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Saudades
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Titolo:
Saudades |
Autore:
Luah |
Contatto:
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Racconto
n° 3126 |
Altri
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Mi fa piacere vedere che l'invisibilità incuriosisce. Mi avete scritto in molti chiedendomi di raccontare di più. Vi ringrazio, ricordare mi aiuta a fermare il tempo che corre via sempre più veloce.
Mi chiedete se la mia vita sia stata sempre una fuga o se abbia vissuto “normalmente”, qualche volta. Non so cosa rispondere. Non so esattamente cosa sia la normalità, forse avere una casa, dei figli, delle responsabilità? Da pochi anni ho una casa da cui esco solo se necessario: Roma, centro storico, cinque piani di scale senza ascensore, mica facile... Qualcuno mi ha chiesto quali lingue io parli. Dipende, con gli uomini parlavo in italiano, con le donne in francese, con i gatti in spagnolo e con i cavalli in tedesco. Poi c'è il russo, il portoghese (la mia madrelingua) e l’inglese, ma questi sono casi specifici.
Un lavoro fisso non l’ho mai avuto, ma durante molti anni ho passato i mesi autunnali in un castello nell’Algarve. Era una vera e propria scuola: sfornavamo circa una decina di aspiranti “Justine” all’anno. Le ragazze arrivavano accompagnate dai rispettivi tutori, a volte dai genitori. L’importante era l'età e la predisposizione alla sottomissione. E che qualcuno pagasse, ovviamente. Mi piaceva molto passare quei mesi nel castello di Alijezur. Tutte le mattine, mezz’ora prima dell’alba, mi facevo sellare Zé Preto, un purosangue inglese. Lui mi aspettava vibrando già da molto prima che io scendessi in stalla, uscivamo e trottavamo finché una linea di luce non separava il cielo dalla terra, poi era il galoppo incontrollato nei boschi. Tentava sempre di disarcionarmi, perché Zé Preto era muito muito nervoso, ma ce l’ha fatta solo un paio di volte, il maledetto! Al ritorno cominciavano le lezioni. Prediligevo quelle nelle stalle tra il fieno, i cavalli e i giovani stallieri, che molte volte mi aiutavano a disciplinare le ragazze. Erano controllate 24 ore al giorno, anche durante il sonno, sottoposte ad interminabili sessioni di ginnastica, costrette a correre per ore nei boschi, solo con le scarpe da ginnastica per non rovinare i piedi e senza poter prendere fiato, perché i cani erano addestrati a non farle fermare. Dopo i tre mesi passati nel castello le restituivamo magre, agili e letteralmente rotte ad ogni esperienza. Quelle ragazze valevano oro e, infatti, quasi tutte hanno sposato uomini potentissimi, o ne sono diventate le amanti. La disciplina era rigida ed i risultati sorprendenti. C’erano guardiani che si occupavano degli orari, dei pasti e della pulizia delle alunne. La prima settimana era la più interessante: si capiva subito il loro carattere. Praticamente erano le nostre schiave ed addestrarle era il nostro dovere e piacere. Il Conte, proprietario del castello, grande amico di sempre (soprattutto durante i tempi difficili), aveva in mano un business meraviglioso: i tutori pagavano parecchio per i nostri servigi. Oltre alla ginnastica studiavano etichetta e lingue, principalmente il francese che era la lingua ufficiale. Non usavano abiti, solo scarpe con tacco stiletto in casa e da ginnastica fuori. Alcune usavano un bustier per assottigliarle, come si dice in italiano? In inglese é lacing... Al collo un collare con un numero: nessuno voleva sapere il nome di nessuno. Sul collare c’era un gancio che era usato in caso di punizioni. Dormivano in una camerata unica sotto la supervisione di una lesbica grassissima, Madame, che faceva il possibile per “consolarle”, soprattutto se reduci da qualche castigo. In questo caso, dopo aver passato