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Iliade d’amore, l’inizio
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Titolo:
Iliade d’amore, l’inizio |
Autore:
Mojito y sexo |
Contatto:
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Racconto
n° 3190 |
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Sono Ettore La guerra è sempre stata nel mio destino. Io non ho fatto altro che viverlo, nella speranza che la parte a me assegnata fosse quella dell’uomo colmo di dignità. Mio padre Priamo, re di Troia e uomo rispettoso degli dei, mi educò al coraggio e alla lotta. Divenni eroe della mia bella Ilio, e la sua unica speranza contro i cani Achei, assetati di ricchezza più che giustizia. Per dieci anni difesi le forti mura, per dieci anni a capo di un esercito valoroso sconfissi i nemici innumerevoli, che come animali pronti al pasto stavano rintanati in riva al mare. Le navi nere si ergevano a richiamo di futuri funesti, ma il cuore mai cessò di sperare nella vittoria. Ci fummo vicini. Più volte. Ma padre Zeus aveva piani diversi e donò i suoi favori a chi sembrava meno meritarne.
Sono Elena Fu Zeus a prendere mia madre Leda, tramutato in cigno l’ingannò, l’amò, ed io nacqui. Mi dicevano la donna più bella del mondo, ma in cuor mio respiravo già aria di morte. Fui strappata dall’illusione dei sensi al mio primo marito, il coraggioso Menelao. Fui donata al bello e pavido Paride. Vissi nella grande Ilio, protetta da mura possenti, carne in dono al figlio di Priamo e accettai il mio destino. Orde furiose di Achei giunsero. Più di mille navi oscurarono il mare. Agamennone re dei re le guidava, il fratello di Menelao. Ero io il motivo dello scontro, il tesoro rubato, l’onore strappato. Uomini tra i più valorosi del mondo si morsero alla gola, sino a donare l’un l’altro morte e dolore. E morte e ancora morte. Fiumi di sangue e pire altissime in cielo furono i segni del mio destino. Io, la donna più bella del mondo, vivevo nel dolore di una casa non mia. Il re e i suoi figli a stento mi sopportavano. Le ancelle stesse, schiave stupide e immorali, mi deridevano. Solo Ettore rispettava il mio dolore, solo Ettore mi fu amico. L’eroe tentò più volte di convincere Paride a rendermi a Menelao. Ma la gloria dei sensi si sostituisce talvolta a quella delle armi di bronzo, e mai Paride comprese il suo errore, come mai fu meno vile dell’uomo vile.
Sono Andromaca Fui rapita dalla mia amata Tebe, ma mai donna è stata per un tempo così breve più felice di me. Amai Ettore di una tenerezza senza fine e gli donai lo splendido Astianatte, nostro figlio. Ho sempre sorriso delle carezze vigorose di mio marito, ho sempre pregato che vivesse la sua vita nelle mura possenti della poderosa Ilio, più che nei campi sanguinosi. Ma lui, uomo coraggioso, mi parlava sempre del suo destino. Era fatto per la guerra, diceva, e da questa avrebbe avuto onori e morte. Ma io ero moglie e madre, e non tanto folle da non pregare per la felicità dei miei cari.
Ettore guarda Elena nell’animo suo Uomini valorosi la chiesero in sposa sin da giovinetta. Non solo per la bellezza divina erano pronti a tutto. Su consiglio dello scaltro Ulisse lei scelse il suo futuro, e la fortuna cadde su Menelao. Uomo baciato dagli dei. I lunghi anni passati in questa casa mi hanno concesso la fortuna della sua mite amicizia, seppur sposa di mio fratello Paride io la guardavo con la bramosia del lupo. Lei percepiva i miei pensieri, e per anni, nel segreto del tempio di Zeus, io la presi. Di questo abominio con cantò il poeta, di questa vergogna non poteva sporcarsi Ettore il magnifico e la figlia di un dio. Ma la verità degli uomini non si perde mai nelle onde, vi si nasconde nel mare in tempesta, per poi tornare a galla alla prima quiete.
Sono Paride Il più bello della mia stirpe. Nella forma e nelle movenze eleganti, avrei potuto essere anche il più forte? Sarei stato un dio in terra. La forza era nelle membra di Ettore, in lui tutte le speranze del re mio padre. Volli Elena e la presi, un dio amico mi aiutò. E con lei il tesoro dei cani achei. Mi chiamarono vile e ladro. Ma era solo il mio fato ad agire, e quello, di sangue, della mia città. Amai Elena per la sua bellezza ma trovai conforto anche in altre braccia. Fui vile con Achille, lui sì un dio in terra, ma chi non lo sarebbe stato? Solo quel folle di mio fratello Ettore tentò. E fu schianto di bronzo lucente e morte nella polvere.
