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Un'indimenticabile serata
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Titolo:
Un'indimenticabile serata |
Autore:
Don Landis |
Contatto:
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Racconto
n° 316 |
Altri
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Era la prima settimana del mese di dicembre, un mercoledì come tanti altri, quando Dino Ulivi convinse Ivo Minaro ad andare in pausa caffè nel reparto dove erano concentrate le ragazze più carine dell'azienda: "Ma perché mi trascini fin qui? Come mai non andiamo al solito distributore, vicino al nostro reparto?", domandò seccato Ivo al collega. "Stai zitto idiota! Vieni con me, e vedrai che mi ringrazierai!", fu la secca risposta dell'Ulivi. "Uè Dino, non fare il pirla! E' da qualche giorno che sei ingrifato come un muflone siberiano; hai forse un intrallazzo con qualche zòccola degli altri reparti?", gli chiese Minaro, sbraitando come un imbonitore. "Non gridare idiota! Guardami negli occhi, ci sei?", gli disse l'Ulivi, divenendo improvvisamente serio: "Ora ti farò vedere una ragazza che mi fa letteralmente ribollire il sangue. E' una vera puledra di razza, ed ho deciso che alla fine sarà mia. Non so come, ma riuscirò a pomparla!", proseguì Dino, guardando insistentemente le pupille di Ivo. "Tu mi fai paura. Ma guarda un po' se uno deve ridursi così per un tocco di carne pisciata e discucita. Non farmi incazzare così! Fai il bravo, sono ancora sballato dal fuso orario e dai culi splafonati delle donne messicane!", s'infuriò il buon Minaro. Ivo era rientrato il giorno precedente dalle ferie: venti albe e venti tramonti all'avventura in Messico da solo, con tremila dollari in contanti gelosamente custoditi all'interno dei propri slip. Durante la permanenza a Zipolite, si era cibato esclusivamente di cipolle e birra, dimagrendo di ben quattro chili anche a causa di una potente dissenteria che aggredì il suo intestino, meglio conosciuta come "la maledizione di Montezuma", in altre parole il caghetto con la schiuma. Dino ed il collega raggiunsero l'area break del reparto "assemblaggio meccanico". Erano le dieci in punto; l'Ulivi vide la ragazza dei suoi sogni, e subito cominciò a mostrare segni di squilibrio: "Eccola lì, è proprio lei! Ivo, mi tira. Guarda com'è vestita da giovenca! Per me indossa le autoreggenti.", farneticò Dino, massaggiandosi il pene con la mano, conficcata saldamente nella tasca dei jeans che indossava. "Sì ho capito, ma. porca troia Dino! Avrà vent'anni! Oh, vedi di non innamorarti, altrimenti quella lì ti rovinerà la vita. Non fare cazzate! E poi ti ricordo che sei fidanzato!", lo rimproverò Ivo. "Lascia fare. Vedrai che alla fine me la darà! E' solo una questione di tempo", aggiunse Dino. I due colleghi, presi i caffè, si avvicinarono alle vetrate del reparto dove lavorava Miriana, la ragazza per la quale l'Ulivi era disposto a rompere il fidanzamento con Sonia, la sua attuale compagna. Miriana si accorse d'essere osservata dai due porci: con fare disinvolto, salutò con un cenno della mano prima Dino e successivamente Ivo. Lo spessore del vetro che divideva Miriana dai ragazzi, era così consistente tanto da non permettere alle voci esterne di essere udite dalle persone all'interno del reparto stesso. Dino, osservando lo stile ed il fascino di Miriana, non capì più niente; rovesciò persino il caffè da tanto lo agitò per agevolare la dissoluzione dello zucchero: "Diavolo porco! Guarda che casino ho combinato. Miriana mi fa letteralmente andare alle quaglie!", blaterò Dino. "E quella lì t'ingrifa come un maiale? Ma tu sei proprio strano! Sarà anche una ragazza carina, ma non è certamente il tuo tipo! Comunque. ognuno si gratta dove gli prude!", proferì Ivo, il quale era intento ad accendersi una sigaretta. L'Ulivi continuò ad osservare Miriana con sguardo da vero assatanato. Nel frattempo transitò in corridoio Emilio, collega di Dino nonché amico di Miriana, alla guida della sua "capretta" elettrica: "Uè Emilio, ciao! Vieni qua un minuto, ho bisogno di parlarti!", gli disse l'Ulivi con tono sostenuto. Il ragazzo, sceso dalla "capretta", raggiunse gli altri due: "Ciao paraculi, mi fate paura! Tutto bene? Che cosa vuoi, Dino?", esordì il collega.
