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Appuntamento dal dentista
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Titolo:
Appuntamento dal dentista |
Autore:
English Gentleman |
Contatto:
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Racconto
n° 3321 |
Altri
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“Forse con oggi riusciamo a finire” si augurò tra sé e sé, mentre lasciava la macchina nel parcheggio e si avviava verso lo studio del dentista.
Le ultime due settimane erano state un pellegrinaggio quasi quotidiano: le fughe precipitose dal lavoro per arrivare in orario all’appuntamento, le ripetute impronte dell’arcata dentaria, il provvisorio, che proprio non ne voleva sapere di restare cementato al suo posto … forse tutto questo oggi avrebbe avuto fine, con il fissaggio della capsula definitiva. Suonò al campanello dello studio, ansimando un po’ per i due piani di scale fatti quasi di corsa: arrivare puntuale agli appuntamenti era per lui una questione di onore personale.
“Strano” pensò, “eppure sono abbastanza allenato, due piani di scale non dovrebbero lasciarmi a corto di fiato”; ma, nonostante le settimanali sedute in palestra che gli facevano mantenere l’aspetto di un trentenne, la realtà era che il recente arrivo dei quaranta non aveva portato solo un inizio di decadimento della vista: era ancora in grado di sopportare sforzi fisici prolungati senza risentirne particolarmente, ma scatti, accelerazioni improvvise, sforzi subitanei, brevi ed intensi, mettevano impietosamente a nudo i suoi nuovi limiti.
La porta si aprì, ed entrando venne accolto dal sorriso di una delle giovani assistenti della dottoressa, che sbirciò fuori da una porta per controllare chi fosse il nuovo arrivato. La sala d’attesa, un corridoio dinanzi al quale si aprivano le porte dei vari studioli, era quasi deserta: era ormai un tardo pomeriggio di fine estate, l’orario di ricevimento volgeva la termine, e la maggior parte dei pazienti era ormai stata visitata. Accantonò l’idea di sfogliare una rivista per passare il tempo: “ma perché le riviste di una sala d’attesa devono essere per forza riviste di pettegolezzo?” si chiese, storcendo la bocca dinanzi all’ennesima copertina che ritraeva la “velina” di turno in teneri atteggiamenti con l’ultimo bambolone idolo delle teen-agers; “possibile che la gente non voglia leggere altro che gli affari privati del proprio prossimo?” aggiunse.
L’attesa si rivelò più lunga del previsto: era ormai rimasto solo in sala, l’ultimo paziente si stava massaggiando la guancia, evidentemente ancora intorpidita dall’anestesia, mentre infilava il soprabito.
“Prego, si accomodi” le disse frettolosamente la fresca voce di un’altra giovane assistente, invitandolo ad entrare nello studiolo, “ la dottoressa arriverà in un attimo”. E mentre si sdraiava sulla poltrona, che la ragazza regolò per accogliere al meglio la sua lunga figura, snella e robusta allo stesso tempo, la sentì scherzare con una collega -“toccava a me” -“questa volta sono stata più veloce io” -“ma io avevo già preparato i materiali” - “pazienza, chi prima arriva meglio alloggia” Si rivolse quindi a lui, spiegò cosa avrebbe dovuto fare nel corso della seduta, con la voce acuta ed un po’ tremolante per la soggezione ed il desiderio che quell’uomo le ispirava sin dalla prima volta che aveva varcato la soglia del loro studio.
… “verifica” … “capsula” … “provvisoriamente” …
Le parole lo investivano e gli scivolavano attraverso, come se le sue orecchie fossero semplicemente un tunnel attraverso la testa. Non afferrò che vaghi spezzoni del discorso. Il suo sguardo era rapito dalla dolcezza del viso che si trovava di fronte: avrà avuto si e no 22 anni, castana, il visetto da gatta incorniciato da un corto caschetto stile valentina, due occhioni color nocciola che le illuminavano il viso, e due morbide labbra appena rigonfie agli angoli della bocca, senza accenno di trucco alcuno. Di statura media, non aveva il fisico slanciato e prorompente delle copertine viste distrattamente in sala d’aspetto, anzi: minuta, con morbide ma non esagerate curve, solo leggermente accentuate da un camice un po’ aderente. I pantaloni non lasciavano cogliere alcun particolare delle gambe, e sembravano renderle anonimo il fondoschiena che, invece, prometteva di essere davvero ben più che apprezzabile.
