasmo che poche volte aveva provato. Le tolse i cazzi finti e fotografò le sue aperture ben più che socchiuse. Le rinfilò una zucchina nella figa e l’inculò ancora una volta, ma questa volta con il suo cazzo. Lei venne ancora una volta; la slegò, la girò. Sul lenzuolo i segni lasciati dai capezzoli martoriati. Le prese le tette in mano, quasi soppesandole. “Non è finita ancora, ci divertiremo ancora molto tu ed io”.
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