"Ascolta, tu conosci bene Miriana?", gli domandò l'Ulivi. "Sì, ormai la conosco da tre anni! Siamo abbastanza in confidenza. Perché mi chiedi ciò?", rispose Emilio. "Perché quella ragazza mi fa sesso di brutto! Mi piacerebbe eiacularle in volto. magari imbrattandole gli occhiali con le mie calde gocce di rugiada!", gli disse Dino, afferrando con la mano l'avambraccio di Emilio. "Ah, la famosa mossa dell'azteco!", ululò Minaro compiaciuto. "Ma cosa stai dicendo idiota! Che c'entra l'azteco!", lo rimproverò Dino. "Uè, pirla delle caverne! Non conosci la mossa dell'azteco?", proseguì Ivo, incominciando a ridere come una iena. "Che cos'è?", domandò Emilio incuriosito, ben conscio che si trattasse di una cazzata immane. "La mossa dell'azteco, è l'eiaculata in faccia con la venuta di sbieco!", disse Ivo ai colleghi, ridendo a perdifiato. Sia Dino sia Emilio si piegarono in due dalle risate: "Non ce la faccio più! Sarai un idiota ma a volte sei proprio forte!", gli disse Dino, asciugandosi le lacrime dagli occhi. "Così allora ti piacerebbe farti una scopata con Miriana! Ma lo sai che il suo ragazzo lavora nel reparto di fronte al tuo?", lo ammonì Emilio. "Ah, è fidanzata? Non lo sapevo! In ogni modo me la farei lo stesso!", fu la risposta dell'Ulivi. "Eh sì, dopo tutto anche tu sei fidanzato, vecchio porcone!", rammentò il buon Minaro all'amico Dino. "Ti piacerebbe conoscerla?", disse Emilio rivolgendosi all'Ulivi. "Certo! Non vedo l'ora.", rispose Dino. Emilio s'avvicinò alla gran vetrata, oltre la quale Miriana e le sue colleghe erano intente a lavorare; tirò due mazzate al vetro con il pugno, destando l'attenzione di quasi tutte le ragazze. Quando Miriana s'accorse di Emilio, lo salutò sorridendogli: il ragazzo le fece un cenno con la mano, invitandola a raggiungerlo nell'area break. Fu così che la bella Miriana s'aggregò ai tre amici: "Ciao Miriana, come stai?", esordì Emilio. "Ciao, io bene e tu?", rispose la ragazza, osservando sia Dino sia Ivo. "Anch'io. Ti voglio presentare i miei colleghi Dino Ulivi ed Ivo Minaro", le disse Emilio. L'Ulivi era al settimo cielo: diventò rosso in volto come un assorbente usato, quando si presentò alla bella ragazza. Quel magico istante fu all'improvviso traviato dalle parole proferite da Emilio: "Benissimo ragazzi! Ed ora che vi siete presentati vicendevolmente, esorto Dino a riferire a Miriana ciò che mi ha appena confessato! Forza, dille che ti fa sesso! Dille che le verresti in faccia! Dille che la scoperesti anche se sai che è fidanzata!", gridò Emilio, dando sonore gomitate al fianco di Dino. L'Ulivi, da rosso che era, divenne viola dalla vergogna: "Ma. Io veramente. Ho solo detto che sei una bellissima ragazza! Volevo solamente.", cercò di rimediare Dino. "Non preoccuparti Dino; apprezzo ugualmente il tuo complimento. Sappi che non mi sono offesa!", gli rispose Miriana: "Ma allora ragazzi! Nessuno di voi mi offre un caffè?", proseguì la ragazza. Ivo Minaro, intento a soffiarsi il naso nella manica del proprio camice, allungò la tessera a Miriana: "Tieni bella! Siccome 'sti due ciambragoni non muovono il sedere, il caffè te lo offro io!", blaterò Ivo, con ancora parte del muco nasale penzolante dalla narice sinistra. Miriana bevve il caffè in fretta e furia, dopodiché salutò i ragazzi e rientrò nel proprio reparto. "Ma che càcchio le vai a raccontare! Che figure da maiale mi fai fare! Sei un vero bastardo; adesso andrà a riferire tutto al suo ragazzo. Mi hai rovinato la reputazione. E pensare che mi fidavo di te!", s'infuriò l'Ulivi con il collega Emilio, il quale continuando a ridere gli rispose: "Stai tranquillo Dinuzzo! Conoscendo Miriana, sono sicuro che non riferirà niente al suo manico. Vedrai che un giorno mi ringrazierai, perché adesso sa che hai un debole per lei, e farà di tutto per farsi notare da te! Fidati". "A proposito di Fidaty: stasera dovrò andare all'Esselunga a far la spesa, ma ho dimenticato la tessera sul comodino. Sono proprio un idiota, me lo dico da solo.", si ricordò Minaro, pensando ad alta voce. Dino ed Ivo rientrarono in reparto, mentre Emilio, salito a bordo della propria "capretta", si diresse in magazzino.
