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Marisa
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Titolo:
Marisa |
Autore:
Marilù |
Contatto:
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Racconto
n° 3153 |
Altri
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Chiusi il telefono, soddisfatto per come avevo sistemato le cose; la Sua esultanza non si fece attendere: mi gratificava sempre, a suo modo si intende, ogni volta che gli organizzavo situazioni piccanti, facendosi un po’ di spazio dentro gli slip. Per fargli capire che lo sostenevo, presi a massaggiarlo con vigore, da sopra la patta dei pantaloni, il pensiero e la fantasia rivolti alla serata, anzi alla nottata che Ci aspettava. Finalmente un saporito diversivo a quelle giornate tediose. Anche questa notte sarebbe stata memorabile, da ricordare con gusto. In un attimo avevo preparato tutto: scena originale e protagonista d’eccezione. Non ci pensavo minimamente, ma la telefonata di Marisa, giunta al momento opportuno, aveva fatto esplodere la mia creatività e salvato dalla noia mortale che mi aveva preso, lì a Firenze. Da tre giorni infatti, ero chiuso per un convegno con altri colleghi in un austero convento sulle colline di Careggi, i cui frati, un po’ per tendenza, un po’ per motivi commerciali, avevano trasformato in albergo. In effetti ne avevano fatto una struttura molto funzionale e completa, adeguata alle esigenze di congressisti che devono concentrare il loro lavoro in tempi brevi e senza dispersione di energie. Ne era risultata una originale commistione: il moderno, presente nell'attrezzata sala riunioni, dotata persino di traduttore simultaneo, e il rinascimentale, conservato ancora nei lunghi corridoi con gli alti soffitti a crociera, nel refettorio e nelle stanzette, o meglio celle. Una di queste l’abitavo io: semplice, spoglia, monacale direi (la struttura rimaneva nell’anima sempre convento, anche se aperto ai laici), senza televisione nè radio. Io e i miei colleghi passavamo dalla sala convegni al refettorio per consumare frugali pasti (non che questo per me fosse un problema, in quanto non sono un grande mangiatore), e da lì alle nostre camere, pardon celle, per il giusto riposo: un salutare sonno che ci permetteva l’indomani di seguire con rinnovato spirito di sacrificio quel pesante convegno. Una noia mortale appunto. La telefonata di Marisa non poteva capitare più a fagiolo di così, scatenando la mia fantasia e naturalmente la mia libidine. D’istinto le avevo proposto di raggiungermi a Firenze e lei, che non aspettava altro che un mio invito, aveva accettato di buon grado, promettendo nel tono di voce grandi performance. Da qui l’idea che aveva ringalluzzito il mio Lui: chiedere al padre guardiano se per caso in quel convento ospitassero anche clienti di sesso femminile; quello, senza fare una piega aveva semplicemente risposto “certamente, qui tutti gli ospiti sono i benvenuti”. Lo credo, ho pensato, i soldi non hanno né odore né sesso. Ho quindi immediatamente prenotato una camera anche per lei, monacale ed austera come la mia. Un’altra celletta dove dare sfogo al nostro desiderio. Quale altra situazione stuzzicante potevo immaginare… il bello era anche che a Marisa non avevo parlato di questa soluzione; sicuramente pensava che fossi alloggiato in un albergo tradizionale, quindi m'immaginavo già la sua sorpresa, la sua faccia incredula, ma più di ogni altra cosa aspettavo la sua reazione: lei è sempre stata una tipa sveglia, veloce ad adattarsi alle situazioni, soprattutto a quelle insolite, si mette subito a suo agio e con facilità vi si immerge a capofitto. Se la memoria non mi ingannava questa situazione, già di per sè eccitante, avrebbe scatenato la sua sensualità oltre ogni fantasia. La andai a prendere a Santa Maria Novella, defilandomi