|
|
|
An old story
|
|
|
Titolo:
An old story |
Autore:
Luah |
Contatto:
|
Racconto
n° 3038 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
|
|
Sono una vecchia e, come tale, ormai invisibile. La mia silhouette magra e un po' curva si riflette senza pietà sulle vetrine di via del Governo Vecchio; tutti i giorni cammino fino a Campo de' Fiori dove ho ancora qualche amico. Da molti anni uso occhiali scuri, ormai più per preservare il prossimo dall'orrore della mia faccia che per il timore di essere riconosciuta. Sono stata quella che adesso si definirebbe una stripper, ma non solo... Ho viaggiato il mondo esibendomi nei club più esclusivi, facendo perdere la testa (e perdendola qualche volta) per gli uomini più influenti del pianeta. Dicevano che quando cominciavo a spogliarmi diventavo musica, ma a me piace più dire che facevo l'amore con la musica. Cominciava tutto quando l'ultimo centimetro di stoffa cadeva e poi dipendeva dalla band del momento, l'orgasmo poteva essere velocissimo: un'esplosione o una splendida agonia. Poi nel '43 è finito tutto: ero a Berlino, lavoravo al Blue Sky, avevo 33 anni. L'età giusta per morire o per rinascere. C'era la guerra, voi neanche immaginate cosa sia stato vivere da principessa in quegli anni, le notti di jazz, oppio e sesso: gli uomini erano ossessionati da me e molte donne pure. Di solito ero sempre in viaggio per non farmi prendere troppo dai luoghi dove mi esibivo. Mi riposavo solo nelle lunghe traversate oceaniche, da sola o con qualche amica fidata. Erano passate quasi tre settimane, troppo tempo, ma non era facile andarsene da Berlino. Per complicare la situazione, il barone Von K. mi braccava, io non lo volevo, restituivo tutti i suoi regali: gioielli, pellicce, macchine, case. Avevo anche chiesto di non farlo più entrare al Blue Sky, ma era troppo influente; notte dopo notte era lì, seduto sul solito divanetto capitonnè blu in angolo, il monocolo scintillante nel buio, la sigaretta perennemente tra le dita gialle. Poi una notte, praticamente un'alba livida di fine febbraio, la mia suite nel Majestic, uno splendido hotel liberty sul fiume Sprea, distrutto pochi mesi dopo, è stata invasa dal Barone Von K con una decina di uomini mascherati. Non ho detto una parola, sapevo non sarebbe servito a niente. Mi hanno trascinata di peso giù dalle scale, giù fino alle cucine, fino alle celle frigorifere disattivate. Lì mi hanno violentata in tutti i modi e picchiata per un tempo infinito. L'ultima parola è stata di Von K. che, con un coltello da cucina anche poco affilato, mi ha sfregiato la faccia ed il corpo. Non ho detto una parola: mi sono limitata a guardarlo con disprezzo prima di svenire. Ovviamente nessuno ha visto né sentito niente. Il giorno dopo mi sono svegliata in quello che sembrava un ospedale, ero a pezzi. Letteralmente. Mi avevano dato un centinaio di punti, la faccia tumefatta, fratture multiple. Avevo soldi, molti soldi, così, nonostante la guerra, ho potuto avere il meglio, ho comprato il silenzio dei medici ed un attestato di obito. Poi sono stata tre mesi nella Foresta Nera leggendo Goethe in tedesco, nascosta in in uno splendido chalet. Lentamente le mie ossa si sono saldate e ho rincominciato a camminare, ma non avevo più voglia di fare l'amore con la musica. E poi il mio corpo era sfigurato. Avevo dei conti in sospeso in Germania, ma me ne sono scesa a Roma, il clima è migliore per non parlare della cucina. All'epoca avevo una carissima amica, forse più che amica, mezza tedesca e mezza turca, il corpo una scultura, la pelle dorata, due occhi verdi da paura e onde e onde di