"Uè Dino, però quel pirla di Emilio non ha mica tutti i torti: secondo me te la pomperai alla stragrande!", lo incoraggiò Minaro. "Mah, chi può dirlo! Per il momento ho solamente fatto una figura di palta con Miriana! Ma sì, chi se ne fotte! Dopo tutto è una bambina. Stasera mi farò una sifonata da film porno!", replicò l'Ulivi, cercando di sdrammatizzare. "Sì sì, sifonerai quella santa donna della tua ragazza pensando a quella zòccola di Miriana! Ormai ti conosco.", gli disse Ivo. I due si rimisero tòsto al lavoro; il camice di Ivo era lercio da far schifo. Macchie di grasso dappertutto, miste a macchie di sangue, muco nasale essiccato, ragù di carne e grasso di braciola; un vero letamaio. Questo era Ivo Minaro: un ragazzo semplice, rozzo, sempre in controtendenza con il mondo intero, ma di animo generoso, disposto ad aiutare un amico nei momenti di reale necessità. Ivo aveva la barba incolta da più di una settimana; il suo alito puzzava di aglio e cipolla, tanto che fu soprannominato "aglien". Ma chi lo conosceva bene lo chiamava "missile", per via della forma allungata del suo cranio, simile all'ogiva di un missile, per l'appunto. Verso le dodici meno un quarto, "aglien" Minaro e l'Ulivi andarono a pranzare; strada facendo chiamarono Matteo, un loro amico, il quale si aggregò ai due magazzinieri. Matteo era il logistico del reparto gestito dal Bestetti, quest'ultimo meglio conosciuto con l'appellativo di "Sügamara". "Si va a mangiare?", chiese Matteo all'Ulivi. Dino annuì con la testa, cosicché i tre si avviarono lungo il corridoio che conduceva alla mensa aziendale. Fermaronsi al bagno per "drenare" la vescica e lavarsi le mani, successivamente giunsero nel locale adibito a refettorio; si misero in coda, prendendo vassoio e tovaglietta. Ivo Minaro, come di consueto, dimenticò il bicchiere. "Idiota! Il bicchiere!", esclamarono all'unisono Dino e Matteo, rivolgendosi al povero Ivo. "Porca troia, avete ragione! Lo dimentico tutti i giorni.", si giustificò Minaro, ridendo come un ciambragone. Quando Matteo giunse in prossimità dei primi piatti, esclamò a Giuseppina: "Signora, mi dà la paaaaasta!", con tono di voce scazzato, indicando il pentolone con il braccio proteso in avanti. Giuseppina obbedì, scaraventando nel piatto di Matteo una mestolata di pasta condita con del pomodoro crudo. Matteo, senza salutarla ne ringraziarla, si diresse verso i secondi; con tono più scazzato di prima, rivolgendosi a Franca, le disse: "Signora, mi fa la bisteeeeecca!". Questi erano gli unici alimenti che Matteo, da quasi un anno, ingeriva a mezzogiorno, oltre ai quattro panini che fungevano da contorno alla "paaaaasta" ed alla "bisteeeeecca". La povera Signora Giuseppina osservò Dino, l'ultimo dei compagni, intento a ridere di nascosto da Matteo. La donna, guardando l'Ulivi negli occhi, si mise anch'ella a ridere; i due non riuscirono a trattenere le risate, cosicché Giuseppina gli disse dopo quasi un anno di silenzio: "Porca miseria! Ma è possibile che quello lì mangia solo pasta e bistecca! E poi nemmeno mi saluta. Mah, che tipo strano!.". "Non ci faccia caso Signora, è fatto così!", le rispose Dino, ridendo a squarciagola. "Uè Matteo, ce l'hanno con te! Certo che hai rotto le palle con 'sta pasta e bistecca!", urlò Minaro al collega. "Non me ne fotte un cazzo! Questa mensa fa schifo!", replicò Matteo, rimanendo impassibile al commento di Ivo. Presero posto al tavolo vicino alla grande vetrata; Dino e Matteo volsero le terga al finestrone, per meglio osservare le ragazze in coda, mentre Ivo, che ormai aveva raggiunto la pace dei sensi, era ben contento di osservare il mondo esterno. "Uè, 'sto riso con il peperoncino è veramente buono!", esordì Minaro, intento ad usare la propria mano a mo' di forchetta, poiché s'era scordato di prendere quest'ultima. "Ma sei proprio un animale! Mi fai paura. e schifo!", gli disse Dino, senza mezzi termini.
