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Storia del mio amor barocco per la splendida Lucil
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Titolo:
Storia del mio amor barocco per la splendida Lucil |
Autore:
Mojito y sexo |
Contatto:
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Racconto
n° 3183 |
Altri
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Definendo l’amore
E’ ghiaccio ardente ed è gelido fuoco, è ferita che duole e non si sente, è un sognato bene, un mal presente, è un breve riposo molto stanco.
E’ una leggerezza che dà pena, un codardo con nome di valente, un andar solitario tra la gente, un amar solamente essere amato.
E’ una libertà incarcerata, che conduce all’estremo parossismo, infermità che cresce, se curata.
Questo è il fanciullo Amor, questo l’abisso: quale amicizia potrà aver con nulla chi in tutto è contrario di se stesso?
Francisco Gómez de Quevedo y Villagas
Ero un uomo senza ombre. Pregno di una rispettabilità scritta nel nome della mia famiglia. Ero un individuo d’intelligenza riconosciuta e sapienza francamente indiscussa. Godevo di una popolarità appena inferiore a quella del Re e di quest’ultimo avevo la simpatia e il rispetto. Eppure ero un essere infelice. Se mai la parola infelicità è nata per descrivere la sensazione del baratro, della pervicace insoddisfazione, ebbene: sulla mia pelle sarebbe potuta esser stata coniata. Le mie ricchezze, le ville eleganti, le opere d’arte di cui ero valente amante, nulla di tutto questo confortava la solitudine del mio cuore. Mai avevo avuto il dono della sorpresa, mai una donna mi aveva affascinato nella mente oppure nei sensi. Io, amante della bellezza come ultima e sola possibilità di salvezza dello spirito, mai avevo ceduto alle lusinghe della volgarità capricciosa, ai seni ampollosi, carnosi, al sapore di burro, ai piedini eleganti, alle bocche vogliose, delle belle cortigiane. Mai avevo ceduto alle nobili fanciulle del Regno che ambivano cedermi le fresche e umide vagine in cambio del mio nome e di un matrimonio insperato. Al toccare i trent’anni ero adorno di una verginità appiccicosa e infausta, che lacerava il mio spirito generando in me una vergognosa crudeltà delle azioni. Verso la fine del secolo portai, con coraggiose conquiste militari, nuovo lustro al mio Signore, e questi, sempre attento alle ricchezze senza fine che i carri scaricavano ogni giorno nelle sue fortezze, volle gratificarmi di un regalo pericoloso, ambito ma pericoloso: la totale disponibilità della mia libertà. Impalai soldati nemici col gusto perverso del sadico elegante, distrussi interi villaggi col solo scopo scenografico di illuminare i colori della notte e quanto sangue versai con l’ardire disumano del piacere di vedere la Cavalleria del Regno spiccar teste e penetrar nelle carni avversarie. Ero un dio in terra, privo della moralità a cui ogni dio deve sottostare, sia esso pagano o d' altra specie. Ma poi accadde. La incontrai ad un ballo di gala. La sua bellezza mi parlava di una terra straniera. I capelli biondi la rendevano elegante come una statua di Fidia miracolosamente vivificata dalla forza diabolica della Bellezza. La guardai a lungo prima di parlare e fu gentile con me. Conosceva la mia lingua e la parlava con la delicatezza dell’usignolo, ma quale forza, quale cultura profonda e inesausta palesò. Conosceva i grandi della cultura greca e ne parlava con la grazia della bimba che sorride; giocammo a dirci pensieri nelle più svariate lingue d’Europa e più di me ne conosceva, che pure ne vanto dieci nel dettaglio. E di pittura, e scultura e musica! Quale soave creatura era davanti alla mia carcassa follemente innamorata. Mi stupii del garbo che avevo mostrato: due anni di campagna militare avevano indurito la scorza della mia sensibilità, ma fui galante. Le dissi che ero colpito dalla sua bellezza e da una intelligenza di cui non avevo sentore di limiti. Rise di me con la movenza dell’angelo, e bagnato un dito nella saliva dolcissima delle sue labbra, sulle mie lo pose. Come a darmi un pudico bacio, come a sconvolgere la chimica non ancora toccata del mio corpo. Ci salutammo con occhi pieni di sorprese e promesse nascoste, e devo dirlo... ero in preda ad una dolorosa erezione che mi svelò le reali