Si lasciò cingere dal bavagliolo che avrebbe dovuto proteggere la sua camicia di cotone chiaro da eventuali macchie, e pensò che forse, tutto sommato, se le visite si fossero protratte ancora per qualche seduta, avrebbe potuto godere ancora di quella vista. La dottoressa, una matura signora dai lunghi capelli biondi, mise la testa nello studio e lo informò che per la prova ed il fissaggio temporaneo della nuova capsula la sua assistente era perfettamente in grado di cavarsela da sola; d’altronde, la cosa non richiedeva alcun tipo di intervento invasivo, per cui lei si scusava, ma questa volta doveva uscire per andare a prendere il figlio all’uscita dal doposcuola.
Mentre l’assistente recuperava tutto il materiale necessario, si ritrovò a considerare che nessuna delle donne che lavoravano in quello studio (uno studio di sole donne!) lo avrebbe lasciato indifferente. La dottoressa, ormai prossima alla cinquantina, era ancora una bella signora, dalla figura elegante e per nulla intaccata dall’età, aveva dei modi gentili in grado di mettere a proprio agio anche il paziente più ansioso. Le tre assistenti si completavano l’un l’altra: una mora, dagli occhi color azzurro intenso, una biondina dagli occhi verdi, e la ragazza castana dagli occhi nocciola che lo aveva accolto nello studio. Tutte e tre erano minute, molto graziose, dalla sensualità dolce e tranquillizzante. Gli sarebbe piaciuto incontrarle in un luogo diverso, vestite in abiti normali, fuori da un ambiente così asettico come quello di uno studio dentistico.
Lei accese il riflettore dinanzi a lui, gli aprì gentilmente la bocca, ed iniziò a controllare la dentatura con lo specchietto; poi prese la capsula e la spinse nella sua sede. Gli girò il viso verso di lei, per poter lavorare più facilmente e, sporgendosi al di sopra di lui, appoggiò un seno contro la sua guancia. Il contatto con quella morbida rotondità, tiepida seppur attraverso il camice, lo fece rilassare ulteriormente.
“Con quest’anestesia potrei farmi estrarre un dente senza neppure accorgermene” pensò.
Era una posizione quasi idilliaca: semi-sdraiato in una poltrona anatomica, con un morbido seno appoggiato alla guancia a mo’ di cuscino, ed il respiro profondo di lei che lo faceva sollevare ed abbassare ritmicamente; se non fosse stato per il fatto che doveva sforzarsi di tenere la bocca aperta, avrebbe potuto tranquillamente immaginare di trovarsi su un materassino cullato dalle onde in mezzo al mare. Inconsciamente, trasportato dal respiro di lei, iniziò a strofinare delicatamente la guancia contro il rigonfiamento del camice, cercando sempre più avidamente il contatto con quella morbidezza dietro la stoffa. A lei la cosa non dovette passare inosservata, ma neppure risultare spiacevole, come testimoniavano due piccole sporgenze che cominciavano a modificare il profilo del camice.
Le sfuggì un sospiro prolungato …lui voltò del tutto la testa e la affondò in quel morbido riparo. Lei gli prese il viso tra le mani, gli accarezzò i capelli, e lo incoraggiò a proseguire.
Sebbene gli bruciassero le labbra dal desiderio del contatto con quel morbido seno, resistette all’impulso, e decise di prolungarle l’agonia. Iniziò ad alitare il suo respiro caldo proprio dove i capezzoli di lei rigonfiavano il camice, scaldandolo.
L’improvviso calore, trasmessole attraverso il cotone, la fece rabbrividire: di riflesso aumentò la pressione delle mani sul suo viso e lo affondò maggiormente, mentre un gemito le sfuggiva nuovamente dalle labbra.
Ora era certo che lei non avrebbe più avuto la forza di fermarlo: con un gesto gentile scostò il volto dal suo seno, le attirò il viso a sé e, baciandola, le sbottonò i primi bottoni del camice, aprendole la scollatura fino quasi alla vita. Indossava solo un reggiseno color carne, semitrasparente, da cui sporgevano, ormai gloriosamente eretti, due piccoli capezzoli bruno scuri, contornati da generose areole oblunghe. Contemplò quella visione con compiacimento, poi vi accostò le labbra, inumidendo la stoffa con la propria saliva, la lingua che pennellava le areole in cerchi concentrici sempre più stretti.
L’improvvisa sensazione di umido, mista al calore emanato dalla sua bocca, le fece tremare per un momento le gambe, e si ritrovò seduta sulle sue ginocchia, intenta ad arruffargli i capelli biondi nel vano tentativo di indirizzare le sue attenzioni dove voleva lei.
