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Una donna al naturale
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Titolo:
Una donna al naturale |
Autore:
Evablu |
Contatto:
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Racconto
n° 3317 |
Altri
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Avevo le tette. Piccoline, rotondette, appena percettibili ma ben visibili, sode e morbide, stavano su da sole, punteggiate da due capezzoli larghi e grossi, violacei nell’areola ma rossicci sulle punte, che parevano certi dolcini bianchi, piccoli e rotondi, sferici, con la marmellata di fragole e le ciliegine sopra. Gonfiavano camicette e magliette, quelle mammelline, mi facevano vergognare da morire quando al mare dovevo togliermi la t-shirt per fare il bagno, mi facevano sfottere da tutti, maschi e femmine ma soprattutto maschi, forse più vogliosi di toccarmele, di provare l'emozione di farlo che di prendermi in giro. All'inizio odiavo chi mi si avvicinava, chi – soprattutto a tradimento – poi me le toccava: non aveva alcuna dolcezza, pensava solo a strizzarmele, mi faceva male, non capiva e io non volevo... Nessuno capiva quanto soffrissi, nella mia prigione di carne che si chiamava corpo maschile, e questa era la cosa che mi faceva stare veramente male. Che belle mozzarelline da latte che hai. Può bastare una frase a farti cambiare idea? Possono bastare quattro parole, "belle mozzarelline da latte", non mozzarelle ma mozzarelline, a farti cambiare la prospettiva nei confronti del mondo intero? Perché a me le mozzarelle che trasudano latte sono sempre piaciute e ancor più mi piaceva lui, che aveva dieci anni più di me e io me ne ero innamorato perdutamente, come si dice, sin dal primo momento che l'avevo visto. Rosso di capelli, verde negli occhi, lentigginoso, le ciglia innaturalmente lunghe, arrotondate: era stata l’ossessione segreta della mia vita, mi aveva conosciuto bambino e poi ragazzino e adolescente e post-adolescente. Quel pomeriggio a casa sua era capitato di togliermi la maglietta davanti a lui: non lo facevo mai, di spogliarmi davanti a estranei, anche se lui estraneo non era perché era l’amico del cuore, l’amico di sempre. Non lo facevo perché sapevo quale smarrimento incutesse quella vista, chi me le vedeva nude non capiva, si chiedeva chi fossi in realtà; eppure davanti a lui lo feci, mi tolsi la maglietta che si era sporcata di tempera nel disegnare il tazebao che potevo disegnare solo io, mi aveva detto nell’invitarmi a casa sua, perché tu sei il più bravo a disegnare e mi serve per una cosa importante, il tuo talento artistico, la tua sensibilità innata, insomma un sacco di salamelecchi per farmi fare le decorazioni nel grande manifesto che doveva appendere non so dove e la maglietta si era sporcata malamente e siccome faceva caldo mi era sembrata la cosa più naturale di questo mondo togliermela, anche se era realmente come una ragazza che si spoglia davanti a un ragazzo. E allora lui, di fronte a quella vista, non dico incantevole ma di certo piacevole, dopo un attimo in cui non seppe cosa fare, mi disse quella frase che mi fece sciogliere come un pezzo di burro dentro il forno, "che belle mozzarelline da latte che hai", e fu tenero e non cercò di toccarmele, ma me le accarezzò lo stesso, con lo sguardo ma me le accarezzò, un'occhiata compiaciuta, un sorriso tenero e rapito, i suoi occhi verdi e le sue ciglia lunghe puntati dritti su di me, sulla parte più evidente, l’unica visibile, del mio essere femmina. E quegli occhi puntati sul mio piccolo seno, intenti a massaggiarlo con la dolcezza di cui erano pervasi, valevano più di una pomiciata, anche se una pomiciata con lui, confesso, l'avrei fatta volentieri, l’avrei fatta subito. Fu una situazione intensamente erotica: non ci sfiorammo, nemmeno ci