Elena guarda dentro i sogni di Ettore In vesti eleganti o nel bronzo più splendente e tonante Ettore era un eroe. Lo vidi uccidere con la grazia del cigno ingannatore e la forza del mare. Quando la prima volta lo baciai aveva sangue nella bocca. Ricordo con stupore quel sapore dolciastro che tutta mi accese nel corpo. Mi disse una notte che sarebbe morto in quella guerra, che lo sentiva. Achille non era un uomo comune ma un essere colmo dei favori di un dio. Sarebbe morto per il mio rapimento, eppure ne avrebbe goduto. Diceva di amarmi nelle carni e nell’anima, come invece provava tenerezza per la sposa Andromaca. Per me c’era il fuoco che arde diceva, per lei un balsamo benevolo. Io lo guardavo negli occhi quando con la sua carne entrava nel mio corpo sudato. Tendevo le mani piccole sulla sua schiena trafitta e possente. E nel silenzio del segreto dicevo d’amarlo. Non m’ingannò mai. Sua moglie era gravida e sorridente, suo figlio aveva il trono nel futuro. Non mi disse mai bugie. Mi prese con la carne del suo membro e mi donò un seme prezioso. Con tutti tacqui quel dominio dei sensi. E lui a nessuno ne parlò.
Ettore racconta di Elena Possedere la figlia di un dio è un piacere fugace se solo alla bellezza di Elena si pensa. La sua voce e l’orgoglio m’erano sprone, i suoi sorrisi frusta sul cuore. Quando giacevo con lei ero vivo nel sangue dei morti e toccavo il cielo. La sua bocca elegante mi baciava le ferite più fresche, e il pube suo mi dissetava di tanta dolcezza che ambivo. Ricordo sulla pelle le sue mani bianche, le ricordo con la leggerezza con cui tesseva ornati d’incanto. Elena, figlia di Zeus, m’era amante e poesia. Ed io brandivo l’armi lucenti con lei nel cuore, col desiderio di salvarla da pene sicure. Ricordo il sudore. Amavo leccarlo con gioia e perversione ridente. L’amavo, dicevo, nel segreto dell’altare al re di tutti gli dei. Come se fosse il talamo nascosto di suo padre, che con l’inganno possedete la madre, Leda.
Andromaca si fa cieca d’amore Vedevo Elena camminare nelle stanze reali. La vedevo come una dea muoversi e parlare. A stento il poeta poteva dire di tanta bellezza, che il solo guardare, il toccare, non basta alla perfezione più cruda. Elena non era bella come una dea, una dea sembrava. In carne color latte e vita. Anche l’uomo più saggio e più onesto, il coraggioso e il vile, non poteva mentire a se stesso. Elena vibrava come un argento antico allo schiaffo dell’artista. Era luce e sangue. E piangevo in cuor mio quando Ettore la seguiva con gli occhi. E segretamente stringeva la cinghia di cuoio della sua spada. Ma nulla dicevo e mai dissi mai. Conoscevo le sacerdotesse del tempio. Sapevo degli amplessi bugiardi al mio nome. Ma Ettore è uomo che cede alla carne di una dea, ma mai il suo amor venne meno. Io comprendevo ed amavo. Un fato di sofferenza e gioia era il mio.
Inaide con gli occhi accesi Sono sacerdotessa del tempio di Zeus. Da bambina dono i miei giorni al culto del dio supremo. Vedevo gli amplessi di Ettore ed Elena nel silenzio del sacro altare e tacevo. Non mi stupivo del gioco delle carni, delle passioni. Ma della bellezza infausta di quella donna. Mai visti seni più belli, scolpiti nel marmo da mano felice. La bocca e la schiena di quella donna parlavano del cielo più che della terra di noi mortali. Il pube glabro e sensuale si apriva come un fiore d’incanto. Quei fiori che nascono nelle primavere più belle. Ettore la prendeva con sovrana maestria, alzandola per i fianchi e premendone il membro possente nello stomaco voglioso. Le gambe, il collo, tutto di lei baciava o mordeva. Tutto leccava ed assaporava mesto, col pensiero pronto al prossimo scontro. Ricordo il seme di quell’eroe bagnarle il volto, coprirne i capelli con fiotti innumerevoli. E lei gemere, nel silenzio del segreto dovuto. E lui baciarla con la passione di un dio. Lei stessa puliva. Talvolta con lingua licenziosa, altre con i capelli di luce. Mentre Ettore, l’eroe, rivestiva il bronzo da guerra e le lance pronte al sangue.
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