la notte nelle stalle, legate su di un tavolaccio, alla mercé di chi volesse abusarne, Madame le lavava, poi passava minuziosamente balsami e unguenti sulla fichetta e sul culetto duramente provati. Alcune vedevano in lei un surrogato materno e cercavano di guadagnarsi qualche ora di tregua attaccate alle sue tette. Erano gli anni '50 in Portogallo, la dittatura salazarista ci proteggeva, ovviamente, ma la povertà nei campi era tanta che sulle strade di campagna, le vecchiette infagottate di nero si facevano il segno della croce quando la macchina del Conte sfrecciava sulle strade di terra alzando nuvole di polvere. Nelle mie galoppate all’alba uscivo spesso dalla tenuta, guadavo un piccolo fiume per poi scendere verso il mare: i gruppetti di donne che lavavano i panni nel rio mi guardavano insospettite e timorose. Parlavamo la stessa lingua, anche se il mio accento era più strascicato, ma per loro una donna alta e magra con i capelli biondi e corti che guadava fiumiciattoli a cavallo con pantaloni e stivali, esattamente come un uomo, era cosa bizzarra assai. Le campagne europee del post guerra erano di una povertà assoluta ed io avevo sempre qualche moneta d’oro nel taschino della giacca per comprare il sorriso sdentato di una novella sposa. Nessuno sapeva cosa succedesse esattamente nel castello, nobili eccentrici, dicevano. Non eravamo nobili, non tutti, ma eccentrici sì. Ricordo il primo anno in cui, per qualche settimana, ci fece compagnia una persona che ha significato molto per me. Era una ragazzo magro e alto con lunghi capelli neri e lisci che faceva il cambusiere in una nave da crociera di cui ero stata fortunata ospite. Era fuori dal comune per essere così giovane! Qualche anno prima mi aveva regalato una traversata piacevolissima, eravamo rimasti amici, quindi gli chiesi di accompagnarmi al castello. C’era portato per la crudeltà. Adorava mettere le piccole in ginocchio, mani legate dietro la schiena e scoparsele in entrambi i buchi obbligandole a cadere a faccia in giù direttamente sulla mia fica ed era bello sentire attraverso le loro labbra e la loro lingua il passaggio tra il piacere il dolore e poi ancora il piacere. Antropologico. León era di una bellezza selvaggia di altri tempi, assolutamente ribelle e impossibile da domare: per questo mi era piaciuto subito, aveva “il marchio”. Tra di noi ci si riconosce subito é un segnale invisibile che solo noi vediamo. León era cileno, sicuramente aveva sangue indio e non era di questo mondo: aveva visto la bellezza con i propri occhi e per questo é stato preda rapida e sicura della morte. Siamo stati complici per due lustri circa, poi lui é sparito in mare, aveva 33 anni ed io 54. Da un certo punto di vista egoistico sono contenta perché l’immagine che mi é rimasta impressa é quella dell’angelo dannato e perché non potrà mai vedermi in questo stato. Ma, tristezza a parte, quell’autunno nel castello é stato memorabile. Le sgualdrinelle cercavano di sedurlo in cambio di protezione, era esattamente come firmare – senza saperlo – un patto col diavolo. Lui era impeccabile e gentilissimo, ma di una crudeltà sopraffina. Era magnetico ipnotico sfuggente imprendibile inclassificabile completamente amorale e totalmente senza scrupoli. A fallen angel. Insieme abbiamo sedotto principesse, alti prelati, capi di stato ... abbiamo trasformato virtuosissime adolescenti in puttanelle ninfomaniache. Individuata la vittima giusta - doveva piacere ad entrambi, evidentemente – la trascinavamo in un vortice sesso e perversioni da cui non c’era ritorno. Ma, scusatemi, mi dilungo, con l'età si perde la concentrazione ed il filo del discorso. Quell’autunno ci piaceva sempre avere 2 o 3 ragazze vicino, sculacciarne i culetti sodi, punirle nel caso si fossero comportate male o avessero sbagliato