alla chetichella prima della fine del convegno. La vidi uscire dalla stazione e venirmi incontro sorridente, ancheggiando mollemente. Mi abbracciò con impeto, strusciando le tette appuntite sul mio torace velato dalla sottile camicia; Lui ebbe un’impennata come gesto di saluto, glielo dissi e lei mi sorrise invitante offrendomi le labbra. La baciai con trasporto con le mani sulla rotondità dei glutei alti e sodi, per avvicinala a me e farGli sentire la sua presenza, lei mi aderì contro ricambiandomi con movimenti circolari del bacino. Non me la ricordavo così focosa e passionale. Mentre ci dirigevamo verso la macchina non riuscivo più a staccare da quel corpo morbido e sinuoso le mie mani, che lo sfioravano agili dall’inguine alle tette per soffermarsi un po’ di più sui capezzoli ancora appuntiti. Nell’aiutarla a salire in macchina, non potei trattenermi dal posare la mano a coppa nello spazio tra glutei e attaccatura delle gambe e con medio e pollice ricordarle le mie preferenze. Si girò lanciandomi un promettente sorriso. Ero su di giri per l’eccitazione. A cena ci raccontammo i reciproci avvenimenti che ci avevano coinvolto in quegli ultimi mesi, ridendo e scherzando sulle storie scandalose. Eravamo seduti uno di fronte all’altra, ad un tavolino defilato coperto da un’ampia tovaglia; ogni tanto il suo piede lasciava la scarpa per dirigersi verso il mio e da lì risalire la gamba per arrivare alla coscia e riposarsi sulla rotondità del mio rigoglioso sesso. Un po’ brilli per il corposo vino toscano, un po’ eccitati dalla gioia di ritrovarci e aver subito instaurato quel delizioso feeling, avevamo perso qualche freno inibitorio, tanto che, a un certo punto io arrivai a tirarLo fuori per farLo accarezzare dal suo caldo e agile piede. Lei, che come previsto mi aspettava, non perse tempo e liberando anche l’altro piede dall’impedimento della scarpa, si allungò verso di me per accarezzarLo, muovendo su di Lui le sue svelte dita come fosse un inconsueto strumento musicale. Mi ritrovai a mangiare con la mia compagna che, con affusolate mani armate di forchetta e coltello, attendeva al suo pasto, portando in bocca e assaporando con evidente delizia le prelibatezze fiorentine, e con i suoi ancor più affusolati piedini massaggiava, con tempi giusti e misurati, avendo cura di non farlo mai arrivare al culmine del piacere, il mio inesausto uccello. Fu una cena meravigliosa, celestiale: godevo contemporaneamente dei piaceri della gola e della lussuria, alternando le delizie dell’alcova a quelle del cibo, ed inebriandomi delle due in un sublime parallelismo. In questo stato di grazia arrivammo alla fine della cena e, al momento di lasciare la tavola, mi ricomposi e rialzai con riluttanza, anche se impaziente di uscire per raggiungere il nostro nido d’amore e vedere come lei avrebbe reagito alla situazione e quali fantasie amatorie avrebbe escogitato il suo estro. Arrivati sulla collina di Careggi, godemmo anche dello spettacolo illuminato di Firenze ai nostri piedi, coronando romanticamente quella fantastica serata. Entrammo in convento con la chiave che i previdenti frati mi avevano lasciato, facendole cenno col dito sulle labbra di non far rumore: “Ma che posto è questo?” mi sussurrò, incuriosita, “Dove mi porti?” col tono di voce che già tradiva la complicità che mi aspettavo… aveva già capito tutto e si comportava di conseguenza. Attraversammo corridoi deserti e silenziosi, con alte volte in cui si aprivano le basse e massicce porte delle celle, affiancate da piccole finestre che celavano la ruota, unico veicolo di comunicazione col mondo esterno nei momenti di clausura. Marisa, come avevo previsto, trovava tutto ciò molto eccitante mettendo in atto performance per niente adeguate al luogo: si fermava improvvisamente e mi baciava con ardore, prendendo le mie