avvicinammo, rimanemmo distanti, eppure mi ero eccitato, ma sarebbe più giusto dire eccitata, perché pensavo e vivevo come una donna nel mio intimo, e in quegli anni di confusione esistenziale ero spesso tormentata dalle mie incertezze ma anche da mani dure, aspre, forse anche vogliose, di ragazzi e uomini che forse non potevano assaggiare le mammelle vere delle ragazze per evitare ceffoni veri, ma che potevano impunemente provarci con me. Quelle mani avevano violentato la mia psiche titubante di quattordicenne e mi avevano indotto sin da quell’età a intrigantissime prove di reggiseni di sorelle e cugine, in gran segreto e dopo avere chiuso le porte delle stanze a doppia e tripla mandata selezionavo con certosine perquisizioni di cassetti e armadi le prime misure ma mi stavano bene anche le seconde. Trafugavo di tutto, costumi da bagno interi, bikini, provavo e rimettevo a posto ma prima di rimettere a posto interrogavo a lungo lo specchio, che mi rimandava l'immagine efebica della mia pelle diafana, della mia carne incerta, della mia dolcezza eterea, della mia femminilità conturbante. E pensavo alle mozzarelline da latte anche nel guardare laggiù, dove si intuiva appena la presenza di genitali maschili, mettevo gli slip della cugina un po' più cicciotta e lì, nel pizzo largo, sotto i collant dieci denari, non avevo bisogno neppure di nasconderlo tra le cosce. Spariva proprio. Ghiandole mammarie sviluppate, nulla di preoccupante, diceva il medico quando, a sedici anni, vergognandomi sempre di più, osavo chiedere a un esperto se fossi "normale". Normale, normalissima, signorina, sfotteva lui ammiccando e facendomi l'occhiolino, se prende qualche ormone crescono ancora di più, ma è sicuro di non prenderli già, gli ormoni? Perché, sa, aggiungeva, sono proprio grossette e, mentre lo diceva, le palpeggiava e l’intensità ruvida delle sue mani vecchie e gelate mi faceva venire la pelle d’oca. Ormoni? Ma che dice 'sto scemo, che dice? Sono così e non uso doping; questo corpo incerto è autentico, è l'esatto riflesso della mia mente, che da bambina giocava con i bambolotti e trovava più conveniente giocare alle signore che alla guerra, e ora, da ragazzina finalmente diciottenne e maggiorenne e dunque padrona di se stessa, era rapita da quegli occhi verdi e da quelle lentiggini, catturata da quello sguardo così intensamente erotico con cui lui mi aveva spogliata e tenuta in suo potere non so per quanto, perché dopo che mi aveva guardata in quel modo mi ero sentita talmente libera e veramente me stessa che non mi ero più messa la maglietta ed ero rimasta nuda, con la ciccetta che un po’ traboccava dai jeans e dai miei fianchi larghi e lui accanto a me, fraterno. Copriti, mi aveva detto, copriti che ti raffreddi, ma io no, avevo risposto, no, sto bene così, sto bene qui con te e dopo averlo detto mi ero resa conto che quello "sto bene qui con te" non c’entrava niente e l’avevo capito nonostante fossi inebetita, perché lui mi aveva risposto allo stesso modo, anch’io sto bene qui con te ed era stata un’altra carezza senza mani, al punto che mi era venuta la pelle d’oca e mi si erano arricciati e inturgiditi i capezzoli e lui l’aveva notato ancora. Hai la pelle d’oca, ti prendi un malanno, rivestiti. In realtà il malanno lo rischiava lui, perché… non so perché ma gli sorrisi, e come gli sorrisi, e fu un sorriso dolce, a trentadue denti, carnoso come le mie labbra, un sorriso femminile, e provai l’intensa sensazione di voler dargli un bacio, ma casto e pulito, lindo e sottile, un bacio sulle guance e non riuscii a fermarmi, mentre ancora pensavo di desiderarlo glielo diedi. Ti voglio bene, gli dissi, e quel bacio e quel ti voglio bene lo bloccarono, lo lasciarono di sasso, rimase rigido mentre io tornavo a piegarmi sul tazebao steso sul tavolo e riprendevo a disegnare. Mi