Ivo mangiò come un porco, ingozzandosi a perdifiato, mentre raccontò agli amici le giornate trascorse in Messico; frammenti di cibo furono sputati sia sul piatto sia sul tavolo; alla fine del riso, Minaro pulì la propria bocca nella manica del camice. Terminò la prestazione con una sonora flatulènza emessa con naturalezza, che destò l'attenzione delle persone loro accanto. "Scusatemi, porca troia! Ma è da giorni che non mangio così bene. E poi se uno rutta, significa che apprezza il cibo!", si giustificò Ivo. "A te il Messico ha fatto male! Non ti ricordavo così porco!", gli disse Dino con disprezzo. Il giorno seguente, Dino Ulivi andò in pausa caffè con Ciccio Landis, suo fedele amico nonché cugino dell'autore di codesto racconto, con il quale condivideva la passione per le belle donne. Dino raccontò a Ciccio la figuraccia che lo vide protagonista: "Ma lo sai che è fidanzata con uno che lavora qui?", esordì Ciccio. "Sì, so tutto! Ma a me tira. e di brutto! Dai Ciccio, andiamo a prendere il caffè di fronte al suo reparto, così Miriana intuirà che sono qui per lei!", rispose l'Ulivi. I due maiali giunsero in prossimità dell'area nella quale lavorava Miriana: "Eccola lì. ho già la matranga dura! Minchia che donna, è proprio bella, non è vero?", disse Dino rivolgendosi a Ciccio. "Sì hai ragione, anche se io mi sifonerei a tamborloni Luana, la sua amica!", rispose il collega. Miriana s'accorse di essere osservata da entrambi i ragazzi; con fare disinvolto salutò sia Dino sia Ciccio con la mano: "Mamma mia, ho il sangue al cervello e lo sperma che gorgoglia nello scroto!", sussurrò l'Ulivi all'amico. "Giudicando da come ti guarda, quella lì ha un'immensa voglia di fotterti! Anche se è fidanzata, si vede lontano un chilometro che brama la tua nerchia! Forza Dino: invochiamo insieme San Tommaso d'Aquino, affinché possa intercedere per la tua sifonata con Miriana.", gli disse Ciccio sorridendo. "San Tommaso d'Aquino?", domandò Dino meravigliato. "Sì, San Tommaso d'Aquino: il protettore del membro equino!", rispose Ciccio, sbragandosi letteralmente in due dalle risate. In quell'istante sopraggiunse in area break Ivo Minaro accompagnato da Statal man: "Signori buongiorno!", esordì Statal man, con fare baldanzoso. "Uè Statal, guarda come ridono 'sti due pirloni!", constatò Minaro, estraendo il pacchetto di "futura" dal lercio taschino del camice. "San Tommaso d'Aquino! Aaahhh. aaahhh. mi fa morir dal ridere!", sbraitò Dino rivolgendosi a Ciccio. "Oh Ivo, ascolta questa: lo sai di cos'è protettore San Tommaso d'Aquino?", gli domandò Ciccio ironicamente. "Ma cos'hai fumato oggi Cicciobello!", rispose Ivo, con la sigaretta fra le labbra. "San Tommaso d'Aquino è il protettore del membro equino!", rispose prontamente Statal man, che ben conosceva il giochetto di parole. "Ah, allora è come Santa Rita da Cascia: la protettrice d'ogni bagascia!", controbatté prontamente Minaro, alimentando a cotal guisa il buonumore fra le persone. "Basta. non ce la faccio più!", ansimò l'Ulivi fra una risata e l'altra; cosicché i quattro amici rientrarono ognuno nel proprio centro di costo aziendale. Le settimane trascorsero in un batter d'occhio, fra la monotonia della quotidiana routine e l'emozione degli sguardi complici e mascalzoni che Dino e Miriana solevano scambiarsi, ogniqualvolta si incrociavano nel corridoio. Era l'ultimo giorno del mese di marzo quando l'Ulivi incontrò la bella Miriana nei sotterranei dell'azienda, all'ingresso del magazzino vestiario; la ragazza era scesa per farsi consegnare un paio di scarpe antistatiche nuove, mentre Dino abbisognava dell'ennesimo camice, poiché l'attuale indumento era logoro.