mani e portandosele sul seno prosperoso, oppure infilandole dentro il microscopico tanga da sopra la gonna. Mi sembrava giusto che richiamasse la mia attenzione, a tavola eravamo entrambi concentrati su di Lui e Lei era stata un po’ trascurata. Ci mettemmo secoli per arrivare alla mia cella, anche perché Lui, dopo il ristorante, si era risvegliato e prepotentemente richiedeva continue cure. Approfittando del debole chiarore di una lampada, che gettava confortanti ombre sul lungo corridoio, mi accertai che non ci fosse nessuno in giro e Lo liberai dalla costrizione degli indumenti. Lui svettò all’esterno sicuro di sè. Feci quindi inginocchiare Marisa sull’antico cotto e lei estasiata aprì l’avida bocca per ingoiarlo tutto. Ricordavo bene, era la sua specialità, che approfondiva con passione. Non avevo ancora incontrato nessuna brava come lei. Aveva la bocca di donna del sud del mondo, generosa e instancabile, calda e profonda, pronta ad accoglierlo e succhiarlo dapprima lentamente poi con maggiore energia, capace di fermarsi sempre al momento giusto per impedire l’ondata dell’orgasmo, per poi ripartire solleticandoLo con la punta della guizzante lingua per favorire ulteriormente il riempimento del suo condotto inferiore, mentre con le dita titillava la rete di vene sulla sua parte superiore e con la mano libera mandava continue lievi stimolazioni dall’interno della coscia ai testicoli, pizzicando invisibili corde di violino che solo lei conosceva. Da lì le sue infaticabili dita scorrevano lungo il perineo per incontrare e lambire l’altra riva che abilmente solleticava e rilassava, in modo da facilitare indice e medio, che una volta introdotti venivano serrati dal poderoso anello come a tenerli per sempre e godere all’infinito della sublime sollecitazione. M'inebriavo in questa estasi, dimentico del luogo e della situazione. Non volevo però eccedere in quel corridoio, sapevo per esperienza che quello era solo l’inizio della nostra passione, ed era forse meglio affrettarsi a raggiungere un posto più adeguato prima dell’inevitabile stordimento. Prendendola per mano mi diressi quindi deciso verso la camera… cioè la cella… cioè… si lasciamo perdere... il comodo letto, anche se in quel caso era rappresentato da poco più di un pagliericcio ricoperto da un sottile materasso. Già, i monaci… Eccitati allo spasmo da questi abbondanti preliminari, giunti alla mia cella, ci gettammo letteralmente uno sull’altra toccandoci con voluttà dappertutto. Mi staccai però da lei, per assaporarla e goderla con calma, non volevo affrettare le cose: l’urgenza dell’orgasmo a volte ti fa perdere momenti dolcissimi che devono essere gustati con lentezza ed abilità, ed io no volevo perdermi niente di quell'insolita circostanza. La spogliai facendo scorrere le mie mani sul suo corpo fasciato da morbidi indumenti che liberavo senza fretta pezzo dopo pezzo e, come svestivo la parte, l'accarezzavo e baciavo in tutta la sua nudità con la religiosa sensualità idonea al luogo. Quando cadde l’ultimo baluardo che ancora copriva il suo scrigno, la sollevai fino al severo tavolino, la feci sdraiare su di esso e puntare le gambe per offrire alla mia bocca la sua scarlatta, umida rosa. Mi sedetti sulla sedia che faceva pendant col tavolo, unici pezzi di arredamento oltre al pagliericcio, e misi la faccia davanti all’oggetto del mio desiderio per esplorarlo avidamente con gli occhi e col naso prima che con la lingua. Il suo profumo mi inebriò e fece alzare Lui che, libero da indumenti, svettava allegro e altero come l’asta di una bandiera che nessun vento potrà mai piegare. Mi accostai fino a solleticarmi il naso con i suoi folti riccioli, divaricandole le cosce per farmi spazio, la baciai a bocca aperta strappandole piccole urla: era calda e grondante di piacere. Iniziai a leccarla lentamente