dimensioni del mio pene. Il giorno seguente ordinai all’ambasciatore della sua nazione natale di farmi visita. Chiesi notizie, fui uomo d’arme più che fine poeta, e mirai al sodo. Ero innamorato della principessa e volevo sposarla. Unione così fortunata avrebbe portato pace e prosperità alle nostre nazioni, in passato nemiche. Avrei assicurato ricchezze tali da mutare quel piccolo stato, avrei reso il padre della sposa uno degli uomini più influenti d’Europa. Tutto era semplice nella perfezione di un piano perfetto, tutte le note danzavano in armonia celeste a rendere uomini e nazioni più uniti e più forti. L’ambasciatore, con un garbo che gli valse la vita, mi disse che forse la principessa era già promessa ma che avrebbe dedicato tutti i suoi sforzi a far sì che la mia idea, gentile e generosa, si risolvesse nel successo più totale. Ero un saggio a dir suo, e per lui era un onore portare questa mia offerta al suo Signore. Naturalmente, spiegai, una risposta negativa avrebbe significato la completa distruzione della sua piccola patria. Avrei scritto di mio pugno l’ordine d’impalare tutta la famiglia reale per poi gettarne le carni morte ai maiali delle mie magioni dell’est. Però, aggiunsi con un sorriso solare, a questo non dovevamo neanche pensare. Lo ricompensai nell’immediato con un giovane valletto su cui l’ambasciatore aveva posato lo sguardo e le erezioni malcelate. Dopo alcune settimane mi giunse la notizia che la principessa aveva sposato in tutta furia un individuo del suo miserabile paese. La splendida Lucille era divenuta improvvisamente la mia preda. È misteriosa a volte la vita, ci conduce ad un mutare istantaneo di sentimenti. Se solo pochi istanti prima di leggere la lettera, in cui venni a conoscenza di quel matrimonio, ero assolutamente dedicato a quello che potrei definire un amore tenero, ora quella donna sarebbe stata un bottino di guerra. Come ho detto: la mia preda. Quando passai con le armate i confini nemici ero consapevole della mia furia cieca, concessi alla soldataglia il diritto di saccheggio. Permisi il riposo ed il conforto delle carni permettendo loro di abusare di quelle donne robuste che tanta fertilità davano a quello spicchio di mondo. Ricordo ancora la prima notte di occupazione, le grida di quelle donne bionde s’alzavano stridule e laceranti. Fui toccato da una capacità strategica di cui mai avevo goduto, sbaragliai l’esercito avversario con una manovra a tenaglia che d’allora è riportata sui testi di tattica militare, e lo distrussi. Feci impiccare trenta dei miei ufficiali che si erano opposti all’assassinio dei nemici e diedi la prova della mia forza. In dieci giorni il paese era occupato e la famiglia reale nascosta ed assediata, nell’ultimo castello ancora libero dalla mia tenace crudeltà. Iniziò l’assedio. L’aver conosciuto, al solo pensiero della splendida Lucille, erezioni nascoste (ah, quanto dolore nelle cavalcate mattutine per addestrare la mia cavalleria) risvegliò la voglia di esercitare la mia durezza nel corpo di giovani fanciulle. Ordinai ad un servile tenente, divenuto negli anni seguenti Maresciallo del Regno, di trovare le ragazze più belle e di condurle nude alla mia tenda. La freschezza delle carni era sorprendente. Io, conquistatore di regni, ne ero sorpreso. Quelle giovani fanciulle venivano scelte tra le più belle ed eleganti, erano profumate, flessuose, rese edotte della mia potenza da servi e lacchè. Le trovavo quindi nella giusta predisposizione per togliermi sfizi e calori. Ricordo di una giovane nobile, molto bella a dire il vero, che lodava il mio pene arrivando a parlarci in francese (unica lingua atta alla benevolenza, sosteneva). Era oltremodo delizioso vederla riempire la bocca del mio nobile sperma, giocarci con la lingua per poi bere il tutto in preda a gridolini da puttanella d’osteria. E la timida Jasmin! La sua dolcezza era un paradosso. Bella come una statua d’avorio, amava farsi veder montata dai negri della mia guardia personale. Uomini che superavano non di poco i due metri, dotati dalla natura benevola di falli oltremodo mostruosi. Lei, splendida fanciulla in fiore, colmava di carne nera tutti i possibili orifizi del suo corpo per poi, come lei stessa diceva, nuotare in quella crema calda. Ma, donna