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L'iniziazione - Alexia
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Titolo:
L'iniziazione - Alexia |
Autore:
Collezionista |
Contatto:
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Racconto
n° 3289 |
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Avevo letto quell’annuncio sul giornale (“Alexia, splendida transessuale, abbronzantissima, dominatrice, molto femminile, ti aspetta allo…) e avevo immediatamente telefonato: - Alexia, sei tu? – - Certo tesoro, come ti chiami? – - Sono Andrea, ho letto il tuo annuncio e voglio saperne di più – - Allora... ho 28 anni, sono alta 1,80, porto la III di reggiseno, sono attiva e passiva e sono molto dotata, quasi 25 centimetri in tiro – - Ottimo, proprio quello che cercavo, soprattutto ti speravo attiva – - Sono attivissima, da dove chiami? – - Da Lodi ed ero interessato alla parola dominatrice: lo sei veramente? – - Tesoro, con un cazzo come il mio ti domino solo facendotelo vedere, comunque mi piace farlo se lo desideri – - Cercavo proprio una come te allora, sono alla prima esperienza di queste cose e, capisci, non vorrei che mi facessi troppo male, il cazzo grosso è quello che cerco, però non vorrei che si esagerasse – - Non ti preoccupare, il gioco lo gestisci tu, io arrivo fin dove vuoi. Quando vieni? Adesso sono libera per tutto il pomeriggio – - Parto adesso, il tempo di arrivare. Un’ultima cosa, sono alto anch’io come te, avresti qualche vestito da prestarmi, scarpe comprese, vorrei appunto essere dominato facendo la femmina, ho voglia di farmi scopare il culo – - Certo, tutto quello che vuoi. Ti aspetto e quando arrivi a Milano Lambrate chiama che ti indico la strada. Intanto però dimmi come sei – - Ho 35 anni, sono alto come te, peso 75 chili, porto la 50 e il mio numero di scarpe è il 41-42 – - Perfetto, ho quello che ti serve, ti aspetto - Feci solo una doccia veloce e mentre il sapone mi accarezzava la pelle da poco depilata pensavo alle mani che tra breve mi avrebbero sfiorato e al cazzo che mi avrebbe posseduto. Partii subito dopo, con il climatizzatore al massimo per non sudare, e in breve tempo ero a Milano. - Sono a Lambrate, dove vado? – - Dietro la stazione c’è un distributore in disuso, posteggia lì e vai al civico 87, suona il numero 16, sono al terzo piano in fondo al corridoio, non suonare ma bussa piano – - Mettiti gli stivali: mi fanno impazzire – - Non ti preoccupare, li indosso già – Suonai il campanello con il numero 16, numero perfetto, e entrai nel condominio, senza portineria. Nell’ascensore c’erano diverse scritte riguardanti lei, la trans odiata dai condomini e amata dai clienti: “Troia, vattene!” “Ho il culo rotto, ma ne è valsa la pena” “Alexia ti amo, chiama il …” “Puttana, fai schifo” “Appena ho la moglie in vacanza ti sfondo il culo, angelo dei miei sogni” “Finalmente una condomina da scopare” “I nostri mariti scopano donne vere, non un aborto di donna come te” “Rifatta, è tutto silicone” “Voglio ancora il tuo sperma in bocca, il cazzo nel culo, poi ci scambiamo le parti” “Mi tira sempre dopo averti scopato, sei meglio del viagra” “Ti porto mia moglie così le spacchi il culo anche a lei” “Mi piace fare pompini con l’ingoio, chiama il …” “Abbiamo fatto gli spiedini con la mia ragazza: Alexia mi inculava e Lella mi spompinava Io inculavo Alexia e Lella la spompinava Io inculavo Lella che spompinava Alexia Poi abbiamo scopato Lella assieme scambiandoci i suoi buchi. Provatelo”. L’agitazione salì a mille nel momento che l’ascensore si fermò e le porte si aprirono. Il corridoio non era particolarmente illuminato e terminava con la porta dell’appartamento di Alexia. La porta era chiusa, ma si aprì al primo bussare. Entrai superando un pesante tendaggio che aveva lo scopo di non mostrare Alexia a chi fosse passato in quel momento per il corridoio del piano. - Ciao, benarrivato – - Grazie, sono senza parole – Alexia aveva superato le mie aspettative. Era alta poco più di me e calzava gli stivali che speravo avrebbe messo: neri di pelle aderenti fin oltre il ginocchio, a punta e con un tacco di almeno 12 centimetri tutto cromato e anch’esso appuntito. Lateralmente erano chiusi da una lunghissima stringa nera che lasciava i lembi aperti per mostrare più che per trattenere. Le gambe lunghe non erano coperte da calze, erano abbronzantissime, sembravano dorate, e ben sode; indossava poi un vestito molto aderente anch’esso di pelle nera che terminava sopra il ginocchio con un generoso spacco laterale ed era scollato fin sotto il seno, con i lembi del vestito trattenuti da stringhette che lasciavano intravedere le tette sode. Il viso era femminile, con i tratti forti del maschio che era, con i lunghi capelli neri raccolti in una coda che aveva il primo tratto inanellato da una striscia di pelle nera e che le spuntava alta dal capo. In mezzo all’inguine si notava il rigonfiamento del cazzo, intuii, ancora a riposo. Le diedi d’istinto la mano che prese per portarsela prima al seno e poi al cazzo: - Cosa vuoi prima, un assaggio o preferisci travestirti subito? – Sotto la mano il cazzone era morbido, la pelle calda me lo lasciava indovinare dentro una fine