curvai e inarcai cosce e sedere e lui stava lì, a pochi centimetri da quel sedere inarcato, senza sapere che dire, che fare. Fu all’improvviso, sentii qualcosa di caldo sotto di me ed era la sua coscia che sfiorava la mia; si era avvicinato e aveva abbattuto il diaframma, la campana di vetro che fino a quel momento era riuscito a penetrare solo con gli occhi. Stava in piedi, messo di tre quarti rispetto a me che stavo piegata sul tavolo a novanta gradi, poggiando il gomito sinistro e lasciando penzolare una poppetta a pochi centimetri da lui. Hai un po’ di pancetta, disse, e mi pizzicò un fianco, delicatamente, poi passò all’ombelico, infilando una mano sotto il tavolo. Che ombelico profondo, a me piace toccarli, ti dispiace se te lo tocco... No, no, che non mi dispiace, e allora lui lì a pizzicarlo e a insinuare un ditino e intanto mi cinge con la mano destra il fianco destro… Sarà meglio che mi rivesta, dico drizzandomi all’improvviso, ma lui è incollato a me, è tanto, troppo vicino, non parla, non dice niente, respira ed è un respiro caldo, caldo come la sua mano sinistra che sfugge al controllo e dall’ombelico risale verso la mia tetta sinistra, la palpa ed è la prima volta che accade che qualcuno mi tocchi e non mi dispiaccia, ma non è qualcuno, è lui e lui non è qualcuno, non è uno qualsiasi, è lui, io lo amo e non m’importa se tra le cosce siamo fatti allo stesso modo, non posso vivere sempre di complessi e frustrazioni, e lui tocca, tocca ancora, la mano aderisce morbida al seno sinuoso, si sposta sulla mammella destra, pizzica i capezzoli, di nuovo la pelle d’oca, ma che m’importa, sto lì, ritta come uno stoccafisso, mi lascio accarezzare e sento qualcosa che cresce dietro di me, adesso le sue mani sono contemporaneamente su entrambi i miei piccoli seni, un bacio si poggia leggero e umido sulla mia spalla sinistra, non so che fare ma sento il sangue pulsarmi alle tempie con violenza, sento le guance rosse, la pressione che sale, una sua mano che si scosta da un seno e scivola tra le mie gambe, trova qualcosa di duro, lo sfrega leggermente, dolcemente, e in quel momento mi sembra di dover svenire. Ti piace, mi chiede, che domande del cazzo, lasciami dire, ma non lo vedi che mi sto squagliando letteralmente come un pezzo di ghiaccio sulla sabbia rovente e mi chiedi se mi piace e allora è un altro bacio, stavolta sul collo, dolce e sensuale come il primo, solo un po’ più umido perché la lingua me la fa sentire stavolta, ed è morbida, calda e non si stacca più da me, scivola verso l’alto, segue il percorso del collo e va al lobo, lo acchiappa, lo morde, si insinua dentro il padiglione; ma che fai mi lecchi l’orecchio, non così, mi sento mancare, ti giuro, ho le gambe molli, cedo, finisco per terra se continui, ma non ti dico niente di tutto questo, perché voglio che continui e se ti fermi ti ammazzo, mi stai strusciando il tuo coso sul sedere, mi tocchi l’uccellino e una tetta giocherellando col capezzolo e mi lecchi l’orecchio riempiendomelo di saliva mentre sento il tuo corpo muscoloso aderire alla mia schiena, ma che gran porco che sei e che gran troia che sono e ora mi tiri all’indietro, non ho forze sono in balia di te, siamo sul divano, io sotto e tu sopra e i tuoi baci non sono più nelle mie orecchie, sento la tua bocca che percorre tutto il mio viso, naso, occhi, sopracciglia, palpebre, zigomi, gote, mento, e la tua lingua pressa un attimo sull’anticamera della mia bocca chiede permesso lambendo prima un labbro, poi l’altro e inumidendolo di te, facendomi schiudere la bocca ed è calda la tua lingua mentre si allaccia alla mia e se avessi voce in questo momento vorrei confessarti che è il primo bacio della mia vita, non avevo mai baciato né donne né uomini come sto baciando te e vorrei dirti pure che ti amo, ma questo è superfluo, lo