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Anna
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Titolo:
Anna |
Autore:
Marilù |
Contatto:
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Racconto
n° 3039 |
Altri
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Da come entrò nello scompartimento capii subito che era una che ci stava. La guardai di sottecchi, sollevando impercettibilmente lo sguardo dal giornale, mentre sistemava la valigia nel vano bagagli. Abbronzantissima, abito a fiori trasparente che lasciava intravedere la biancheria intima, gambe snelle di un bel marrone dorato, che scoprì fino a metà coscia nel movimento di sollevare il bagaglio; istintivamente mi alzai di scatto per darle una mano, giusto per occhieggiare la generosa scollatura ed intravedere un sottile reggiseno che a mala pena conteneva un traboccante seno, anche questo di un perfetto color nocciola dorato: era sicuramente una da topples o da abbronzatura integrale. Se ne accorse con la coda dell’occhio, mi ringraziò con un aperto sorriso e si sedette di fronte a me abbandonandosi mollemente nel sedile. Prese una rivista dalla borsa e iniziò a sfogliarla, sorridendo di tanto in tanto. Ogni tanto alzava lo sguardo lanciandomi un’occhiata languida. Iniziai ad osservarla, prima di nascosto e poi sempre più apertamente. Aveva labbra carnose ben disegnate da un rossetto color arancio, gli occhi scuri ben truccati, ombreggiati da lunghe ciglia. Era sicuramente una molto curata e sicura di sè, modello “prendo quello che voglio, non mi fermo davanti a niente”. Proprio il tipo di donna che mi piaceva. Questa me la scopo al più presto, pensai. Quasi avesse indovinato i miei pensieri, si allungò sul sedile per accavallare le gambe; contemporaneamente, per facilitare la manovra, sollevò la gonna e la drappeggiò morbidamente da un lato, scoprendo parte della coscia destra, che di proposito mise in mostra davanti a me. Cominciai a sudare, sperando che non si accorgesse della mia iniziale eccitazione. Mi allungai anch’io nel sedile e intenzionalmente sfiorai il suo ginocchio col mio. La signora non perse tempo e sorridendomi invitante “mi scusi” disse “questi sedili sono così scomodi e c’è così poco spazio. Basta un niente per urtare il vicino”. Veloce la signora, sicuramente una abituata a prendere la palla al balzo, non si era certo lasciata sfuggire l’occasione. Mi chiesi che lavoro facesse. Le sue parole, il tono, l’atteggiamento del corpo proteso verso di me mentre parlava erano più eloquenti che qualsiasi discorso diretto. Quella ci stava eccome. Già sentivo lievi ma indicativi movimenti dentro i miei pantaloni, quasi il vagito di un neonato. Non persi tempo, anch’io ero uno veloce; iniziai una conversazione leggera, alternata da eloquenti occhiate verso la sua scollatura e la coscia, ora appena più coperta. Da parte sua la mia dirimpettaia ricambiava le occhiate con spudorato ardore. Sempre più incoraggiato, passai dai complimenti ad informazioni sulla sua destinazione: bisognava pur stringere e cercare di organizzare qualcosa di più concreto. Seppi che abitava a Roma ed era diretta a Milano, per scegliere la collezione autunno-inverno, prima della consueta chiusura estiva. Garrulo dissi che dalla sua eleganza avevo sospettato che fosse nel mondo della moda. “Non proprio” disse “dirigo solo un negozio di abbigliamento, e sono in ritardo con le ordinazioni”. Non mi scoraggiai ed iniziai ad elogiarla per il suo lavoro, le donne adorano i complimenti, soprattutto quelli in campo professionale: “Sicuramente dirige con polso, ma anche con molta comprensione verso i suoi dipendenti. Scommetto che è il capo che tutti vorrebbero avere”. “Però!” mi rispose lei, visibilmente compiaciuta “lei è una persona perspicace, non so come abbia fatto a capirlo, complimenti…non è facile trovare un uomo così attento”. I complimenti si sprecavano da ambedue le parti: “E’ facile” risposi “Lei ha uno stile inconfondibile... la sua sicurezza, il suo modo di fare, la sua eleganza parlano da sè”. “Grazie. Mi creda, è raro