biancheria intima, e fui tentato di aprire lo spacco del vestito per accarezzarlo subito, ma preferii trattenermi. - Preferisco travestirmi – - Seguimi, allora – Sculettando sui tacchi cromati, che già immaginavo sul mio corpo disteso, si diresse verso una stanza vicina, dove mi lasciò entrare da solo. - Troverai tutto quello che desideri, ricorda però che quando uscirai sarò una padrona esigente. Non indossare nulla che ti debba togliere però, non voglio perdere troppo tempo, ho voglia di scopare e quindi spicciati e mettiti solo il rossetto, se non sai truccarti, rimani così come sei – e mi spinse dentro chiudendo la porta alle mie spalle. La stanza era un camerino ed era composto da pochi ma utili mobili: un grande specchio per il trucco con tutto quello che serviva a portata di mano; un armadio aperto con appesi abiti, sottovesti, guepiere, body di vario genere; uno scaffale con diverse paia di scarpe e stivali e una cassettiera dove presumevo si trovassero gli altri accessori che servivano a trasformarmi nella persona dei miei desideri. Aprii proprio quelli e trovai calze, collant, mutande con varie aperture e prominenze rigide, perizomi e top di ogni colore e consistenza. Non cercai per molto, perché notai su di una seggiola alcuni vestiti che evidentemente Alexia mi consigliava di indossare, per evitarmi di perdere tempo in tutto quell’abbondanza di accessori fatti per scopare. Li indossai come voleva, era lei la padrona: cominciai con i collant neri, di consistenza molto liscia e lucida, che terminavano con un reggicalze. C’erano poi un paio di pantaloncini a vita alta molto aderenti di tessuto contenitivo elasticizzato nero opaco che avevano una piccola cernierina sul davanti e una generosa fessura sul dietro, lasciando quindi il sedere….libero di essere posseduto. Per la parte alta del corpo c’era un top sbracciato a girocollo, coordinato con i pantaloncini, molto aderente, feci non poca fatica a indossare e ad allacciare dietro, che aveva il rigonfiamento del seno già formato e dove dovetti infilare due tette in silicone come protesi, scegliendole da una scatola vicina. Scelsi una IV, volevo sembrare una troiona dalle tette grosse, volevo vedermele sporgere da ogni posizione che avessi dovuto assumere.
Le scarpe dovevo scegliermele da solo e puntai su di una scarpa da sera di pelle nera ,con il tacco alto quanto quelli di Alexia, e il cinturino alla caviglia. Un tocco veloce di rossetto e mi guardai allo specchio: quasi venni dall’eccitazione: ero una figa da urlo, il ventre reso piatto dai calzoncini con la cernierina che chiedeva di essere aperta e il bianco del culo che occhieggiava invitante. Feci qualche passo sui tacchi per prendere confidenza e poi uscii. Lei era là in mezzo al corridoio e teneva in mano un guinzaglio: - Bene, hai messo quello che ti avevo preparato, molto bene, girati un po’…, ottimo, ti stanno a meraviglia anche le scarpe. Mi sembri un poco insicura con i tacchi, mettiamo questo e facciamo qualche passo per prendere confidenza. Vuoi farti scopare come femmina, quindi devi saperti muovere da femmina. Da adesso sarai la mia cagnolina in calore – Mi mise il collare con il guinzaglio, lo strinse per bene e, inaspettatamente, mi diede una ginocchiata nelle palle. Mi piegai non tanto dal dolore, era stata veramente leggera, quanto dalla sorpresa. - So che ce l’hai gonfio e duro, ma non permetterti di venire dentro i miei calzoncini, perché altrimenti ti trascino così come sei fino in Piazza del Duomo - - Certo, anche se faccio non poca fatica a trattenermi – - Lo so, ma sono io che comando e quindi ubbidisci! Adesso vediamo come ti muovi sui tacchi, li hai scelti belli alti quindi cammina – e dopo aver dato uno strattone al guinzaglio mi fece passeggiare per il corridoio. Ero molto insicuro sui tacchi, non ne avevo mai portati in vita mia, ma erano della misura che avevo sempre sognato e non avrei mai potuto metterne di più bassi per quella prima volta. La scarpa poi era di grande qualità, mi calzava a meraviglia e ben presto anche la camminata si fece più sicura. I polsi legati dietro la schiena mi rendevano l’equilibrio ancora più precario, ma allo stesso tempo mi costringevano a concentrarmi al massimo. Quell’andare avanti e indietro per il corridoio mi distolse un poco dalla tensione che sentivo crescere, pronta a scoppiare eiaculando nei calzoncini, anche se, divenuto più sicuro sui tacchi, il panorama del culo ancheggiante di Alexia davanti a me mi fece rimontare in canna fiotti si sborra pronta da emettere. Ovviamente lei ne era consapevole e quindi cambiò gioco. - Adesso cammina da sola – Aveva iniziato a trattarmi da femmina e questo mi portò quasi sull’orlo del coito, ma tenni duro. - Dai, sculetta, i tacchi sono fatti per ancheggiare…, bene, così stai andando meglio, attenta a non strafare, …ottimo, continua pure così - Sotto la sua guida attenta mi fece camminare avanti e indietro per il corridoio diverse volte, ancheggiando naturalmente e diventando sempre più bravo a muovermi su quei tacchi così difficili, ma che mi davano sensazioni indicibili all’inguine tramite lo strofinio del tessuto del pantaloncino. Quell’andirivieni sortì l’effetto