sai già, lo hai capito, lo sapevi da come ti guardavo, ti ammiravo, ti sorridevo, ti parlavo. Adesso la tua lingua è padrona del mio seno nudo, me lo lecchi e me lo spupazzi da farmi ammattire ma non può essere, penso, che stiamo facendo, lo stiamo facendo, e non m’importa, perché m’importa solo farlo con te, volevo che tu fossi il primo in assoluto, sono innamorata di te dal profondo ed è giusto che adesso io ti allatti e stai dieci, venti minuti buoni a ciucciare come un neonato vorace e insaziabile, quel neonato che vorrei da te se fossi una donna completa e non solo nell’aspetto e nella mente, mi slacci i jeans e me li tiri giù e giochi col mio cosino e poi mi infili un dito fra le natiche, te lo inumidisci passandotelo dalla mia alla tua bocca e per aumentare la salivazione, mi baci intensamente e poi, per addolcire il dolore della lenta violazione del mio sfinterino vergine, continui a baciarmi finché non vengo, completamente cotta dall’eccitazione. Ti amo, ti dico mentre ti asciughi la mano sporca di me, ti amo e tiro via i pantaloni, resto nuda e mi mostro a te nella mia femminilità indiscutibile, dimmi se questa è un uomo, dico con voce stridula, femminea, la mia voce, dimmi cosa sono, una gran puttana mi rispondi ed è un altro bacio e poi mi metti giù, mi fai inginocchiare, lo tiri fuori ed è enorme, grosso, carnoso, nodoso, la cappella turgida resta nuda in un attimo, succhialo troia, mi insulti, e io avida ma non so come si fa, me lo schiaffo in bocca ma quasi mi soffoco, mi guidi nel pompino, succhia piano, succhia così e io sto accovacciata, i talloni a toccarmi i glutei, le sue mani non smettono instancabili di lavorarmi un seno, di guidare i movimenti della mia testa, muove ritmicamente il bacino avanti e indietro, sei una porca mignotta e sento i suoi venti centimetri scoparmi la bocca, gli strizzo i coglioni, accarezzo il pelo rossiccio del pube, gli liscio i fianchi e preannunciato da un intenso mugolio arriva il primo fiotto di seme, non mi fa scappare, mi viene in bocca, quasi mi fa vomitare per come mi tiene la testa piantata sul suo sesso e devo ingoiare il più possibile per non soffocare e non mi fa andare via fino a quando non è venuta anche l’ultima goccia. Stramazziamo sul divano, lui sotto io col capo poggiato sul suo torace, con una mano mi carezza il fianco destro, con l’altra mi porge il fazzolettino per asciugarmi lo sperma che mi ha insozzata tutta, faccia, collo, seno, ventre. Rimaniamo fermi senza parlare, guardiamo il soffitto senza capire, è cominciata, è successo, ma chi ce lo doveva dire, mi sei sempre piaciuta come una femmina perché tu in realtà sei femmina, lo sentivo, ma ora dobbiamo finire il tazebao, ma che diavolo ci devi scrivere in questo tazebao, mi hai detto che ti serviva una decorazione di quelle che so fare solo io, una decorazione speciale, dici che sono bravissima a fare le decorazioni nei tazebao e vuoi fatti i ghirigori, ma di’ la verità sono più brava con i tazebao o con i pompini, sorrido maliziosa e mentre lo dico mi rimetto su a disegnare, ma non voglio disegnare è solo un offrirti qualcosa che finora hai solo assaggiato da lontano, perché stando curvi a novanta gradi sul tavolo si sta vicini, troppo vicini alla bocca di chi sta seduto sul divano e tu capisci subito l’invito e cominci a divaricarmi il sedere nudo e liscio, dividi in due i glutei, li allarghi e ci piazzi in mezzo la lingua, quella stessa lingua che fino a pochi minuti prima succhiava la mia, suggeva il nettare delle mie mammelle, leccava il mio corpo e io non pensavo che avere leccato il buchino provocasse tanto piacere ed eccitazione, ma lecchi come un maiale, e se i maiali leccano come te mi faccio ricoverare in un porcile perché sono una degna troia, stai leccando divinamente, mi piace e ti sei messo in piedi, sento