capelli ramati: miss W. Ci rincorrevamo per il mondo, a volte passavamo settimane chiuse in una cabina di prima classe solo dormendo ed accarezzandoci. Il suo telegramma non mi stupì affatto, sapeva che ero a Roma, mi chiedeva di raggiungerla a Venezia pochi giorni dopo, ma con un dettaglio: avrei dovuto usare abiti maschili. Sorrisi, avevo una valigia intera di abiti maschili fatti su misura per me, scarpe, bretelle, cappello, passaporto... erano anni folli, con il lasciapassare giusto si attraversavano nazioni in guerra. Le istruzioni erano chiare, c'era una barca coperta ad aspettarmi sul rio dietro la Fenice, la parola d'ordine era cercare “Toni”. La barca scivolò tra i canali sino ad arrivare sul retro di un palazzo, ad un certo fischio un portone si aprì ed entrammo. Usavo un tuxedo, cappotto, un Borsalino sui capelli corti (me li avevano rasati per ricucirmi) calato sul volto. C'era una festa elegantissima, non guardai in faccia nessuno e mi sedetti al bar con uno scotch davanti. La seconda dose me la servì PJ, un grosso barman negro, strizzandomi l'occhio. Mi aveva riconosciuta, ero a casa. Apparve Miss W, bellissima in un lungo nero trasparente con due profondi spacchi laterali. Venne verso di me mi passò il braccio sinistro dietro il collo, il contatto della seta del guanto sulla mia nuca mi diede un brivido sottile, poi lei mi baciò sulla bocca indugiando lievemente con la lingua sulla mia cicatrice sul labbro inferiore. Passai del whisky dalla mia bocca alla sua mentre, con piglio maschile, fingevo di sondare la consistenza di quel culo che conoscevo nei dettagli. C'era moltissima gente, nessuno faceva caso a noi, lei mi sussurrò di aspettare qualche minuto e poi di seguirla. Tempo di farmi riempire il bicchiere e scivolai in un corridoio ovattato dagli arazzi, poi dentro una porta socchiusa. Seguivo il suo profumo: Tabac Blonde di Caron. C'era una poltrona di cuoio davanti ad un vetro specchiato, la luce che arrivava mi mostrava una stanza abbastanza grande dove pendevano delle corde, delle fruste, c'era una grande croce ad X, delle panche. Una sala delle torture! Mi tolsi la giacca e mi accomodai, sapevo che lo spettacolo mi sarebbe piaciuto. Poi entrò Miss W. con una parrucca biondo platino uguale a com'erano i miei capelli prima dell'incidente nelle cucine del Majestic. Indossava un paio di stivali di pelle nera aderenti, lunghi fin quasi all'inguine (per la prima volta, glielo vedevo depilato), tacchi stiletto da 12 cm! Poi usava un corsetto sempre di cuoio nero di foggia settecentesca che le schiacciava e allo stesso tempo lasciava sul punto di balzare fuori le splendide tette che, quando stavamo assieme, non riuscivo a smettere di toccare. Mi sorrise dall'altra parte dello specchio anche se non poteva vedermi, poi lentamente indossò un'imbragatura di cuoio con davanti un cazzo di dimensioni esagerate. In un'istante mi passò per la testa che mi sarebbe piaciuto troppo farmi scopare da lei con quell'arnese, ma le sorprese non erano finite: sopra la basic leather indossò uno dei miei vestiti di scena! Praticamente la mia caricatura! Mi stavo divertendo sempre di più, allentai il papillon aprii il primo bottone della camicia e accesi una sigaretta. Poi la musica cominciò, lei si rassettò l'abito teso sul davanti da quella cosa smisurata e dalla porta entrò il Barone Von K. nel suo frac. Improvvisamente non sentivo più odio, i miei conti con il passato sarebbero stati liquidati in tempi brevissimi, grazie a miss W che me l'aveva servito sul classico piatto d'argento. Lei cominciò a ballare come facevo io, mi imitava benissimo. Si