desiderato e il cazzo mi si sgonfiò un poco. - Ottimo, adesso sei quasi pronta – e mi si avvicinò. - Adesso stai ferma e non azzardarti a farmi degli scherzi – Guardandomi negli occhi mi slacciò la cernierina e mi estrasse il cazzo di colpo divenuto duro. Mi prese le palle con una mano e con l’altra mi fece ritornare il glande dentro la sua pelle. - Adesso, se vieni, ti strizzo le palle come non hai mai provato in vita tua e, per almeno tre giorni, oltre a non poter scopare, non potrai neanche pisciare – - Ci proverò, ma non so se… - - Cerca di riuscirci, ne va del proseguimento di questo pomeriggio e dei pomeriggi futuri – Da conoscitrice dell’idraulica maschile, sapeva che avevo avuto almeno due coiti interrotti e quindi, strizzandomi il glande all’interno della pelle protettiva, sapeva che avrebbe trovato un poco di sperma liquido. Avvicinò la bocca, e, dopo avermelo appena scappellato, lo leccò via, senza indugiarci troppo. - Bravo – disse rimettendomelo dentro, senza peraltro usare nessuna cautela. - Adesso calmati, dobbiamo uscire – - Uscire? – il cazzo mi tornò molle di colpo. - Certo, dobbiamo scendere a prendere la posta, aspetto una lettera importante e non ho ancora avuto tempo di andare a vedere – Mi scrutò. - Certo che con quei pantaloncini non puoi uscire, quelli vanno bene per dopo, ma non posso certo esagerare con i vicini. Vieni con me – e ripresomi per il guinzaglio mi riportò nel camerino. Sapevo di essere rosso in viso, il cazzo molle e le gambe tremanti, ma non osavo aprire bocca. Alexia intanto aveva spalancato l’armadio e mi aveva trovato una gonna nera. - Prova se ti va bene? Un attimo che ti tolgo i braccialetti. Attenta con i tacchi a non distruggermela, benissimo fatti un po’ vedere? Una cosa sola, il cazzo che…, fammi sentire…, ecco, adesso è molle…, infilatelo tra le cosce, così non si vede. Bene, abbassati pure i pantaloncini, giralo all’indietro, spingi un poco… così, stringi le gambe e poi ritirateli su…non esce neanche da dietro… bene, una sistemata ancora…Sei perfetta, possiamo andare - e mi tolse il guinzaglio lasciandomi però il collare. - Questi braccialetti li rimettiamo forse dopo, ti è piaciuto fare la cagnolina, vero? – - Moltissimo, ma uscire… - - Certo, ti piacerà vedrai – Non potendo obiettare, la seguii. La gonna mi stava veramente bene, era di tessuto sintetico lucido e pur fasciandomi non metteva in sospetta evidenza il cazzo rigirato tra le cosce, anzi, la piccola prominenza che risultava dava l’idea di un Monte di Venere particolarmente pronunciato che chiunque avrebbe notato e pensato di accarezzare. La forma dei pantaloncini, ovviamente, veniva sottolineata e, osservandomi nello specchio, vedevo le cuciture dello spacco sul sedere come il negativo del perizoma che Alexia portava sotto la gonna. Effettivamente la punta del cazzo non usciva dalla fessura di dietro e quindi non marcava la gonna. Giunti alla porta prese un cappello nero di pelle che aveva una catena cromata sulla visiera e me lo mise in testa. - Così non si nota che hai i capelli corti da uomo – Mi fece uscire sul pianerottolo e, prese le chiavi, chiuse la porta: mi sentii arrossire ancora di più. - Calma, non succede niente, scendiamo solamente a controllare la cassetta nell’atrio, tu rimani tranquilla, poi risaliamo e cominciamo davvero a divertirci – - Va bene, sono pronta – anch’io ero passato alla forma femminile senza accorgermene. Sculettando come mi aveva insegnato, non troppo volgare ma il giusto ancheggiare, percorsi, dietro quello splendido corpo, il pianerottolo fino all’ascensore. - No, non scendiamo con questo, ma a piedi, così prendi confidenza anche con le scale, che sono la parte migliore dei tacchi, sai… anzi, lo lasciamo aperto… così non lo usa nessuno – - Ma perché… - - Zitta, e andiamo – Scendere le scale, tre piani, fu complicato all’inizio, ma divenne presto esaltante. Il cazzo rinchiuso tra le cosce veniva strofinato ad ogni passo e la discesa con i tacchi mi costringeva ad ancheggiare in maniera marcata aumentando gli stimoli. Il pantaloncino contenitivo evitava che il cazzo potesse raddrizzarsi sotto la spinta dell’eccitazione, anche perché Alexia con l’ultimo aggiustamento fatto me lo aveva ben calcato in fondo alle cosce dopo avermele fatte allargare ed avermelo spinto in fondo a forza con il palmo ben aperto, quasi a sfiorare il buco del culo. Non contenta con una mano lo aveva spinto e con l’altra lo aveva tirato per bene. Presto riuscii ad ottenere un’andatura eretta che iniziò a gratificarmi. Giungemmo nell’atrio deserto, il rumore dei nostri tacchi si era sentito per bene sulle scale di marmo, ma nessuno era uscito a controllare. Arrivato al piano terra ritrovai il piacere di camminare in orizzontale e mi tenni eretto spingendo provocatoriamente il seno, purtroppo finto, in fuori. Le cassette erano vuote, ma Alexia sembrava non aver fretta di tornare. - Allora, com’è andata la discesa – - Benissimo Alexia – - Non chiamarmi Alexia, ma Padrona, perché sono la tua padrona vero? – - Certamente, Padrona, vedi, faccio tutto quello che vuoi – la porta di uscita era lì vicino e temevo che mi invitasse a una passeggiata. - Benissimo, tra un attimo risaliamo – Contemporaneamente un uomo di mezza età, con due borse della spesa per mano, fece il suo ingresso nell’atrio. Rimasi paralizzato, conscio dell’aspetto datomi da quello che indossavo e del messaggio che il collare da cane che portavo trasmetteva. Il mio sguardo corse al pacco che Alexia portava in mezzo alle gambe, seppur molle, non era certo invisibile. L’uomo era senz’altro un inquilino e dallo sguardo che ci diede non riuscii a capire se era contento di vederci o se sarebbe esploso in ingiurie al nostro indirizzo. Fu anche trattenuto dall’arrivo del postino che, dopo un attimo di sorpresa, mise la posta nelle caselle e, dopo un ultimo sguardo, uscì strizzandoci l’occhio. Quel complimento così rapido mi arrossì leggermente le guance, ma fu subito fermato dalla presenza dell’uomo con la spesa che, nel frattempo, aveva controllato la propria casella e, trovatala vuota, si era diretto all’ascensore. Alexia controllò la posta, anche lei non ne aveva, dopo di che si avviò per ritornare in casa. L’inquilino, dopo un’inutile attesa di qualche attimo davanti alla porta dell’ascensore, s’era anche lui avviato per salire con le scale: prendendomi a braccetto Alexia me lo fece superare appena prima che avessero inizio. - Sicuramente qualche stupido avrà lasciato la porta aperta – disse con tono irrisorio. Salire era un’esperienza nuova per me, ma, tenendo il passo lento di Alexia, riuscii presto a muovermi con disinvoltura, tanto che ormai i tacchi alti non erano estranei alle mie movenze che diventavano sempre più femminili: l’abito non fa il monaco, ma i tacchi trasformano velocemente un uomo in una donna e io ero una donna da favola! Ancheggiando premevo sempre più il cazzo tra le cosce, lo strofinavo ad ogni scalino e lo sentivo crescere: ogni tanto occhieggiavo lo pseudo Monte di Venere che mi si era creato, ma non vedevo il tanto temuto rigonfiamento maschile. Temuto, perché mi sentivo donna, ero vestita da donna, portavo tacchi da cui nessun maschio avrebbe distolto lo sguardo, le mie gambe perfettamente depilate, non essendo particolarmente muscolose e con le caviglie piccole, erano quelle che diverse donne avrebbero desiderato possedere. Indossavo gli abiti di una donna facile, aderenti che mettevano in risalto il mio corpo, accompagnandomi nei movimenti senza smettere di sottolinearne le forme. Avevo finalmente un seno procace, tondo e non cascante, non importava se era finto, l’aspetto era quello e ogni uomo che vede un seno grosso desidera provarne la consistenza sotto le sue mani. Ma di una cosa ero cosciente: dello sguardo dell’uomo che ci seguiva salendo lentamente le scale dietro di noi. Girando sul pianerottolo avevo colto il suo sguardo correre lungo la mia persona soffermandosi sul sedere che sventolavo come un trofeo da conquistare, conscio della innaturale apertura posteriore dei miei pantaloncini che traspariva dalla stoffa della gonna. Di una cosa non ero sicuro: se, sentendomelo diventare duro nella costrizione delle cosce serrate, la cappella non avesse iniziato a mostrarsi all’infuori dell’apertura, insolito rigonfiamento sotto la stoffa sottile della gonna, che vestiva il mio culo che sapevo tondeggiante quanto quello di una femmina. Ovviamente non potevo girarmi a controllare, né tantomeno tastare con la mano. Girando per iniziare una nuova scala bisbigliai a Alexia: - Padrona, ho il cazzo che tira, credo che mi sia uscita da dietro – Mi accarezzò leggermente il sedere, anche se l’inquilino era nuovamente dietro di noi. - No, non lo sento, vai avanti così che sei perfetta – Il suo sguardo mi dava sicurezza e mi rendeva fiera di quel corpo che avevo sempre voluto far ammirare sotto sembianze femminili. Avrei voluto parlargli, dirgli qualche cosa, strofinarmi a lui, scoprirgli il cazzo per avvolgerglielo con le labbra rosse, accogliere il suo sperma, ma non potevo, non mi sentivo sicura della voce e poi ero solamente una schiava della mia Padrona Alexia, che mi lanciava occhiate cariche di comprensione. Giunti al piano dell’uomo, Alexia si fermò prima di affrontare l’ultimo giro di scale che ci avrebbe portato al suo appartamento e mi fece appoggiare al muro del corridoio. - Sei stanca, tesoro? – Annuii con il capo, l’adrenalina scorreva nelle mie vene facendomi tremare un poco le gambe. - Riposati un attimo, prima di risalire – e mi si avvicinò. L’uomo raggiunse la porta e posata la spesa cercò le chiavi. Non riuscivo a capire il senso di quel gioco, ma attesi. - Tra un attimo saremo in casa, amore mio – e avvicinatasi ancora premette il suo grembo contro il mio, avvinghiando una gamba alle mie: mi guardò negli occhi e mi baciò, lingua e labbra danzarono sulle mie e dentro la bocca. Non sapendo dove mettere le mani le afferrai il culo e lo premetti con forza contro il mio inguine, sentendo il suo cazzone risvegliarsi. Iniziò a strofinarmelo contro il Monte di Venere, spingendo contro quell’ostacolo, superandolo per poi ritornarvi contro. Sentii un braccio cingermi la vita e una mano guidarmi la nuca durante l’unione delle nostre bocche divenute avide. L’uomo era entrato, ma ci guardava dall’ingresso socchiuso, Alexia lo sapeva, ma faceva finta di niente. Solo quando