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La prima cena
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Titolo: La prima cena
Autore: Desmo
Contatto:
Racconto n° 3129
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Ci eravamo appena conosciuti, non abitavamo ancora insieme. A Bologna era una giornata di tarda primavera con già i profumi dell’estate.
Io ero euforico e un pò teso, perché lei aveva accettato il mio invito a cena con disarmante naturalezza. Si presenta con un giubbotto di pelle nera che a stento contiene i suoi seni che puntano dritti e sfacciati verso il mondo, le gambe scoperte fin quasi a metà coscia, avvolte da calze nere che spariscono sotto una mini aderente. Le vado incontro, le prendo le mani, più calde delle mie, le bacio appena e la attiro verso di me fino a sentire la dolce e calda pressione dei suoi seni sul mio petto. Avvicino la bocca al suo collo, su cui deposito piano il calore delle mie labbra, respiro: il suo aroma è di mela fresca.
Arriviamo al ristorante, il locale è di quelli che coinvolge tutti i sensi. Muri di pietra con luce dai toni caldi, il profumo dei trionfanti salumi sul tagliere di legno si mischia con l’aroma sapido e speziato del ragù che bolle da ore.
Scegliamo un tavolo appartato, l’aiuto a sfilarsi il giubbotto e rimango stordito dalla profondità del suo decoltè. Un maglioncino troppo leggero copre a malapena l’aureola dei suoi capezzoli. Mentre si siede mi sembra di scorgere il pizzo delle sue autoreggenti. Ci sediamo uno di fronte all’altro e brindiamo con un prosecco che, anche in bocca, mantiene i profumi promessi nel naso. I suoi occhi verdi, alla luce delle candele, mandano dei lampi profumati di cannella.
Prendo fra le dita una fettina di prosciutto crudo, lo respiro e, prima di depositarlo sulla sua lingua di rosa, lo faccio respirare anche a lei. Alla visione dei movimenti armoniosi e avvolgenti della sua lingua, comincio a sentire l’uccello gonfiarsi!
Improvvisamente voglio verificare se ho visto bene quando si sedeva: faccio cadere l’accendino sotto il tavolo, la guardo dritta negl’occhi. Mi alzo e lentamente mi piego sotto il tavolo. Nello stesso momento lei allarga impercettibilmente le gambe, raccolgo l’accendino, lo uso per vedere meglio: le autoreggenti sono là con due pizzi neri che si stagliano sul bianco liscio delle sue cosce. Sembrano, loro stesse, indicarmi la linea retta verso il suo monte di venere che, nudo, è là, davanti al mio viso. Mi sembra di vederlo contrarsi piano, come un respiro caldo, lieve e primitivo, un soffio vitale. Torno al mio posto, lei mi accoglie con un brindisi di un rosso vermiglio, quasi ad indicarmi il suo colore più intimo che, nella penombra di prima, non avevo potuto vedere.
Ci portano un tagliere di formaggi misti. Prendo un pezzetto di caprino, lo immergo nel miele e lo avvicino alla sua bocca. La sua lingua raccoglie il filo dolce che sta colando e le sue labbra rosa mi succhiano via il pezzetto di formaggio dalle dita.
I nostri sguardi si tengono stretti, il suo indice affusolato s’immerge nel miele e viene verso la mia bocca, si ferma, le prendo il polso, ora la mia mano è più calda della sua, e accompagno il suo dito fra le mie labbra, lo succhio delicatamente, ma a lungo. Voglio che svanisca il sapore del miele, voglio sentire quello della sua pelle. Sento il mio uccello spingere forte contro i pantaloni.
Mi sfilo le scarpe, appoggio i miei piedi sulle sue caviglie, le sue sopracciglia si alzano in un’espressione di stupita sorpresa. Salgo lentamente lungo le calze, finchè la loro seta diventa la sua pelle. Lei abbassa una mano, mi prende decisa un piede, avvicina la sua sedia e me lo fa appoggiare, ben saldo, sul bordo. Il mio piede non tocca più lei, ma non ho tempo per dispiacermi: sposta il culo più avanti e sento la sua soffice peluria sulle mie dita. Mi bastano pochi millimetri per sentire il suo calore. Il suo viso ha un’espressione nuova, sembra più luminoso. Continuo a muovere lentamente l’alluce e sento un miele caldo e scivoloso che mi guida verso un abisso di calore. Salgo un po’: il grilletto è un nocciolino bollente. Lo premo un po’ e la sento sussultare per due volte. Mi afferra la caviglia con la mano tremante. Mi guarda e mi dice: -io vado in bagno-. Si alza e va. Prendo la giacca per coprire il gonfiore insostenibile del mio uccello, mi alzo e la seguo.
Nel bagno delle donne c’è una porta socchiusa e un fresco odore di pulito. Entro. Lei è appoggiata con la schiena alla parete con le man premute sulla fica. La sollevo di peso e la metto in piedi sul water, mi abbasso e inizio a leccarla come una furia. Lei mi spinge la testa verso il suo grilletto e con l’altra si solleva la gonna. La sento subito fremere convulsamente sotto i colpi frenetici della mia lingua, il suo liquido, col suo sapore di mare, mi ha riempito la bocca. Mentre è ancora scossa dagl’ultimi spasmi dell’orgasmo, mi apre i pantaloni e mi chiede di prenderla subito da dietro. Si appoggia al lavandino e guida il mio uccello durissimo e bollente dentro di lei. Le ultime sue contrazioni accolgono la mia cappella gonfia. La sento ancora gemere quando mi chiede, con urgenza, di spingere forte, di riempirla tutta, di venire subito dentro di lei! Le sue richieste sono, per me, una liberazione. Affondo due colpi e sento un orgasmo arrivare, ad onde sempre più forti. Sento il mio liquido caldo che spruzza forte dentro di lei, e insieme godiamo in un silenzio surreale!
Torniamo al tavolo, c’è il cameriere, ci guarda e sorridendo: -è stato tutto di vostro gusto signori?-