Le piaceva quell’uomo: elegante, maturo, sebbene dall’aspetto ancora giovanile, dai modi gentili ma decisi, galante quanto richiesto da una buona educazione di stampo tradizionale, sempre formalmente impeccabile, molto lontano dai giovani che frequentavano la sua compagnia, ancora troppo immaturi per considerare una donna come una compagnia speciale, invece che un frivolo passatempo. Aveva scherzato parecchie volte con le colleghe, dopo le visite precedenti, contendendosi con loro il privilegio di averlo sotto gli strumenti la volta successiva; segretamente, poi aveva fantasticato su cosa avrebbe voluto fare con lui una volta terminato l’orario di visita. Una di queste fantasticherie le era persino quasi sfuggita con una collega, durante una delle pause della giornata, ed il risolino furbetto che ne aveva ricevuto in risposta le aveva fatto intuire che non era l’unica ad avere simili desideri reconditi.
Vedendola sempre più desiderosa del contatto con le sue labbra, le fece scivolare dalle spalle il camice e, allungando una mano dietro la sua schiena, le slacciò il reggiseno, che le cadde in grembo con la leggiadria di una foglia che plana a terra. Ammirò la fermezza del seno, sodo e compatto, dono della sua giovane età: due deliziose sporgenze dalla forma vagamente a pera, che sembravano guardarlo dritto negli occhi, incuranti della forza gravità. Cinse con le labbra un capezzolo, mentre faceva scorrere delicatamente le dita sulla sua schiena nuda.
...ed incontrò altre due mani femminili!
L’assistente mora dai magnetici occhi azzurri, silenziosamente, era entrata nella stanza da quella adiacente, ed ora stava accarezzandole la schiena, mentre le baciava il collo.
Intanto il centro delle loro attenzioni cominciava a far ondeggiare flessuosamente la schiena, in risposta alle carezze ed ai baci.
Non si era mai trovata in una situazione simile: una donna ed un uomo, insieme, che si dedicavano a compiacere il suo corpo, e si lasciò cullare dalle loro carezze, come un aquilone nel vento. Sentendo un rigonfiamento crescere proprio dove era seduta, decise che era giunto il momento di ricambiare, almeno in parte, le attenzioni di cui era oggetto: si alzò in piedi e, slacciando la cerniera lampo dei pantaloni di lui, intrufolò una mano all’interno. Accarezzò quel rigonfiamento, sentendolo crescere sotto la sua mano, e proseguì alla ricerca di un passaggio al di sotto dei boxer. Si stupì di trovare una pelle morbida e glabra dove si sarebbe aspettata un cespuglio di peli: era rasato dall’inguine in giù! Il contatto con quella pelle così liscia la elettrizzò per un istante, quindi decise che desiderava assaporarla.
La vide alzarsi, scivolare via dalle sue carezze e dai suoi baci sul collo, e con un gesto rapido afferrò al volo il camice, sfilandoglielo via, lasciandola con le sole mutandine indosso. Poi, mentre lei slacciava la zip di lui, si sfilò il camice: non portava reggiseno, oltre a non averne bisogno lo considerava una costrizione inutile; ogni tanto indossava una sottile canottierina di seta, ma d’estate voleva essere libera. Rimase anche lei con il solo perizoma indosso. Li guardava avidamente, rapita dalla bellezza dei due corpi che le si paravano davanti. Decise di unirsi alla sua collega nelle carezze al membro …
Si era addormentato sulla sedia e stava sognando? O era tutto reale? Sdraiato sulla poltrona, senza più pantaloni e boxer, due deliziose ragazze, una per lato, che lo colmavano di attenzioni: due bocche, due lingue, quattro labbra ardenti che lo succhiavano, lo carezzavano, lo titillavano, facendolo sprofondare sempre più nella poltrona; poteva chiaramente distinguere la punta di una lingua, intenta a contornare il profilo del glande, le labbra avviluppate intorno, a creare quella meravigliosa sensazione di risucchio. Altre due labbra, serrate intorno all’asta, scorrevano su e giù con la lingua che sembrava voler tracciare un solco lungo tutto il membro: ogni tanto scivolavano giù, in basso, verso lo scroto e ancora più giù, in quella regione così sensibile tra ano e membro, dove la pelle sembrava essere un instancabile generatore di piccole scariche di piacere. E quegli occhi magnetici che non lo abbandonavano neppure per un istante, sfavillanti di eccitazione.