"Ciao Miriana, che piacevole sorpresa!", esordì l'Ulivi alla vista della ragazza. "Buongiorno a te Dino! Come mai da queste parti?", gli domandò incuriosita la fanciulla. "Sono venuto a prendere un camice nuovo. Ma dimmi piuttosto. come va la vita?", le chiese l'uomo con voce da vero mandrillo. "Se proprio vuoi saperlo. Ora sono una ragazza libera!", gettò l'amo l'astuta Miriana. Dino nell'udir quelle parole, non capì più niente: "Come dici? Ma il tuo ragazzo?". "Tutto finito. Hai detto bene, era veramente un ragazzo! Io invece voglio un uomo al mio fianco", affondò la lama Miriana. L'Ulivi prendendo sotto braccio la ragazza le si avvicinò maggiormente: "Ascoltami bene, tu mi piaci moltissimo! Sei una ragazza bella ed attraente; che ne diresti di uscire a cena stasera?". Miriana rispose prontamente e senza indugio alla richiesta di Dino: "Accetto volentieri Dino. ad una condizione però!". "Sì ho già capito! Prometto di non importunarti dopo cena", mise le mani avanti l'Ulivi. "Eh no caro Dino, è qui che ti sbagli! Dovrai invece promettermi di portarmi a casa tua, per meglio approfondire la nostra reciproca conoscenza!", proferì Miriana. L'Ulivi rimase di stucco: "Ho capito bene? Tu vorresti venire a casa mia.", blaterò Dino, incredulo. "Hai capito benissimo! Così potremo stare un po' soli, magari sorbillando un drink, o meglio ancora.", cercò di concludere la frase Miriana, la quale fu improvvisamente azzittita dalla voce di Dino: "Ti pompo e ti sifono!", le disse l'uomo, con la bava alla bocca. I due accordaronsi riguardo all'orario dell'incontro: "Ti passerò a prendere alle diciannove e trenta precise! Ho capito perfettamente dove abiti; andremo a cenare in un posticino intimo, romantico e raffinato, proprio da veri intenditori!", le disse Dino, ancora sotto shock per aver finalmente ottenuto ciò da tempo desiderava ardentemente. Uscito prima delle diciassette dall'azienda, Dino si recò immediatamente a casa propria; fece una doccia, lavandosi accuratamente i genitali, dopodiché mise in frigorifero una bottiglia di vero Champagne d'annata, donatogli da suo carissimo amico d'oltralpe. "Miriana, sto venendo. a prenderti!", ripeté a se medesimo, prima di uscire dal proprio monolocale in quel di Baranzate di Bollate. Poco dopo le venti, Dino e Miriana erano seduti al tavolo della prestigiosa osteria "da Procopio, il principe della lüganega", sita nel quartiere Ortica della città di Milano: un vero postaccio, frequentato dai balordi della zona, da prostitute e da immigrati clandestini. Dino ne era venuto a conoscenza grazie all'amico montenegrino Attila Zoltan Arosic, assiduo frequentatore del locale. L'ambiente lasciava alquanto a desiderare, ma in compenso il cibo era veramente buono: "Dino, non importa se mi hai portata in una béttola, l'importante era rimanere soli, io e te!", gli disse Miriana. "Ma. come sarebbe a dire béttola? Non lasciarti ingannare dall'apparenza; ti consiglio di assaggiare la specialità dello chef!", rispose Dino. Entrambi ordinarono a Procopio in persona, che oltre ad essere il proprietario ricopriva le mansioni di chef, cameriere, barista e cassiere, due piatti di bollito con lüganega e mostarda. Rimasero nell'osteria giusto il tempo di cenare, poiché entrambi bramavano soddisfare il lussurioso desiderio dettato dalla loro carne. Fu l'Ulivi a prendere l'iniziativa: "Allora Miriana, avresti voglia di proseguire la serata da me?", le disse con fare disinvolto. "Certamente! Ti ricordo che sono stata io ad insistere, per venire a casa tua", gli rammentò la bella Miriana. "Ah, hai ragione! Però adesso ci vorrebbe un bel caffè, un sigaro, lavarsi i denti, "cicca alla rana" e sarai felice!", le rispose Dino sovrappensièro, citandole le frasi che era abituato a ripetere quotidianamente al collega Ciccio Landis, dopo mensa.