sentì la porta chiudersi interruppe il bacio. - Brava, sei stata brava, ti meriti una scopata con i fiocchi – Senza indugiare salimmo il piano e arrivammo nell’appartamento: ero stato usato per qualche cosa che non mi riguardava, ma il premio l’avrei presto ritirato, duro e abbondante. Appena entrati Alexia mi rimise il collare, lo strinse per bene e mi portò in una nuova stanza. Contro la parete capeggiava un letto enorme, con una testiera imbottita con diversi anelli infissi nel muro ad altezze diverse, mentre alcuni divanetti senza spalliera erano messi a casaccio per la stanza. Un palo, dal soffitto fino a terra, era collocato in un angolo e proprio verso quello mi portò, sganciò il guinzaglio e agganciò il collare a un anello apribile, poi mi prese le mani e unitemele dietro le bloccò con un paio di manette. Mi si mise davanti, aveva anche lei gli occhi accesi dall’eccitazione, pur essendo una professionista del sesso il giochino sulle scale l’aveva eccitata e adesso mi voleva. Si tolse il vestito lasciandolo scivolare a terra dopo averlo slacciato sul davanti, le spalle che uscivano una alla volta, il tessuto che si raccoglieva ai suoi piedi: rimase con il tanga gonfio davanti e le tette libere, con i capezzoli che puntavano verso l’alto, turgidi. Non voleva però rimanere così, prese da un divanetto un reggiseno che vi aveva lasciato, un reggiseno rosso che reggeva ma mostrava, non avendo le coppe chiuse ma un foro elastico che si disponeva attorno alle tette anche loro abbronzate. In un attimo se lo mise e quell’indumento che non nascondeva riusciva a esaltare ancora di più la figura avida di sesso di Alexia. - Non farmi male, Padrona, te ne prego – mormorai - No, un poco, ma non troppo. Ora però ho sete e sai di cosa – Mi venne vicino e mi slacciò la gonna, me la fece scivolare via e mi aiutò a liberarmene. Stavo per scoppiare, lo sapeva e non perse tempo. Mi slacciò la cernierina, mi allargò le cosce, recuperò il cazzo, rosso, sudato e per forza di cose non completamente duro. - Non venire subito – e se lo infilò in bocca, le gambe ritte, la schiena piegata ad angolo retto, il culo ostentatamente in fuori. Me lo scappellò con le labbra, scendendo lentamente lungo l’asta come se volesse assorbire ogni più piccola goccia di umidità, assaporandone il sapore del sudore, il calore delle cosce appena lasciate, l’aroma di maschio. Nella sua bocca ritornò duro. Dette due colpi con la lingua larga e mi guardò: venni immediatamente, abbondantemente, densamente. Ricominciò a risalire lungo l’asta ingoiando lo sperma caldo: mai mi avevano fatto un pompino così lungo, così teso ad assaporare il gusto dello sperma, senza lasciarne cadere neanche una goccia, deglutendo contemporaneamente agli schizzi. Non aveva usato le mani, le aveva lasciate sulle tette che continuava a massaggiarsi, allungandosi i capezzoli. Staccò a quel punto una mano e mi strinse forte l’asta sotto il glande, poi si rialzò e mi mostrò la lingua: uno schizzo era ancora su di esso, bianco e pastoso. Me l’avvicinò. Sapevo quello che voleva. Tesi il viso fino dove il collare fissato al palo me lo permetteva e le presi quella lingua coperta dallo sperma del mio cazzo. Lei la tenne ferma, ritta come un cazzo che le uscisse dalla bocca: dovevo fare tutto io. Gliela ciucciai con difficoltà, aspirandone il sapore e deglutendo il frutto caldo del mio cazzo, scoprendo un gusto che non potevo che trovare buonissimo. La stretta sotto il glande non s’era ancora interrotta, mentre le ultime pulsazioni eiaculatorie terminavano. Mi tolse la lingua di bocca e tornò a chinarsi sul cazzo, lasciandolo libero di lasciar uscire l’ultima sborra, non aveva voluto perderne neanche una goccia. Il glande mi faceva un poco male per la stretta, per gli ultimi schizzi che non aveva potuto lasciar liberi, ma la bocca di Alexia me lo massaggiò con ancora quella calma che aveva dato inizio all’esplosione liberatoria. Le piaceva il cazzo, il sapore, il tepore che lasciava nella bocca. Non usava la lingua come se leccasse un gelato, ma lo infilava nella capace bocca e lo leccava dall’interno, massaggiandolo con le labbra che andavano su e giù, aspirando continuamente ogni goccia prodotta dall’orgasmo, e quando lo tirava fuori per leccarlo meglio, ti guardava negli occhi attentamente e poi ritornava a ingoiarlo. La mano saliva lungo l’asta per poi strizzare il glande, ridiscendeva e accarezzava le palle svuotate. Continuò per un tempo che mi sembrò interminabile, aspirando tutto quello che l’orgasmo esploso poteva produrre e si interruppe quando avvertì l’asta iniziare a farsi morbida: aveva terminato. Si rialzò con il cazzone dritto e duro, mi prese il capo tra le sue mani e mi leccò il viso, iniziando dalla bocca, per poi continuare con le guance, gli occhi, il naso, il collo, le orecchie. Avevo le gambe molli, le tenevo ancora aperte per accogliere il suo capo, volevo accasciarmi ma ero trattenuto dal collare fissato al palo, anche se per un trattamento simile avrei anche accettato qualche sevizia in più. Mi andò dietro e mi liberò le mani, slacciò il collare e lo lasciò appeso all’anello. Ero libero, ma non sapevo cosa fare. - Leccami gli stivali – - Subito, mia Padrona – e mi inginocchiai. Leccai quegli stivali come fossero la cosa più dolce del pianeta, e lo erano davvero! La pelle era riscaldata dal piede che contenevano e aveva anch’essa un sapore sessuale, il tacco lo morsicai e lo inumidii di saliva per poi asciugarlo a lingua aperta. Mi sentivo come non m’ero mai sentito in vita mia: ero andato da una squillo sconosciuta per un’oretta di sesso e m’ero trasformato in un essere per metà femmina che mugolava a leccare gli stivali. - Adesso basta – e presami per i capelli mi fece alzare e mi portò verso uno strana panca, troppo alta per sedervici sopra, ma adatta per appoggiarsi con il corpo piegato ad angolo retto. Mi fece appoggiare per bene e venutami davanti si tolse il tanga e mi mise il cazzone davanti alla faccia. - Adesso vediamo se riesci a tenermelo dentro, perché adesso ti inculo e lo faccio fino infondo alle palle – - Ti prego, lo voglio, lo voglio, spingimelo dentro fino in fondo, è troppo grosso, ma sei la Padrona e io la tua schiava, la tua cagnolina in calore – Feci per prenderlo in bocca, ma una sberla sulla faccia mi fermò: - Dopo, troietta, dopo forse, adesso è il culo che vuole, non la tua misera bocca, ha fame di chiappe, vergini magari: sei vergine piccola troietta travestita? – - No, non completamente, nessuno mi ha ancora inculato, ma mi sono infilato qualche… oggetto… nessun cazzo finto però… il dito… qualche manico di scopa, ma il cazzo mai…il cazzo lo voglio adesso, dai dammelo…è così grosso, però – - Bene, adesso il tuo primo cazzo renderà agli altri l’ingresso più semplice, perché ti piacerà così tanto che non la smetterai più di farti inculare – - Non farmi male, ti prego – - Cosa c’è, non vuoi più forse? Prendilo in mano… non senti com’è caldo? Com’è duro? Non lo vuoi più? Stronza, sei venuta per farti inculare e adesso ti inculo, sei una troia e non lo sai, non desideri altro, vuoi sentire dolore e vuoi sentirti il culo pieno di sborra! Puttana, alle puttane come te piacciono grossi vero? – - Si, lo voglio grosso. Ti prego, ho il culo che mi tira… ti prego, fammi del male, fammelo sentire dentro fino in gola! – Mi andò dietro e mi unse il buco con abbondante vaselina, sentivo il dito entrare, spalmandone anche all’interno, mise dentro due dita, forzando il buco e allargandolo per prepararlo all’ospite ben più grande che tra breve mi avrebbe visitato le interiora. Smise e per un’ attimo non accadde nulla: quell’attimo è ancora impresso nella mia memoria in modo indelebile. Mi sentii accarezzare le caviglie, le mani giocare con il cinturino delle scarpe, poi le sentii risalire lungo le gambe fasciate dalle calze e rabbrividii sotto quelle carezze. Non osavo guardare dietro, ma rimanevo concentrato a occhi chiusi sulle sensazioni che il corpo riceveva. Sentii le mani arrivare alle chiappe, me le aprì, forzando la resistenza del pantaloncino, per poter appoggiarci l’inguine, sentii il glande enorme premere sul buco troppo stretto, le mani mi afferrarono la vita…. mi inculò. Non mi penetrò come avevo immaginato con un gran colpo, ma mi spinse dentro il cazzo con decisione ma lentamente, lasciando il tempo al buco del culo di allargarsi per ricevere quell’ospite decisamente fuori misura, le natiche premute contro di esso. Come ebbe guadagnato l’ingresso, lo estrasse per far ungere per bene i tessuti, sentii la pelle uscire assieme a lui, risucchiandomi le viscere, mi sentivo come se mi stessi dividendo, il canale che costituiva il buco era troppo piccolo ma cedeva lentamente procurandomi dolore e bruciore. Poi iniziò a fottermi veramente. I colpi iniziarono a farsi ritmati, lunghi e potenti, con il cazzone che entrava sempre più nel mio corpo dopo ogni colpo, facendosi strada a fatica dentro me. Con uno schiocco me lo estrasse e rimise un’abbondante dose di vaselina. Restai senza quel palo di carne fuori dal culo per un attimo, ma me lo sentivo ugualmente dentro, il buco forzato ancora dilatato che non ritornava alla sua passata dimensione. La vaselina era fresca, me ne mise una buona dose e poi ricominciò a stantuffarmi. Mi ripenetrò senza tanti complimenti, ormai avevo il culo rotto, e mi scopò veramente di forza. Le lacrime mi scendevano dagli occhi e avevo la bocca aperta a trattenere l’urlo che mi montava dentro. Ansimavo, ma anche Alexia ansimava dietro di me, colpendomi ripetutamente con il bacino. Avevo lasciato sfuggire solo un grido, quando mi aveva veramente spaccato il culo e da quel momento era stato solamente un’estasi di sofferenza. - Ti spacco, troia che non sei altro, ti spacco! – Non avevo neanche la forza di rispondere. - Stai godendo, piccola troia, stai godendo del cazzone che ti sta’ fottendo? Fammi sapere, dimmi, troia, fai sentire la voce che stai godendo, che ne vuoi ancora! – - Ahh - non avevo voce, il dolore mi riempiva, avevo un fuoco dietro e i colpi non cessavano di squassarmi. - Ti fotto, ti squarcio! – - Ti prego, basta, basta, mi hai rotto, sento che sanguino, basta, basta – - Certo che sanguini, troia, non volevi il culo rotto? Adesso ce l’hai, adesso godi, puttanella che sei, godi col culo che ti ho rotto, troia, godi, adesso, adesso, adesso! – Non so se ho goduto in