assaporando quell’umore penetrante che inebriava i miei sensi e faceva aumentare vertiginosamente le Sue già considerevoli dimensioni. Con la lingua saggiai le soffici labbra e da lì lo spazio fino alle piccole che racchiudevano un clitoride eretto, grosso e duro da far concorrenza al mio cazzo; contemporaneamente introdussi nell'umida fessura un dito fino ad incontrare il morbido cuscinetto anteriore che titillai facendola gemere e ondeggiare, mentre la lingua scivolava dentro la calda grotta e l’altra mano verso la base della losanga, per incontrare e salutare il piccolo, impaziente buchino. Questo si aprì docile per ricevermi e a tradimento richiudersi con una dolce morsa attorno al mio fremente dito per impedire qualsiasi fuga. La signora mi aveva ricambiato con altrettanta avidità! Lei godeva con trasporto con tutti i suoi orifizi inferiori riempiti da me in un tripudio di dita e lingua che impazzita leccava e spargeva tutt’attorno quell’ambrosia, che colava copiosamente fino a formare una pozza sul tavolino. Non volevo perdere neanche una goccia di quel dolce miele e leccai con avidità anche quella (inconsciamente per non lasciare evidenti tracce sul tavolo e non suscitare ancestrali ricordi in quei casti fraticelli). Marisa, mugolando di piacere, si girò su se stessa, scese dal tavolino e, prendendomi per mano, mi condusse fino al pagliericcio, dove si sedette per avermi in piedi davanti a sè, alla sua bocca. Ancora la sua calda bocca: Lo poggiai sulle labbra aperte per proseguire il discorso interrotto in corridoio. Andò avanti per un tempo che mi sembrò interminabile. La sua abilità nel succhiarlo e fermarsi al momento giusto era fantastica. E tra una succhiata e l’altra, aveva dei tempi morti…necessari per farlo “sbollire”. Momento che lei occupava con altri sottili giochi: se lo strusciava con intenso desiderio su tutta la faccia, passandoLo dalla delicata pelle delle palpebre alla cavità delle narici per aspirarne il profumo, da lì facendoLo risalire sulle guance per dirigerLo verso il rigido incavo dell’orecchio, facendoGlielo quindi penetrare con godimento tale da rischiare di farGli perdere l’orientamento, quindi ripassando per le seriche guance scendere al mento e da lì scorrere per il morbido collo per raggiungere il generoso seno, e li farLo sostare. Ma per poco. Le sue dita agili e svelte scorrevano su di Lui che, prigioniero nel solco tra le due dolci gemelle, godendo della loro morbida stretta, faceva capolino verso l’alto, per sbucare davanti al suo viso chinato, nostalgico delle insaziabili labbra. Marisa alternava deliziosi baci a poderose linguate sulla nuda cappella, indugiando a lungo sulla rosea fessura, premendo il seno sodo ed ubbidiente su tutta l’asta, in un’estasi infinita che illanguidiva i miei sensi. Ma, improvvisamente, da gran maestra quale era, lo liberava dalla ferrea morsa delle tette e avidamente lo ingoiava per impedirle di girovagare per il suo petto e la sua faccia, e quasi a punirlo di questo tentato vagabondaggio lo succhiava fin quasi a farmi perdere i sensi; poi, di sorpresa, con poderosi movimenti di lingua e guance esperte mi faceva godere liberando il mio dolce latte che, con evidente goduria, lasciava scorrere fuori dalla sua bocca, sulle labbra, mento, collo e seno per raccoglierlo nella cavità dell’ombelico e da qua spargerlo con voluttà su tutto il ventre e le turgide tette, facendo brillare al tenue chiarore della lampada i suoi capezzoli eretti, felice di essere rivestita, della preziosa seta del mio desiderio. Stremati e temporaneamente sazi uno dell’altra, trattenevamo il piacere appena preso con delicati baci sui nostri corpi, frementi ancora di desiderio, in attesa dell'agognata penetrazione. Lui, impaziente di entrare in quella grotta dalle calde e profonde pareti, in quella vagina viva