"Ma Dino, cosa stai dicendo? Non ti capisco!", gli domandò Miriana meravigliata. "Scusami tanto! Ogni volta che esco da mensa con Ciccio, andiamo a prenderci il caffè, dopodiché io mi gusto un buon sigaro, poi ci laviamo i denti ed infine andiamo da un nostro collega, il quale assomiglia ad una rana, e gli rubiamo le gomme da masticare che lascia quotidianamente incustodite sulla scrivania: da qui nasce il detto "cicca alla rana", ossia frega una cicca alla rana e sarai felice!", le spiegò Dino, ridendo a crepapelle. "Ho capito, adesso è tutto chiaro! Che ne diresti se il caffè lo prendessimo a casa tua?", gli disse la ragazza. "Hai un'irresistibile voglia di ca. caffè! Andiamo!", le rispose l'Ulivi. Dino consegnò una banconota da venti euro a Procopio, successivamente, fatta accomodare la ragazza a bordo della propria Mitsubishi Space Star GDI, si mise al volante sfrecciando a tutto gas in direzione di Baranzate. Arrivarono sotto casa di Dino: "Eccoci, siamo al capolinea!", esclamò il conducente, con tono alterato dall'eccessiva produzione di testosterone. Scesi dall'auto, salirono la piccola rampa di scale che portò loro dinnanzi all'uscio di casa Ulivi; Dino notò che il collega, nonché vicino d'appartamento, Ivo Minaro era già rincasato, poiché aveva notato il suo motorino "Supercaliffo" parcheggiato sotto il portico. L'uomo fece accomodare la ragazza nel proprio monolocale: "Forza Miriana, entra! Fai come se fossi a casa tua.", le disse. "Carino qui! Hai proprio una bella casetta!", replicò Miriana, intenta ad osservare il locale nel quale si trovava. Dino preparò il caffè, offrendolo successivamente alla compagna: "Tieni Miriana; vedrai che con questo ti sentirai meglio!". Entrambi bevettero il caffè, lanciandosi vicendevolmente sguardi carichi di focosa passione e sincera libidine. Miriana era una ragazza molto carina: alta, slanciata, possedeva un paio di occhi bruni vispi e penetranti. I suoi capelli, acconciati in un corto caschetto, erano color rame scuro ed una piccola treccia, fermata da un elastico, le scendeva lungo la tempia sinistra, conferendole un aspetto da ragazzina. La massiccia montatura degli occhiali da vista le conferiva un aspetto severo ed austero, ma a dire il vero quegli occhiali per Dino, erano fonte di perversa eccitazione. Dopo aver bevuto il caffè, il padrone di casa offrì da bere alla ragazza: "Ho nel frigorifero una bottiglia di vero Champagne d'annata. Lo vorresti assaggiare?", esordì Dino ad alta voce. "Certamente, io adoro lo Champagne!", rispose la ragazza, che nel frattempo si stava sfilando il maglioncino di cotone che indossava. Miriana aveva voglia di fare l'amore con Dino, cosicché cercò in tutti i modi di provocarlo, pian pianino e senza fretta. La ragazza era seduta sul divano, con le gambe accavallate l'una sopra l'altra; una gonna non troppo lunga copriva le stupende sue cosce, avvolte in un paio di velate autoreggenti color nero. Il piede destro della ragazza poggiava sul pavimento, mentre l'altro era sospeso nel vuoto, per via della posizione nella quale le sue gambe erano accomodate. Miriana fece scivolare il tallone sinistro fuori dalla calzatura, incominciandola a farla altalenare vistosamente con la punta del piede. L'attenzione di Dino fu subito catturata da quel gesto così carico di erotismo: l'Ulivi tracannò il calice di Champagne tutto d'un fiato. "Miriana, smettila di far ciondolare la scarpa, per favore! E' una cosa che mi eccita moltissimo!", le disse l'Ulivi, arrossendo un poco in volto. "Se ti eccita così tanto, fammi vedere di cosa sei capace!", fu la secca risposta della ragazza. Nell'udir quelle parole, Dino non capì più nulla: la persona cedette il posto alla bestia, all'animale da monta che è nascosto in ognuno di noi.
Il "toro pechinese" Dino Ulivi si precipitò verso la sua "vittima", inginocchiandosi ai suoi piedi: presa la bottiglia di Champagne, sfilò la scarpa dal piede di Miriana, versandovi lo spumante d'oltralpe. Utilizzando la calzatura della ragazza a mo' di bicchiere, bevette lo Champagne in una sola gorgata. Anche Miriana era eccitatissima; desiderava sempre di più fare l'amore con quell'animale di Dino. L'Ulivi, presa nuovamente la bottiglia, versò un po' di Champagne sul piede della ragazza, leccandolo successivamente con avidità. Miriana rantolò dal piacere, quando la vellutata lingua di Dino si posò sul suo piede: "Dai continua! Mi piace tantissimo. Nessuno prima d'ora aveva osato tanto!", proferì tra un mugugno e l'altro. Dino prese fra le mani il piede di Miriana, adagiandolo dolcemente sul proprio sesso, ancora imbrigliato dagli indumenti: "Senti come mi tira! E' di granito! Tra poco vedrai ed assaggerai la mia matranga!", le