quel momento, il dolore era inebriante, mai ne avevo provato così tanto e così tanta estasi, il mio cazzo sbatteva contro il divanetto spinto dai colpi che ricevevo da dietro. Quella scopata rabbiosa aveva azzerato tutte le altre sensazioni, mi sentivo solamente piena di quel cazzone caldo, sentivo solo i colpi che mi spingevano avanti, sentivo solo il dolore della penetrazione. - Godo, ti riempio il culo, troia, ti riempio, ti riempio – Alexia s’era trasformata durante quella scopata, non era più la professionista che scopava il culo a un cliente, s’era veramente appassionata, mi stava scopando con trasporto. Le mani mi trattenevano fermamente la vita, incidendo solchi profondi con le unghie, muovendomi contro il suo cazzo mentre me lo infilava, amplificando sempre di più la penetrazione. Ormai mi aveva veramente spaccato, sentivo il suo inguine sbattere completamente contro le chiappe, il cazzo totalmente calcato nel mio culo. Non sentivo più il mio corpo, né il reggiseno, né i tacchi alti, né il tessuto dei collant: il buco del culo assorbiva tutte le sensazioni. Sentii il fiotto caldo riempirmi fin nel più profondo del corpo. - Vengoo! Troia… godi… godo…, vengo, vengo, vengo! – sottolineava ad ogni schizzo di sborra. Il liquido vischioso si mischiò alla vaselina rimasta e rese più fluido il canale ormai allo stremo. Ne aveva in abbondanza e me la infilò nel culo tutta. Con quanta perizia aveva sorbito la sborra del cazzo, ora mi versava la sua dentro il culo con tutta la forza di quel corpo stupendo. Ormai anche le lacrime avevano smesso di scorrere dai miei occhi, non ero più nulla, solo un culo che era stato violentemente calcato attorno a quel cazzo di così stupende dimensioni. Mi sentivo come impalato durante una tortura medioevale. I colpi rallentarono e smisero di colpo: me lo tolse dal culo con un solo movimento, lasciandomi esanime. Dopo un attimo di attesa sentii la sborra calda scendere lungo la gamba. - Brava, troietta cara, adesso hai proprio il culo rotto – e mi diede una sberla sul sedere. Non più trattenuta dalla presa ferrea di Alexia, mi accasciai sullo strano divanetto, il colpo attutito dal finto seno di silicone. Scivolai indietro e crollai per terra, scompostamente. Sbattei il culo per terra e sentii fitte di dolore, rannicchiai le gambe al petto in posizione fetale. Avevo le calze striate di sborra e sangue: quella vista stranamente mi eccitò e mi fece contrarre il buco dolorante. Sopra di me Alexia, la Padrona, con la verga che andava sgonfiandosi rossa dallo sforzo terminato e bagnata dal mio sangue. Misi ancor più il capo contro le ginocchia e, con i suoi stivali a pochi centimetri dal mio viso, amai la mia aguzzina. Alexia era rossa in viso, lo sforzo era stato intenso anche per lei, il sudore le aveva imperlato il seno e alcune gocce s’erano raccolte attorno ai suoi capezzoli. Teneva le mani ben calcate sui fianchi, soddisfatta di se, dominando quel mucchio di tessuti sfatti che ero diventato. Mi aveva in suo potere, lo sapeva. - Hai goduto? – - Sì – mormorai con un filo di voce e allungai il viso per leccarle la punta dello stivale vicino. - Sì…ho…goduto…non so quando, ma ho goduto. Ho tanto male – - Ti fa male il buchino, troietta travestita? Te lo senti sfondato a sufficienza il culetto? – - Sì…ma… … … - appoggiai il viso sulla pelle appena leccata – Dopo …ancora? – temevo e speravo in una sua risposta affermativa. Si sedette sui talloni, il cazzo ormai molle pendeva a pochissimi centimetri dal io viso. - No, oggi no, sei troppo sfiancata per un’altra scopata, ti devi riprendere – e mi infilò due dita nel culo. Entrarono senza fatica, quasi non le sentii. - Vedi, hai il culo come anestetizzato, non godresti più …e poi, oggi il mio tempo con te è scaduto – e si rialzò. Le afferrai il piede e cercai di avvinghiarmici. - No, non puoi…, io… - Si liberò e mi diede un calcio nella pancia. - Basta, rivestiti, hai ricevuto abbastanza. Le puttane come te ne vogliono sempre ancora un poco, più sentono dolore e più ne vogliono, non si accontentano mai, troia, puttana, sei solo una vacca sfondata che non è capace neanche di reggersi sui tacchi, troia! – Mi colpiva continuamente con la punta degli stivali, cercavo di proteggermi, ma sapeva sempre cogliermi di sorpresa. Non mi faceva troppo male, ma ero veramente sfatto e quei colpi dati con la punta mi provocavano comunque dolore. Mi rotolai sulla schiena e le offrii il culo: - Infilalo qui, ti prego, infilalo qui – - Puttana che non sei altro – Mi appoggiò la punta al buco e iniziò a infilarcela, muovendola. - Ti piace proprio, vacca che sei, ti piace per davvero! – Aveva visto il mio cazzo inturgidirsi e iniziò a calcare sempre più in fondo lo stivale, che a fatica guadagnava centimetri. Mi faceva male, male veramente, ma nell’estasi del godimento mi immaginavo il davanti dello stivale entrare completamente fino al tacco che rimaneva fuori, pilastro di sostegno a quelle splendide gambe, e vedevo Alexia muovermelo dentro facendomi godere. Ovviamente Alexia non mi infilò così in fondo l’avanpiede dei suoi splendidi stivali, mi avrebbe causato lesioni importanti, ma mi fece capire che avrebbe potuto farlo. - Che troia