La mora, la più intraprendente delle due, decise che lui era eccitato al punto giusto, che andare oltre avrebbe significato finire anzitempo, e si rialzò: invitò la collega a fare altrettanto, sollevandole gentilmente i seni, e quando furono entrambe in piedi le pose le mani sulle natiche, baciandola con passione sulla bocca. In un intreccio di labbra e lingue alla scoperta reciproca le sfilò le mutandine, rivelando un monte di venere appena pronunciato, adornato da una rada peluria che terminava all’inizio delle grandi labbra; poi guidò le mani di lei a fare altrettanto con il suo perizoma, scoprendo un ventre piatto e completamente depilato. Rimasero entrambe nude, abbracciate, intente a baciarsi, mentre lui si sfilava la camicia: anche l’ultimo indumento raggiunse gli altri sul pavimento, inutili intralci ad una passione che li divorava come un incendio in un bosco.
Le guardava, ammaliato dalla dolcezza e dalla sensualità della scena: due ragazze, nude, in piedi di fianco a lui, intente a baciarsi, accarezzarsi, le mani dai movimenti leggermente impacciati dalla timidezza e dalla novità dell’esplorazione di un terreno sino a quel giorno sconosciuto. Cinse con un braccio la più vicina, la mora, e la avvicinò a se, guidandola a cavalcioni della poltrona: il suo succulento frutto rosato, profumato di eccitazione e di gelsomino, gli sovrastava il viso, implorandolo di attenzioni. Non si fece pregare: si inumidì le dita e con i pollici separò leggermente le grandi labbra, scoprendo due piccole labbra di color bruno-rossastro, che fremevano per l’anticipazione, madide di lucide gocce.
La vide spostarsi, abbracciata da lui, e la seguì docilmente, non volendo interrompere quel contatto così magnetico: lei lo scavalcò con una gamba, gli si sedette quasi sul viso, e la trascinò verso di se, invitandola a scavalcarlo a sua volta, ed a porsi di fronte a lei. Si lasciò guidare, incapace di resisterle: fece un passo indietro assecondandola, in modo da portare il bacino all’altezza di quello di lui, poi la vide portare due dita alla bocca, inumidirle accuratamente, e sentì che cominciava a massaggiarle la vulva, sfregando delicatamente sul collo del clitoride che cominciava a fare capolino tra le pieghe. Avrebbe voluto che continuasse così, che quelle piccole scariche di piacere che le provocava il movimento altalenante del dito medio sul clitoride continuassero a crescere di intensità, ma lei prese con l’altra mano il grosso membro di lui e glielo lo strofinò contro le grandi labbra: senza che quasi se ne accorgesse, con un repentino movimento pelvico, lui la penetrò. L’improvvisa, diversa ed intensa sensazione di piacere che ne scaturì le fece vibrare tutto il corpo, dal basso ventre sino alle corde vocali, dalle quali proruppe un “ooooOOOOooooooohhhhhh” prolungato.
Ora che li aveva portati ad assumere la posizione che voleva, poteva lasciarsi andare anche lei a godere del piacere contemporaneo di far l’amore con un uomo ed una donna: due modi opposti, diversi di godere, riuniti nello stesso tempo, nello stesso luogo. La lingua di lui, che dardeggiava dentro e fuori dalla sua vagina, concedendo piccoli buffetti al clitoride, la faceva sussultare; le dita, impregnate degli umori della sua stessa eccitazione, le accarezzavano l’ano, sondandone la parete muscolare alla ricerca di un segnale di condiscendenza, desiderose di penetrare a stimolare una zona così ricca di terminazioni nervose, e così desolantemente troppo spesso ignorata. Non riuscì a trattenersi oltre: rilassò i muscoli dell’intero fondoschiena, permettendogli di entrare con due dita.
Il gemito di piacere che lei emise quando la penetrò per tutta la lunghezza del membro gli fece capire quanto lo avesse desiderato: cercò di imprimere il proprio ritmo, ma fu sopraffatto dalla cavalcata selvaggia di lei. Si muoveva su e giù sulle gambe, risalendo fin quasi alla punta del glande, ridiscendendo poi a peso morto, per aumentare l’impatto del pube contro il clitoride: in aggiunta a questo, come se desiderasse essere delicatamente massaggiata dall’interno, oltre che sbattuta selvaggiamente, faceva dondolare il bacino con un movimento circolare attorno al membro, portandolo a strofinare contro tutta la parete interna della vagina. Che strano connubio di caratteri albergava in quella ragazza: tanto timida, al punto da non riuscire a controllare la propria voce in sua presenza, quanto focosa e determinata una volta giunta al dunque. Decise che non v’era modo di guidare l’amplesso, lasciò quindi a lei il compito di dettarne i tempi, limitandosi a rispondere con ugual veemenza alle sue spinte, e si concentrò sull’oggetto di piacere che aveva a fior di labbra. Si era rilassata: avvertiva ora una minore tensione attorno alla lingua ed alle dita, quindi poteva muoversi più liberamente. Mentre con la lingua le lambiva l’interno della vagina, spinse le dita nell’ano più in fondo che potè, e poi si mise a spingere ritmicamente con le punte in direzione del collo dell’utero, mentre le faceva roteare.