disse il "facocero pakistano". Miriana si tolse la maglietta e si slacciò la gonna, rimanendo in cotal modo in reggiseno, mutandine ed autoreggenti: "Sei uno spettacolo della natura! Ti voglio pompare e sifonare a tamborloni!", le sussurrò il padrone di casa. Anche Dino si tolse gli indumenti: iniziò dalla maglietta, mettendo a nudo il villoso e possente torace palestrato. Proseguì con le scarpe, le calze ed i jeans, rimanendo unicamente in mutande. Miriana, nel vedere il membro di Dino scolpito attraverso gli slip, cominciò a schiumare dalla libidine. Stava per sfilarsi gli occhiali, quando fu prontamente richiamata dal ragazzo: "No, gli occhiali non toglierli!", la ammonì l'Ulivi, poiché le parole di Ivo Minaro retentirono all'improvviso in mente sua. Dino invitò la ragazza ad alzarsi dal divano nel quale era accomodata; le sfilò le mutandine di raso grigio, ormai màdide di umore vaginale, portandosele successivamente alla bocca per meglio assaporare l'intimo nettare della partner. Miriana slacciossi infine il reggiseno: uno stupendo paio di rigogliose mammelle, sode, ben proporzionate, lasciarono il padrone di casa senza fiato. Gli unici indumenti che la ragazza avea indosso erano le calze autoreggenti e le scarpe, provviste di vertiginosi tacchi. Miriana s'accovacciò fra le cosce dell'uomo; con lenti movimenti delle mani, sfilò gli slip di Dino, liberando in cotal modo il possente e nerboruto suo membro. L'Ulivi accomodò il proprio sesso fra le rotondità dei seni di Miriana: i corpi di entrambi fremevano dalla lussuria. La ragazza prese in mano il sesso del compagno, strusciando il roseo ed appiccicoso glande su entrambi i propri capezzoli, turgidi come due chiodi d'acciaio. Successivamente estrasse la lingua, andandola a posare sul depilato scroto di Dino: con piccoli movimenti circolari la ragazza leccò entrambi i testicoli, per poi risalire pian piano lungo l'intera asta di carne, procurando all'uomo un indescrivibile senso di benessere. Quando infine la febbricitante bocca di Miriana accolse quell'indemoniato membro, l'Ulivi credette di impazzire: la ragazza era intenta a leccare, succhiare ed ingoiare il pene di Dino, mentre le sue mani andarono alla ricerca dei capezzoli dell'uomo. Quando li trovò, la porca Miriana serrò entrambi fra il pollice e l'indice, pizzicandoli leggermente, per meglio stimolare il proprio partner. "Basta Miriana, altrimenti ti verrò in bocca!", le implorò Dino affannosamente. La collega accolse le suppliche del padrone di casa, terminando la fellazione del membro con un'ultima sonora succhiata, dopodiché, alzatasi in piedi, andò ad appoggiarsi con le mani contro la parete accanto al lavandino, voltando le proprie terga all'uomo. "Prendimi da dietro, proprio come una cagna!", gli disse Miriana, visibilmente eccitata. Dino Ulivi non perse tempo: vedendo la propria compagna appoggiata al muro in quell'invitante posizione, con le ginocchia leggermente flesse ed il fondoschiena che anelava d'essere esplorato, le si avvicinò, asciugandosi il sudore della fronte con l'avambraccio. L'uomo prese la bottiglia di Champagne, versandone il contenuto sulla schiena della ragazza, facendo in modo che si bagnassero entrambe le natiche; prese altresì dall'attiguo lavandino il sapone di Marsiglia, utilizzato per lavarsi le mani, incominciando ad insaponare l'intero proprio pene.
"Ora proverai il genuino piacere di una sana sifonatura!", le sussurrò all'orecchio. Il ragazzo impugnò il proprio membro, puntandolo contro lo sfintère della malcapitata; con decisi ma gentili movimenti della propria pelvi, Dino introdusse il pene nel retto di Miriana, la quale gemette dal piacere, quando sentì scivolare all'interno del proprio corpo il caldo e scivoloso attributo del collega. La ragazza si dimenò come un'anguilla mentre Dino la penetrò dal retro, afferrandole entrambi i seni e pompando come un martello pneumatico; più di una volta il pene del ragazzo scivolò letteralmente fuori dal rifugio nel quale trovava ubicazione, a causa dell'eccessiva insaponatura praticata precedentemente. Miriana gridò dal piacere: "Ahhh, che bello essere sifonata! Sfondami ancora!", gridò l'indemoniata. Dino, completamente cosparso di sudore, incalzò il ritmo della sifonatura, sussurrando oscene parole all'orecchio della ragazza. Poco prima dell'eiaculazione, l'Ulivi estrasse la propria matranga dall'ano di Miriana, per introdurlo nella grondante vagina di quest'ultima; il pene sgattaiolò fra le pareti di carne dolcemente, proprio come un'arroventata lama affonda in un panetto di burro. Dino cinse la ragazza ai fianchi, incominciando a pomparle l'utero: "Ti piace eh, brutta porca!", le disse con disprezzo. "Siii, sono