che sei diventata, offriresti il culo a qualunque cosa, vero, ti piace dar via il culo, vero? – - Si, mi piace, mi fa male, ma mi piace – - Adesso basta, guarda qui com’è diventato questo stivale! Troia, lecca! – La punta era lucida di…..sperma…vaselina…sangue…depositi fecali…, non so, mi ci gettai sopra con avidità. Il sapore era acre e dolciastro allo stesso tempo, ma non ero in condizione di ragionare, volevo sensazioni forti, quel gusto me le soddisfaceva. Ero ancora bloccato sulla schiena con il tacco calcato tra le tette finte. Avevo terminato, lo stivale era ripulito. - Adesso, basta, ne hai avuto a sufficienza – - Si, penso di si – - Alzati – A fatica mi rialzai, le gambe malferme, i tacchi che non volevano saperne di rimanere diritti. Mi prese il cazzo con una mano e mi tirò con esso fino al palo, mi fece appoggiare e mi riallacciò il collare, fissò il guinzaglio e staccò l’anello che mi tratteneva. Ritornata la sua cagnolina, mi portò a spasso per il corridoio. Camminavo veramente male, il culo in fiamme, le gambe aperte e piegate. - Stai diritta, cosa sei, una battona da marciapiede!? – - Mi fa male… - - Certo che ti fa male, te lo sentirai dentro ancora per un bel pezzo, ma devi sopportare, devi sentirti troia, fallo come farebbe una puttana, non una battona albanese – - Ti prego, mi hai distrutto – piagnucolavo adesso. - No, devi camminare bene, stringi le chiappe, stringile, altrimenti il buco del culo ti cade di sotto, lo so che stai gocciolando, ma stringile! – Non ce la facevo più, i tacchi che mi avevano tanto eccitato, adesso mi erano di ostacolo. Mi buttai per terra. - Sono a pezzi, basta, ho avuto quello che volevo, ho fatto quello che volevi, basta, ti lecco ancora gli stivali, se vuoi, ti pulisco il cazzo, ma lasciami stare un poco qui, il culo mi brucia – - Allora striscia fino in stanza e cambiati, hai finito, tornatene pure a casa – e mi lanciò addosso il guinzaglio con disprezzo. Mi trascinai nel camerino e chiusi la porta alle mie spalle, mi ci appoggia e piansi, guardandomi le gambe fasciate dalle calze striate di sangue, le scarpe da sera col tacco piegate scompostamente. Piansi come una femmina sentendomi femmina, il culo violato violentemente. Le lacrime cadevano copiose, avevo bisogno di stringermi a qualcuno, non sapevo che farsi scopare fosse così…distruttivo. Avevo sempre pensato che avrei goduto, avrei provato dolore, ma avrei goduto e poi sarei tornato a casa carico di adrenalina. Non era quello che provavo, mi sentivo usata, posseduta oltre la soglia dei miei più sconci desideri, utilizzata come carne calda, come un oggetto. Ero venuto il quell’appartamento proprio per provare quella sensazione, ma era stata troppo forte: travestirmi come avevo fatto, scodinzolare per le scale davanti a uno sconosciuto era stato eccitante, farsi scopare mi aveva fatto godere, ma poi Alexia non s’era fermata al mio orgasmo, mi aveva fottutto fino in fondo, fino al suo orgasmo, eccitandosi del dolore che sapeva stavo provando. Era stata una violenza e, anche se sotto un certo aspetto cercata, la sua crudezza mi aveva schiantato. Avevo liberato quei freni inibitori che credevo fossero più forti, ero proprio disposto a tutto pur di godere ancora. Mi lavai nel piccolo bagno che si apriva sul camerino e mi rivestii, ritornando a indossare i soliti abiti maschili. Tornare a camminare con le scarpe basse mi diede la sensazione di abbandonare un mondo dove m’ero sentito… attraente, desiderabile. Camminavo meglio, il culo rotto mi faceva meno male. Uscii. Anche Alexia s’era cambiata, mi aspettava seduta su di una poltroncina a metà corridoio. Indossava una sottoveste di raso bianca con i capelli sciolti sulle spalle e portava un paio di pantofole con un tacco di almeno 7 centimetri con un pon-pon di pelo di struzzo sul davanti, dava l’impressione di essere dolce, a disposizione. - Hai fatto presto, potevi farti una doccia – - No, grazie, mi sono solo risciacquato, voglio farmi un bagno caldo a casa – - E’ quello che ti ci vuole, effettivamente, bello caldo e con tanta schiuma, tutto poi passa – - Grazie, sei stata… - - Niente ringraziamenti, sono una professionista. Mi devi 350 euro – - Certo, eccoteli qui, mi aspettavo una cifra del genere – - Beh, bisogna pur campare… aspetta, ti lascio un ricordino – Entrata nel camerino ne uscì con le calze. - Lavale con un poco di sapone e indossale pensando a me. Mi fa piacere essere stata la prima a… trattarti da donna fino in fondo – - Grazie, lo farò – - Ho il tuo numero di cellulare, se lo cambi dimmelo, potrei avere piacere passare ancora un pomeriggio con te, sei stato fantastico, mi sono molto divertita a portarti a spasso per il condominio… e poi potresti aver voglia di… - si accarezzò il culo – Rendermi il servizio, non credi? - - D’accordo, adesso mi fa troppo male… - Mi si avvicinò e mi sussurrò nell’orecchio: - Mi è piaciuto un sacco violentarti, te ne sei accorto, vero? Essere violentato è un’esperienza bellissima, bella quanto stuprare – Mi diede un bacio sulla guancia e mi spinse fuori dall’appartamento. Tornando a casa, convenni con lei che, forse, poteva avere ragione
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