e vitale capace di avvolgerlo in poderose e crescenti contrazioni che lo stingevano e lo lasciavano, in un'alternanza di ritmo che incoraggiava e facilitava il Suo su e giù dentro di Lei senza farGli mai perdere la strada. Ma anche Lei, diceva Marisa, era impaziente di farsi riempire dal turgido, voluminoso, duro cazzo che, falsamente timido, si affacciava alla sua porta spingendosi con delicatezza all’interno, non prima di essersi strofinato sulle sue labbra, vigliaccamente, indugiando più del dovuto per farsi attendere e farLa urlare di desiderio; quindi accontentarLa con un rapido affondo e rimanere dentro a farLe assaporare la Sua consistenza, ma uscendo un attimo prima della naturale esplosione. Quindi ricominciare daccapo per un tempo interminabile, fino a portare il desiderio al parossismo del piacere. Eravamo al massimo della nostra eccitazione. Feci alzare Marisa per godere ancora della sua sensuale bellezza, accresciuta dal piacere appena ricevuto e da quello ancora da gustare, e la rimirai in tutta la sua prorompente avvenenza dai piedi, fin su al ventre, seno e viso trasfigurato. All’altezza delle cosce, brillava ancora il Nostro piacere, passai la mano per raccoglierlo e portarmelo alla bocca per assaporarlo con crescente euforia, quando il colore di quella delizia fermò a mezz’aria la mia mano. D’istinto guardai le sue gambe e il pagliericcio su cui lei era seduta: non credevo ai miei occhi, una macchia rossa ricopiava esattamente la forma del suo sesso, mentre altre strisce rosse colavano dalle sue cosce, ripetendo su di esse disegni di favole antiche. La luna rossa della sua femminilità aveva deciso di salutarci proprio in quell’istante. Non ci sarebbe stato nulla di male, era sempre la benvenuta, ma ora, lì, in quel luogo sacro, era quasi una profanazione. “Ma non poteva aspettare qualche ora prima di presentarsi?” pensai “darci prima il tempo di soddisfare i nostri sensi. Aspettare almeno che Marisa avesse raggiunto la sua cella” Già la sua cella! Invece eravamo nella mia, sul mio pagliericcio, quello di un uomo. Con sgomento pensai ai puri fraticelli, cosa avrei spiegato? Potevo sempre dire di aver avuto una piccola emorragia, ma il disegno sul pagliericcio parlava chiaro anche ad ingenui frati. Dopo i primi drammatici istanti di terrore e di preoccupazione, Marisa iniziò a ridere come una matta, seguita subito dopo da me: la situazione era troppo singolare per non prenderla con umorismo. Dapprima Marisa fece razzia di tutti gli asciugamani per farne insoliti assorbenti onde evitare di lasciare ulteriori tracce, poi si mise d’impegno a risolvere la situazione tra una risata e l’altra. Passammo la prima mezz’ora a girare il materasso “magari i frati se ne accorgono tra chissà quanto” disse Marisa, “e nel frattempo può darsi che la stanza venga affittata ad una donna, mica ci sono stanze femminili e stanze maschili. Domani portiamo le lenzuola in lavanderia, e le riportiamo prima che qualcuno si accorga di qualcosa”. Ma la manovra non ebbe l’esito sperato, la macchia aveva trapassato il sottile pagliericcio allargandosi a fiore dall’altra parte. Dopo di che pensammo di cambiare il materasso con quello della sua camera e riportare nella mia il suo. Sembrava un’ottima idea, subito abortita dal fatto che non ricordavo il numero della sua stanza. Al momento della prenotazione infatti, preso dall’entusiasmo, non l’avevo memorizzato, mi sembrava poco rilevante, e ora quella fredda chiave che continuavo a rigirarmi nelle mani non mi diceva niente. Altro che scopata memorabile! Passammo il resto della notte a girovagare per i corridoi e i vari piani, provando senza far rumore, a far girare la chiave nei buchi delle serrature, con un eloquente quanto ingombrante materasso sulle spalle.
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