la tua baldracca, sifonami, strasifonami!", gli rispose, con voce febbricitante. "Ti pompo, non temere. Però avrei una voglia da soddisfare.", le accennò Dino, con fare disinvolto, mentre era intento a trapanarle la vagina, trattenendosi dall'eiacularle all'interno. "Tutto quello che vorrai, siii, ahhh!.", replicò Miriana, ormai prossima all'orgasmo. "Mi piacerebbe venirti in faccia, sbruffandoti il mio seme sul volto!", le disse il maiale. "Siii Dino! Dai, pompa che sto venendo! Ahhh, come godo, siii!", ululò dal piacere la ragazza, rilasciando un'ingente quantitativo di umore vaginale che imbrattò ancor di più il membro del ragazzo. Dino aumentò il ritmo della pompata; si poteva palesemente udire il caratteristico "cick-ciack", rumore tipico del pene che scivola in un pertugio lubrificato a dovere. Miriana invitò con dolcezza il partner a liberarle la vagina: la ragazza raccolse con le dita un po' degli umori rilasciati dal proprio sesso, successivamente li offrì a Dino, tendendogli la mano in prossimità della sua bocca. L'Ulivi leccò le dita di Miriana, socchiudendo entrambi gli occhi, per meglio assaporare quel così prelibato nettare dell'amore. Quando terminò di ripulirle le dita, Dino prese fra le mani la testa della ragazza, invitandola ad accovacciarsi nuovamente fra le proprie gambe. Il volto di Miriana trovavasi ancora una volta in prossimità dell'equino membro di Dino, il quale, preso in mano il proprio possente attributo, cominciò a masturbarsi sostenutamente. Ogni tanto la ragazza sputò ripetutamente sul glande del compagno, leccandolo di sfuggita, per far sì che quest'ultimo raggiungesse velocemente l'orgasmo. "Siii, sto venendo, ti inondo tutta!", gridò Dino, al culmine dell'eccitazione: una pioggia di tiepido sperma, eruttata con sostenuta pressione, imbrattò il volto della ragazza, infardandole capelli, occhiali e labbra. La lingua di Miriana andò tosto a ricercare la viscosa sostanza che, come una maschera, ricopriva la maggior parte del suo volto. Dino affondò il proprio sesso nella bocca di Miriana, la quale lo ripulì minuziosamente, leccando ogni centimetro quadrato di quella sudicia carne. "Sì Miriana! Ti è piaciuta la mossa dell'azteco?", le disse Dino visibilmente soddisfatto. "Come sarebbe a dire azteco!", si meravigliò la ragazza, non comprendendo ciò che l'uomo intendeva dire. "La famosa mossa dell'azteco, ovvero la gettata in faccia con venuta di sbieco!", gridò Dino, incominciando a ridere come un ciambragone. Anche Miriana scoppiò a ridere: "Questa non l'avevo mai sentita prima d'ora! Comunque la risposta è sì! Mi sono divertita moltissimo; da tempo non godevo così. E poi il tuo sesso. mi hai fatto impazzire di piacere!", gli rispose Miriana, entusiasta del focoso dopocena.
Dino offrì da bere alla collega, dopodiché entrambi fecero una doccia; erano quasi le due del primo aprile, quando l'Ulivi riaccompagnò a casa la bella Miriana: "Allora buona notte! Ci vedremo fra qualche ora al lavoro", furono le ultime parole della ragazza. "Ciao Miriana: buona notte e sifoni. ehm, ehm, e. sogni d'oro, volevo dire!", la salutò Dino. Verso le otto del mattino Dino ed Ivo Minaro si recarono al lavoro, dopo aver ingurgitato il solito panino con salamella e tracannato l'alcolico "V-Power" al chiosco del Ciamba. "Uè Dino, ho sentito strani rumori l'altra sera. Stavi forse ciulando con qualche troione conosciuto in chat?", esordì candidamente il buon Minaro. "Stai zitto. Ma quale troione e troione! Mi sono pompato Miriana!", rispose l'Ulivi orgoglioso. "Porca troia! Sentivo io dei tipici versi da scopata! E com'è 'sta zòccola a letto?", proseguì Ivo. "Oh! Le sono venuto in faccia, ci sei? Ho fatto la mossa dell'azteco!", si vantò Dino, gonfiando il petto, proprio come un pavone prima di dispiegare la coda a mo' di ruota. "Grande Dino! Se non te l'avessi insegnata io, l'avresti sifonata nella solita posizione del ragno, eh, vecchio puttaniere?", gli disse Ivo, dandogli una pacca sulla spalla. "Lo sai che a metà maggio partirò per l'Egitto? Farò un'escursione nel deserto assieme ad un gruppo di amici; verrà anche Luisito, te lo ricordi?", proferì Minaro ad alta voce. "Luisito il brasiliano? Ah si, è per caso il poliziotto omosessuale, amico della tua ragazza, che convive a Parigi con un pittore sordomuto?", ribatté l'Ulivi. "Bravo, è proprio lui! Uè Dino, quando tornerò dall'Egitto, ti insegnerò la mossa del beduino!. Mi fai paura Ulivi! Mi sa che la vagina sarà la tua rovina.", sbraitò Ivo, sbellicandosi dalle risa. Parcheggiata la macchina vicino all'ingresso principale dell'azienda, incominciò per entrambi una nuova giornata lavorativa.
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