trovare un uomo così capace di cogliere i dettagli, e poi così galante... se lo è con una sconosciuta, non oso pensare a come può comportarsi in situazioni più intime”. Era fatta! Mi aveva appena lanciato un invito. Ora si trattava solo di stringere e di accordarsi su dove e quando. Pensai di invitarla nel mio appartamento di Milano. La mia compagna era in vacanza dai suoi a Napoli; stavo, infatti, tornando al lavoro dopo essere stato anch’io con loro per una settimana, e la prospettiva di passare qualche ora a casa mia, in tutta libertà con una sconosciuta, era molto attraente. Questa non mi sembrava certo il tipo che si formalizzava. A meno che non avesse un piede a terre per i suoi spostamenti: era sicuramente la tipa giusta per quel genere di cose, una che lasciava poco spazio al caso. Mentalmente pensai come passare a vie di fatto e farle per primo la proposta; eventualmente avremo poi vagliato insieme le diverse soluzioni. Sempre più gasato continuai sullo stesso tono, accompagnando i complimenti più o meno velati a studiati movimenti del ginocchio che continuamente sfiorava ora il suo, ora la sua coscia. La signora non solo faceva finta di niente, lasciando intendere che non le dava fastidio, ma andava addirittura a cercare e stimolare nuove posizioni con studiati movimenti delle gambe. Intanto, come a dare un tono confidenziale alla leggera e futile conversazione, mi sporgevo in avanti imitando il suo atteggiamento e cercando di sfiorare continuamente le gambe o la mano con le mie dita, mirando sempre più su, al generoso seno che la vertiginosa scollatura metteva in evidenza (sbaglio o aveva slacciato un altro bottone?). Avevo a che fare con una vera femmina. Dovev però sbrigarmi, stavamo per arrivare in stazione centrale a Milano e dovevo assolutamente far volgere quel duetto di complimenti a mio favore, strappargli il numero di telefono e il nome… Già, non sapevo nemmeno il suo nome, presi dalla situazione avevamo entrambi dimenticato di chiederlo. “Un cavaliere così galante è raro trovarlo il giorno d’oggi. Non posso rischiare di perderlo per strada, che ne dice di dirmi almeno il suo nome”. Battuto in dirittura di arrivo! Anche stavolta mi aveva preceduto; la fraschetta la sapeva lunga! “Andrea” dissi “mi chiamo Andrea, e tu?” Questa volta mi ero aggiudicato il match. “Bel nome, importante, significa uomo vero? Ti si addice, io sono solo Anna”. Lo disse guardandomi negli occhi e allargando leggermente le gambe per permettere al mio ginocchio, che premeva sul suo, di farsi spazio fra le sue cosce calde. Cazzo se ci sapeva fare, quella era una vera esperta, non mi ero sbagliato. Chissà quale era il suo vero lavoro... Assecondai il suo gioco di gambe, mentre la tensione dentro i miei pantaloni cresceva. Intanto la vigliacca, pur mostrando crescente interesse e regalandomi promettenti panorami con sapienti movimenti del busto, sempre proteso verso di me, teneva ben saldo tra le sue gambe il mio ginocchio, impedendogli di avanzare. Era certo una che voleva tenere in pugno la situazione, una dominatrice. Perché no, mi dissi, anzi, lasciamola fare. Mi è sempre piaciuto quel genere di donna, e questa in particolare sapeva gestire bene la faccenda, rendendola molto eccitante. Già pregustavo la serata: cenetta a casa mia, luci soffuse, candele profumate… il resto lo avrei lasciato alla sua fantasia. Piuttosto, pensai, spero di trovare le candele! Chiara, la mia compagna, tende a nascondere tutto! Devo anche ricordarmi di accendere il condizionatore; dopo una settimana che è stata chiusa, la casa sarà rovente. Si, avrei organizzato tutto per le 20-20:30! Così avrei avuto tutto il tempo di creare l’atmosfera giusta, e per la cena… ma sì, cibi pronti, magari un po’ afrodisiaci… uhm, chissà se ne avevamo bisogno... non credo però, meglio di sì, non si sa mai. “Anna” dissi “perché non mi dai il tuo numero di telefono?” “Subito” disse lei prendendomi il telefonino dalla mano “lo digito io, così non potrai dire di averlo scritto male” mentre sorridente ed ammiccante non mollava la presa sul