guardava a lungo nello specchio sorridendosi e sorridendomi mentre il vestito scivolava giù. Finchè rimase solo con l'underwear di pelle nera... allora, con lievi colpetti di frusta, lo obbligò a spogliarsi. Quando accennava a resistere il frustino d'equitazione lo colpiva con precisione chirurgica ai capezzoli, prima, e ai genitali, dopo. Rimase nudo; un ridicolo verme nudo e ipnotizzato dalla mia sosia. Poi cominciarono le danze, quelle vere. Lo obbligò a rinculare fino alla croce dove lo legò a gambe e braccia spalancate e, mentre con la mano sinistra fingeva di masturbarsi l'enorme fallo nero, con la destra gli assestava secchi colpetti di frusta. Lui gemeva e rantolava pregandola di fargli male. Lo spettacolo m'interessava sempre di più... Lei gli legò alle palle sotto il cazzo piccolissimo (ma duro e e con la punta storta) una corda con dei ganci a cui progressivamente aggiungeva dei pesi poi da dietro gli infilò nel culo una specie di tappo di ferro di forma ovale da cui sporgeva un manico a cui lei a volte dava un calcio suscitando una reazione immediata sul cazzetto cui, senza indugio, assestava delle frustate. Sui capezzoli gli aveva applicato due morsetti di ferro. Lui sembrava in estasi. PJ si materializzò sulla porta con una bottiglia di Jack Daniel's e mi chiese se me la sentivo di finire io il lavoro. Ma che domande. Mi fece strada e in un attimo ce l'avevo davanti. Aspettavo questo momento da tempo e adesso non m'interessava già più. Miss W mi aveva eccitata moltissimo, cominciai a baciarla e a cercare la sua fessura sotto le strisce di cuoio. Lui, il verme, riaprì gli occhi e quando mi vide sembrava avesse visto l'inferno: come tutti mi credeva morta. Cominciò a tremare ed implorare e un pianto dirotto gli uscì dal petto. Miss W spinse una panca davanti a lui, mentre io facevo vibrare nell'aria le varie fruste assaporandone lo schiocco. Con una bella nerboruta cominciai ad infierire sulle parti più intime finché non gli si rialzò, Miss W si era distesa sulla panca davanti a lui e con i tacchi lo stava tormentando finché io, superando il ribrezzo che provavo per lui, con una mano glielo presi mentre gli infilavo lo stiletto di 12 cm che avevo svitato dallo stivale, direttamente nell'uretra. Lui si accasciò dal dolore. Prestissimo collegai i morsetti sui capezzoli e tutto il resto a dei cavi elettrici, poi prima pianissimo, quasi un formicolio, poi sempre più forte, la corrente gli sconquassò il corpo. In bocca un morsetto ad alto voltaggio gli aveva forato la lingua. Con questo spettacolo davanti a me non mi restò che togliermi i pantaloni e i boxer da uomo: in scarpe stringate, calzini e giarrettiere m'impalai felice su quel totem che svettava tra le cosce di Miss W. Mi muovevo su e giù molto lentamente finché, dopo mesi in cui il mio corpo era stato inutile, tornai a provare un orgasmo. Poi ci baciammo a lungo incuranti del fantoccio ormai ridotto ad un ammasso inutile di carne. Lo trovarono solo il giorno dopo, impeccabile nel suo frac, galleggiando a faccia in giù in un rio dall'altra parte di Venezia. L'autopsia disse che era scivolato in acqua in seguito ad un arresto cardiocircolatorio. Qualcosa avevo imparato: mai lasciare tracce... Fu così il mio battesimo. Da allora ho imparato tutte le tecniche, tutte le raffinatezze più perverse, per molti anni mi sono divertita ed ho accumulato una fortuna facendo del male alla gente. Avrei tante cose da raccontare, ma non voglio annoiarvi, sono solo una vecchia invisibile, col suo sacchetto della spesa ed un paio di gatti sempre affamati che mi aspettano in casa.
|
|
|
|