dall’educazione pudica e gentile, copriva di seta nera i suoi occhi, perché non vedessero tanta volgarità. Ma come urlava di piacere! Come piangeva di dolore quando il fido Hamal ed il suo serpente nero la impalavano ferocemente. Ed io, in preda alle risa più becere ed al vino francese, godevo da solo di tale grottesco spettacolo. Una sera, pioveva con tristezza infinita e il mio animo gentile ne era turbato; mi condussero una donna piacente, direi, ma che aveva passato i trent’anni. Al solo crepitar delle mie urla, per un tale affronto intendo, un servo accorse al mio fianco con la spiegazione di tale ardire. Avrei dovuto esaminare la donna con attenzione, era una sorpresa mi disse, del medesimo tenente. Allora iniziai ad osservarla e con mio stupore vidi che aveva due ben distinte vagine. Delineate e disegnate da mano sapiente, ma due. Quale sorpresa! Quale divertimento! La feci bere a più non posso obbligandola a far pipì prima dall’una e poi dall’altra. Le mie guardie ridevano impazzite di stupore ed eccitazione, mentre ad un servo, giovane e inesperto, chiesi di bere tutta quella pipì di sorgente così strana. E poi le due gemelle. More come figlie del dio d’Arabia e bellissime. Sembrava di rubare l’intimità ad una ninfa e alla sua immagine di specchio. Erano brave a letto e le costrinsi a darsi piacere l’una a l’altra con un fallo d’avorio intagliato, così per mio gusto, di fronte ai genitori legati in catene. Ah, che piacere perverso quando feci sodomizzare il padre da un mio valletto siciliano. Non solo per meschinità fugace, mi sia dato atto, ma quell’idiota di vecchio aveva osato condurre all’attacco la sua fanteria contro le Guardie Reali, dono del mio Signore. L’assedio continuava e le spesse mura di quel castello maledetto mi allontanavano dalle belle membra di Lucille, quando la fortuna si volse a me. Nelle scaramucce a cui lo sconfitto esercito avversario ci obbligava, allo scopo di alleggerire l’assedio (poveri illusi), la cavalleria prese in ostaggio tre ufficiali. Appena mi furono condotti innanzi tremai di felicità, erano i fratelli della splendida Lucille. Lei li amava con la tenerezza a cui solo una creatura così meravigliosa può aspirare, e li avrebbe difesi con tutte le proprie forze. Un mio consigliere, un turco di smisurata crudeltà ma dall’intelligenza politica sublime, mi disse che quella era merce di scambio. Avrei potuto proporre la pace in cambio della mano della principessa; al marito caduto mio ostaggio avevo già fatto tagliare il pene, i piedi e le mani prima di farlo morire dissanguato su un palo. Solo a matrimonio avvenuto, con l’alleanza sancita, avrei liberato quegli uomini. Lucille accettò. Lo fece con una lettera piena di quella grazia che mi aveva colpito. Si professava pentita, diceva d’esser stata oltremodo egoista causando tanto dolore alla propria patria ed in ultimo si nominò la regina tra le stupide, perché non aveva accettato la proposta di un uomo tanto bello quanto potente e valoroso. Furono nozze sfarzose. Il mio Signore fu tanto generoso da donarmi per un mese la sua reggia, mentre lui continuava a nord un’occupazione militare che invero avevo da tempo concluso, così, per amore di gloria che tanto mancava alle sue virtù. I mesi di assedio a quel castello tenace maturarono in me la consapevolezza che il sesso è una forma robusta, direi invincibile, di manifestazione della vita, della propria esistenza. Possedere donne belle è come dire al mondo intero che la propria anima ha una dignità di ferro, come esercitare il nobile diritto del forte sul debole. Divenne una droga per me, e la splendida Lucille fu presto una delle tante. Aveva sì una cultura inesauribile, ma a letto era impacciata e vergognosamente pudica. Dovetti legarle le braccia prima di sodomizzarla e con mio grande stupore pianse ogni volta. Di dolore intendo, e mai di piacere. Ed io, che causai la morte di più di diecimila uomini per aver la possibilità di portarmela a letto, fui, lo ammetto, deluso dal suo corpo e dalla sua femminilità. Ma le cugine carnali, che Lucille volle a corte, erano deliziose e follemente amanti del mio pene e dei diamanti del tesoro reale, di cui nel frattempo mi ero impadronito, insieme al Regno.
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