mio ginocchio, impedendomi però di avanzare tra le sue gambe… mi ero già immaginato di strusciare sulle sue cosce e con un po’ di fortuna sfiorarle anche il pube… ma non insistetti, percepivo che seguiva un suo gioco. Ad ogni modo era proprio svelta la ragazza! Svelta e decisa, giusta per me; quella che ho sempre desiderato incontrare: intelligente, sicura del fatto suo, che andava dritta al sodo, ma anche la donna che amava farsi corteggiare senza finti pudori e a sua volta corteggiava con leggerezza e ironia. Ero cotto, non vedevo l’ora di baciare quelle labbra invitanti, di accarezzare quella pelle morbida e calda, di… Ma dovevo sbrigarmi ora, sennò sarebbe stato più difficile. “Senti, ho la casa tutta per me questa sera, che ne dici se ceniamo insieme?” “Volentieri, devo solo ottimizzare i miei impegni, ci sentiamo nel tardo pomeriggio, così mi dirai anche dove devo raggiungerti”. Mi sfiorò il ginocchio, prima di spostarlo leggermente, mentre con studiata lentezza accavallava le gambe, con un gesto che scopriva le cosce fino all’inguine, per poi appoggiarsi mollemente ad esso. L’improvvisa, evidente erezione mi fece arrossire, strappandole un sorriso compiaciuto. Si sporse ancora in avanti, evidenziando i seni rotondi e attirando la mia attenzione su un capezzolo, appena più scuro, che faceva capolino al momento giusto. Ero concentrato sulla mia erezione, mentre lei parlava e rideva gesticolando continuamente, quando mi sentii sfiorare dal tocco sottile delle sue dita. La tensione parossistica del mio cazzo mi fece saltare sul sedile, strappando a lei una risata divertita e canzonatoria allo stesso tempo, accompagnata da sguardi e ammiccamenti del capo verso la mia patta tesa. Ora sta esagerando un po’, pensai, devo cercare di tenerla più a bada. “Questo viaggio sembra più lungo del solito, non ti pare?“ disse candida la stronzetta. “Eh sì, che ne dici di sgranchirci le gambe?” proposi. “Tra poco sicuramente, siamo già arrivati”. Il treno infatti stava imboccando la galleria della stazione centrale, tra poco saremo scesi. Con disagio mi resi conto che dovevo prima far sbollire l’erezione. “Facciamo scendere tutti, stai ancora un po’ nel vagone, per favore” le sussurrai. “Certo” fece lei, alzandosi all’improvviso e sollevando le braccia per prendere la valigia dal vano sulla sua testa. "Ma che cazzo ha capito?" pensai, alzandomi anch’io per aiutarla. Rimasi senza fiato… quella era una maestra di seduzione! Appena mi sentì alle sue spalle sporse indietro i fianchi fino a farli aderire al mio bacino, spingendoli leggermente contro e ruotandoli per sentire la mia erezione che oramai stava raggiungendo livelli di guardia. Andò avanti per qualche secondo, incurante delle persone che ci guardavano con finta indifferenza. Mentre stavo per raggiungere l’apice del piacere, lei, come se l’avesse intuito, si stacco improvvisamente, lasciandomi un acuto senso di frustrazione che mi fece cadere pesantemente sul sedile del treno. Intanto prese la valigia e velocemente uscì dallo scompartimento. Cercai di raggiungerla nel corridoio, ma la calca delle persone me lo impediva; in un attimo sparì dalla mia vista. Sicuramente mi aspettava giù dal treno. Me la presi comoda. Ci saremo trovati una volta usciti dai binari. Milano ha sempre quella confusione. Scesi dal treno, mi guardai attorno, non la vedevo. "Strano" mi dissi. Uscendo dalla barriera per cercare un posto più silenzioso e chiamarla, la vidi con la coda dell’occhio. No, non poteva essere lei… guardai meglio… sì… è lei, stesso vestito. Mi bloccai, baciava appassionatamente un’altra donna, una bellezza mozzafiato. Le guardai ammutolito, mentre abbracciate mi passavano vicino; lei mi guardò con la coda dell’occhio rivolgendosi alla sua amica “amore, andiamo subito a casa, non vedo l’ora di raccontarti cosa mi è successo”. Indispettito per essere stato preso per il culo e mandato in bianco così abilmente, presi il telefonino e feci il suo numero: “spiacenti, il numero selezionato è inesistente”.
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