qualche accento francese. Durante le cene al castello, León ne voleva sempre una inginocchiata sotto il tavolo che glielo tenesse in tiro tutta la sera, però al punto giusto, senza esagerare. Spiegava minuziosamente come dove e quando dovessero stringere, leccare, succhiare o strofinare. Per questo usava il metodo più convincente del mondo, la forza fisica e il dolore: loro non potevano che obbedire. Ma come obbedivano bene a León! Quasi quasi a volte mi dava fastidio tutto quell’entusiasmo. Era un piacere la sera, davanti all’enorme caminetto acceso, vedere come lui e il Conte giocavano con le piccole obbligandole a camminare a quattro zampe con un dildo in ogni buchetto. Erano telecomandati e così potevano aumentare o diminuire le vibrazioni intanto che riempivano la bocca di questi “cagnolini”. Io col mio frustino picchiettavo un po’ sulle loro tette e sui loro clitoridi: loro succhiavano ferocemente perché sapevano che se avessero avuto un orgasmo davanti a noi avrebbero dovuto passare la notte in stalla. Si contorcevano, l’interno delle cosce bagnatissimo tanto che in quei momenti dovevamo far allontanare i cani che si eccitavano e facevano troppo rumore. Un’altra punizione era appenderle con le gambe aperte sopra a dei bassi piedistalli di legno, facendole toccare terra solo sulla punta dei piedi, e lasciare divertire un po’ i guardiani. Poi c’era Madame: la camera delle ragazze era sistemata in un grande salone altissimo con spesse mura di pietra e finestroni gotici (anticamente era la cappella, adesso sconsacrata, del castello). Madame dormiva in un letto più alto situato nell’abside dove secoli prima c’era l’altare. Da lì poteva avere una visione completa della camerata. Alcune non volevano farsi toccare da lei, queste sicuramente soffrivano di più, ma alla fine erano più forti e preparate. Ogni anno Madame sceglieva la sua prediletta e faceva il possibile per passare le notti con la testa della piccola tra le gambe. Il suo letto era l’unico con il baldacchino e le tende, ma dall’alto si potevano vedere le sue cosce immense spalancate con una ragazza rannicchiata in mezzo. Non che fosse un grande spettacolo, ma aveva i suoi estimatori, come il nostro cuoco, per esempio. Era un omone grande e grosso, calvo, sempre sudato e con le mani e i polsi pieni di cicatrici per gli anni passati davanti alle pentole. Mario era romano, sempre una battuta arguta pronta, sempre un sorriso. Non usciva quasi mai dalle cucine, ma sapeva sempre tutto. Sapeva soprattutto quando le ragazze erano in castigo nelle stalle o nel castello. Mario non era perverso, era un’anima semplice, cresciuto a Ponza (cucinava il pesce come nessuno), tutto quello che voleva era scoparsele e niente più, il problema era che tra le gambe aveva un cazzo veramente enorme e ne ha, di fatto, aperta più d’una, allora bisognava starci attenti quando andava a caccia. Le ragazze dovevamo restituirle intere se non nell’anima almeno nel corpo e, allo stesso tempo, volevamo continuare a mangiare bene. Andavo spesso a trovare Mario, l’unica soluzione era calmarlo e lì l’unica amante del genere oversize ero io. Decisamente non era amore, ma mi faceva sempre trovare pronta qualche meraviglia, che ci mangiavamo poi insieme, accompagnata da dell’ottima tequila. Più di una volta gli chiesi se mi volesse sposare. Mi teneva per i fianchi, le tette strusciando sul ripiano di marmo che cercavo di abbracciare e che ancora odorava a prezzemolo o zenzero, mi scopava per bene, Mario, e rideva, diceva che ero troppo magra per sposarmi, ma parlava solo per distrarsi: sapeva quanto mi piacesse e non voleva venire troppo rapidamente. Ma... mi sono persa di nuovo, oddio... ora della pappa dei gatti, pero quanta hambre tienen estos animalitos...
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