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Bad blues
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Titolo: Bad blues
Autore: Luah
Contatto:
Racconto n° 3136
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La cosa che mi fa impazzire, dopo la prima canna, é andare al supermercato. Ma non un piccolo supermercato, voglio uno di quelli grandi, pieni di scaffali, musica, colori, offerte promozionali e tre per due. Una volta riuscita la retromarcia per uscire dal garage, é abbastanza facile, sto sulla mia destra perché so che non ho i riflessi prontissimi e mi viene un po’ da ridere, poi arrivo e ci sono tutte quelle rampe del parcheggio da superare, da scavalcare, e mi piace perché, andando su, sempre più su, sembra che s’allarghino e si stringano al mio passaggio, ma é un movimento bello soft, non mi dà fastidio, non mi spaventa. Poi cerco un carrello, salgo e scendo rampe mobili che non ho mai capito come il carrello resti perfettamente agganciato e non voli giù con tutti i quintali di spesa, intanto controllo rapidamente la situazione sui vetri specchiati, al di là dei quali corre furiosa la vita, la “Marginal” con i suoi 160 km di coda all’ora del rush.
Ma lo specchio mi rimanda un’immagine rassicurante, una ragazza - quasi signora - tranquilla, gli occhiali scuri, forse un lieve tic all’occhio destro, ma quello nessuno lo vede. Irrompo nella hall annusando già un Big Tasty e una porzione doppia di patate fritte. Penso che avrei dovuto farmi un bagno prima di uscire, ma adesso é troppo tardi. L’odore della maria si mescola con quello degli hamburger e della varia umanità.
Penso a quelle corse in taxi la notte, quanta pioggia, scarpe bagnate, jeans impregnati eppure ero felice, come ho fatto a finire qui, perché l’ho fatto. Quando non lavoro non riesco neanche più a trovare un senso senza a little help from my friends. Mi chiedo se quella persona ero davvero io e, se sì, cosa ne é successo di me, da allora. Non lo so. So che una cretina vestita di giallo e bordeaux mi spinge un vassoietto di plastica davanti e mi dice qualcosa. Sì, torno in me, sono al Mc Donald del più grande Carrefour di una megalopoli sudamericana e una lacrima scivola giù da sotto gli occhiali, come scivolava la pioggia quella notte correndo dietro un taxi a Piazza Argentina.
Stavo appostata aspettando a ridosso delle vetrine della Feltrinelli, senza ombrello, poi lo scatto, tre pozzanghere saltate, una centrata, una corsa di circa 18.000 lire per sentirsi dire: dov'eri finita? Ancora 10 minuti senza poter mettere la faccia tra le tue gambe e sarei morto. Maionese che mi cola dalle dita, ma sento solo l’odore del legno del pavimento nuovo e del tappeto comprato a Porta Portese il sabato prima. Poi non ricordo, non voglio ricordare più niente, ecco, adesso mi viene il viaggio triste. Devo ricompormi. Metto l’ipod a palla sulle orecchie: Blondie canta Call Me. Ma io non ho nessuno da chiamare, non posso parlarne con nessuno, sono una persona seria io. Mi viene in mente quella canzone di Alberto Radius, aspetta... i coccodrilli? No... quell'altra che fa così “allora giù, allora giù come un infermiere in fondo all'anima". Allora attacco il corridoio dei saponi ascoltando la Blondie e cantando Radius. Li annuso tutti. Poi passo ad annusare i dentifrici e mi accorgo che ho ancora il carrello vuoto. Lo riempio alla rinfusa. Sento che sto chiamando l’attenzione o semplicemente sto entrando in paranoia. Senza volerlo ripenso ai jeans inzuppati che non scendevano nella foga e agli stivali che certo non aiutavano e l’odore del tappeto si fa più forte. Mi ritrovo col naso in giù in quell'appartamento di cui ricordo tutti i dettagli anche i più insignificanti, quelli che dopo tanti anni sono i più crudeli. Vorrei sapere dove sono finite quelle foto, almeno per vedermi come mi ha vista lui, attraverso i suoi occhi... servisse a qualcosa... Ma lui non c'è più. Allora non c'è più scampo, vedo le cose da lontano, ma ci sono maledettamente vicina o forse la colpa é del carrello a due piani, quello di sotto è più sporgente e sbatto continuamente sulle prime file di prodotti quando faccio la curva. La situazione un po’ alla volta diventa insostenibile, l’idea di affrontare la cassiera e passare la carta di credito mi riempie di panico. Lascio il carrello in un angolo, afferro una bottiglia di vodka, infilo spedita la cassa veloce. Pago cash, totale neanche trenta secondi. Approfittando della foga arrivo fino alla macchina, ma è nuova, non mi ricordo mai quale bottone devo schiacciare sulla chiave. I quattro fari lampeggiano, la sicura di apre, scivolo dentro, mi appoggio sul volante. Comincio a piangere.