il tuo cazzo di nuovo su, lo prendo in mano, lo meno un po’ e diventa durissimo, mi afferri per i capelli razza di porco e mi tiri giù, me lo fai succhiare ma come ti ridiventa duro così presto, mi ecciti come un pazzo, ti voglio, non ho mai desiderato nessuna donna come desidero te, piccola trans puttana dalle tette naturali e mi rimetti a novanta gradi, alla pecorina, i gomiti appoggiati sul tazebao e cominci a violarmi, mi appoggi la cappella sullo sfintere e la sproporzione è evidente, mi fai male, è troppo grossa per il mio buchino, è un male cane e ci rimetti le dita umide, la inumidisci un altro po’, poi mi divarichi le cosce e cominci a spaccarmi in due con la tua spada di carne, mi fai male ma mi piace, sento colare qualcosa sulle cosce, è sangue forse, l’aids cazzo se hai l’aids ma non mi importa, non hai l’aids, sei l’uomo che amo, non mi faresti mai del male e te lo dico, mi fai male, un male cane, tremendamente male ma ti amo, ti amo e accetto tutto da te, scopami, mi piace, scopami, amore, scopami… Mi ghermisci per i fianchi, me lo schiaffi dentro piano piano ed è sempre più doloroso, è come se mi stessero impalando, mi fai male e mi fai mettere piegata in avanti sul pavimento, a quattro zampe come le pecore e siccome mi fai ancora male cambi posizione, mi sbatti per terra sulla schiena, mi spalanchi le cosce e riprendi a scoparmi. Adesso ti vedo mentre mi tieni le gambe alte e divaricate, hai trovato la giusta umidificazione, scivoli su e giù dentro di me che mi sono eccitata e ho il mio piccolo coso di nuovo dritto e ti vedo spingere e fare avanti e indietro e fantastico di uteri e gravidanze, di seme maschile e ovaie, di pancione e bimbi da portare in giro quando ti sento ululare di piacere perché stai venendo dentro di me e le mie viscere vengono riscaldate dal tuo sperma e stavolta crolli esausto mentre anch’io godo.
Finiamo la doccia e ci rivestiamo, mi presti una tua maglietta, mi viene larga ma è profumata di te, me la carezzo addosso e giuro che cercherò di non sporcarla di colori a tempera o di altro, il culo mi brucia ancora ma ti vedo imbarazzato, che cosa c’è, ti chiedo, non preoccuparti, non è successo niente, non dire niente e io non dirò niente, io ti adoro da sempre, da quando ti ho conosciuto che io avevo otto anni e tu diciotto e avevo detto da grande voglio sposare lui, non una ragazza col vestito bianco, l’abito candido voglio mettermelo io e sposare lui, non m’importa altro, ma so che non posso, che non puoi sposarmi e però essere stata tua, come una donna, è bello, voglio farlo ancora, sei stato il primo e non sarai l’ultimo, ma so che anche tu mi ami e questo mi basta e… ma si può sapere perché abbassi gli occhi, sei imbarazzato? Ti carezzo i capelli, mi piace farlo, i tuoi capelli fulvi sono parte di te, li adoro assieme a te e dai, ho finito le decorazioni e ora il tazebao è pronto e sai, scusami ma io vorrei dormire con te stanotte, vorrei vivere con te per un po’, ma solo se tu lo vuoi, voglio provare la sensazione di svegliarmi con te, sentire il profumo del caffè, mi piacerebbe stare qualche giorno con te, ma solo qualche giorno, non voglio invadere la tua vita, vorrei provare le sensazioni di una donna vera, completa… Smettila di fantasticare e finisci il tazebao, dici brusco, forse per scacciare l’imbarazzo. Devi scriverci solo poche parole: domani mi sposo e avevo una scommessa con gli amici, una roba da addio al celibato, dovevo farmi una trans prima di sposarmi e alla cerimonia dovrò mostrare il tazebao con queste parole, ME LA SONO FATTA… SOTTO. Mi dispiace, sono un infame e un pezzo di merda, ma del resto se anch’io mi innamorassi di te, saresti più infelice ancora e adesso scusa ma ho da fare, porta altrove le tue mozzarelline da latte.
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