La sua virilità che si muoveva senza sosta dentro di lei le mozzava il respiro, già affannoso per via del suo frenetico movimento: i polmoni agognavano tregua ed aria, ma la mente gliela negava, ordinando al corpo di continuare a muoversi per non diminuire il piacere che stava provando. Baciò avidamente la bocca che le stava davanti, cercando di sottrarle un po’ d’ossigeno, suggendo le labbra carnose posate sulle sue. Le mani, dapprima appoggiate sui seni di lei, seduta di fronte, ora tormentavano i capezzoli, torcendoli e strizzandoli, in quel dolore-piacere che la mente spesso confonde ed agogna. Sentiva tutti i muscoli contrarsi inesorabilmente, il corpo irrigidirsi a partire dalle cosce e dall’addome, e capì che era sul punto di venire.
La lingua sapiente di lui non le dava tregua: il clitoride veniva sferzato da destra a sinistra con rapidi movimenti ed aveva raggiunto orma la sua massima turgidità, mentre l’affondo delle sue dita nell’ano le donavano un piacere nuovo, mai provato sino ad ora: era come se le avessero posato una mano sull’addome e le stessero stimolando la parte più profonda della vagina dall’esterno, ma al contempo lo strofinio delle nocche contro l’ano le procurava una sensazione di godimento intenso, interno, che si ritrasmetteva a raggiera lungo tutta la colonna vertebrale, disegnando brividi di piacere sulla sua schiena. In un ultimo, disperato tentativo di prolungare all’infinito quell’istante, cercò di concentrarsi sulla sua collega, allungando le dita affusolate verso il clitoride di lei, massaggiandolo vigorosamente tra una spinta e l’altra di lui. Non si accorse del terremoto di estasi che la investì: iniziò a tremare, dapprima dal bacino, poi verso le gambe ed il busto, incapace di arrestarsi; si aggrappò alle spalle della ragazza di fronte a lei, trascinandola nell’abisso dell’orgasmo.
Come se avesse usato un telecomando, la pressione delle dita di lei sul suo clitoride scatenò la tempesta di piacere che stava da tempo montando: il primo tocco le spense la luce, il secondo accese dei lampi dinanzi ai suoi occhi, il tremito trasmessole alle spalle dall’abbraccio a peso morto della mora le fece rompere gli ormeggi, il martellare incessante della penetrazione le annullò la gravità, finché quel caldo getto, nel profondo delle sue viscere, la rapì dal mondo conosciuto per trasportarla in un universo di godimento sconosciuto.
La sentì irrigidirsi: avvertì i muscoli della sua vagina contrarsi spasmodicamente alla base del suo pene, e decise che era giunto il momento; con un ultimo affondo, più deciso degli precedenti, si lasciò andare all’orgasmo con un gemito gutturale, inondandola con un fiotto di caldo sperma contro la cervice dell’utero; rimase così, abbracciato al bacino della mora, la bocca ancora intenta a gustare il limpido ruscello che l’orgasmo di lei aveva liberato, e che ora scorreva copioso lungo il suo mento.
Ancora in preda agli spasmi ed alle contrazioni degli ultimi echi dell’orgasmo, la vide, con il capo reclinato e gli occhi socchiusi. Ne scorse con lo sguardo tutta la figura: il volto ancora trasfigurato dall’estasi, il petto ansante che si sollevava e ridiscendeva frettolosamente, il bacino appoggiato su quello di lui, e si fissò per un attimo su un rivolo di lattigine bianca che le fuoriusciva dalla vulva, attorno al suo membro, ancora completamente avvolto nel suo interno. Non seppe resistere: si svincolò dall’abbraccio che le cingeva i fianchi e avvicinò il viso a quella insolita sorgente: lambì prima la base del membro di lui, poi le grandi labbra di lei, assaporando il frutto dei loro orgasmi con pazienza, non volendo perderne neppure una goccia. Quindi si rialzò, ed accostò le labbra a quelle dell’altra ragazza, per scambiare con lei quel dono così intimo, personale: lei ricambiò il bacio, gustando dalla sua lingua il proprio umore, asprigno con una punta di profumo di verbena, misto al sapore di lui, più salato e dal retrogusto amarognolo.
Si baciarono a lungo le due ragazze, prima di separarsi, poi si volsero a lui, ridendo, e gli chiesero se per l’appuntamento successivo andasse bene la stessa ora della settimana seguente.
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