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Daniela, Carota e Bastone
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Titolo: Daniela, Carota e Bastone
Autore: Redheadlove
Contatto:
Racconto n° 3338
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Accesi delle candele ed un incenso mentre lei si sdraiava nuda e candida sul letto. Le fiammelle la coloravano di giallo ed ocra e donavano ai suoi capelli rossi riflessi vivi e dorati. Mi soffermai a guardarla, sembrava una scultura di Michelangelo: i seni sodi e carnosi, il ventre con quel filo di pancina che rende sexy le donne, le gambe tornite e quei piedini, incredibilmente sensuali ed eleganti…
Il mio non dava ancora segni di risveglio dal torpore, lei mi guardò e scoppiò a ridere.
“Allora? E’ tutto qui quello che hai da offrirmi?” chiese monellamente “non crederai mica di cavartela così, vero?” continuò divertita. Si alzò e mi fece sdraiare sul letto. Andò al suo zainetto e cominciò a cercare qualcosa. “Allora sei tu che non ce la fai più!” le dissi pensando che cercasse la camicia da notte. Lei rise e tirò fuori una manciata di sciarpe di seta di vari colori. Mi venne un sospetto: ”Cosa vuoi fare con quelle? Niente scherzi eh?!”. “Zitto, stai a cuccia!” rise lei e cominciò ad annodare le sciarpette ai miei polsi, poi alla testata del letto che era in ferro battuto.
Poi fece un nodo anche intorno alle mie caviglie. In ultimo mi bendò. Io mi sentivo un po’ eccitato e un po’ confuso. “Daniela, dai, slegami”. Silenzio. “Daniela?!” Non sentivo più un suono nella stanza. Cominciò ad insinuarsi in me l’inquietudine “Cazzo Daniela ma ch…” La frase me la troncò a mezzaria la caduta di qualcosa di freddo e viscido sulla mia pancia. Sentii lei ridere sommessamente e cominciare a massaggiarmi. Credo che mi avesse messo quel gel che si usa per le ecografie. A quel contatto mi rassicurai ed il mio pene ritrovò vigore lentamente. Poi smise e mi tolse la benda. Quello che si presentò ai miei occhi fu una visione onirica. Daniela indossava un collare di cuoio nero con le borchie che risaltava il candore della sua pelle, i riccioli sciolti sulle spalle, i capezzoli turgidi appuntati sul petto come medaglie, un frustino in mano e un paio di stivali di vernice nera che le arrivavano a metà coscia. Io rimasi letteralmente senza parole. “Se vorrai i miei piedi te li dovrai guadagnare!” mi disse e appoggiò il frustino sul letto. Io guardavo impotente il mio corpo lucido di gel, il mio membro in semi-erezione e quello spettacolo davanti a me. “Cominciamo!” fece lei e, partendo dal ginocchio, mise le unghie di entrambe le mani nel mio internocoscia e lentamente, molto lentamente, risalì fino ai testicoli. Quella manovra ebbe l’effetto di darmi dei brividi in tutto il corpo e di farmi tornare un’erezione prepotente. Mi strinse i capezzoli con la punta delle dita provocandomi una fitta di dolore acuto e trapassante. Sussultai. “Fermo, non ti muovere!” ordinò e fulminea mi frustò una coscia. Il dolore fu acutissimo e vidi che mi aveva lasciato una lunga striscia rossa in rilievo. “Aia! Cazz…!” Un’altra scudisciata partì e mi colpì vicino alla prima.
Questa volta avevo capito e non mi mossi, nonostante le lacrime agli occhi. Lei sorrise beata e riprese a graffiarmi ora il petto, ora i fianchi. Ero tentato di muovermi, ma non potevo; era la prima volta che mi capitava in vita, ed ero in completo suo potere. Mi cominciò a masturbare, me lo prese tra le sue mani calde, se lo strusciò fra i seni, poi cominciò a baciarmi lentamente sulla pancia, scese piano, evitò il pube e ricominciò dall’inguine per poi passare alle cosce. Avevo i brividi e vedevo quella matassa rossa scorrermi addosso; mi aspettavo che me lo succhiasse, ma ciò non avvenne. Lo vedevo pulsare ad ogni bacio nell’interno coscia. Continuò fino a quando non sentii come un nodo alla pancia, lei scese e prese una candela accesa. Mi guardò seria ponendosela all’altezza del seno, il bagliore le illuminava la faccia da sotto in su, rendendola cattiva. Abbozzai una protesta che fu spenta prontamente da un suo sguardo gelido. Si avvicinò al mio viso, vidi la fiamma a pochi centimetri da me, quindi rovesciò la cera bollente sul mio petto. Strinsi i pugni e i denti ma non fiatai. Notai però che avevo mantenuto l’erezione e che in fondo questo gioco di ferire e curare cominciava a piacermi. Mi colò la cera anche sui capezzoli dandomi dolore e piacere al contempo. Poi scese. Pregai mentalmente che non si fermasse ma si fermò. Lentamente versò una sola goccia di fuoco liquido sul glande provocandomi un dolore-piacere di un’intensità grandiosa. Finalmente venne il momento della cura, mi tolse la cera dal petto che grazie al gel venne via senza problemi, poi levò quella sul pene e cominciò a leccarlo e a baciarlo per lenire il dolore. Io stavo sudando.
“Ora ti libero le gambe, ma non credere che sia un favore che ti sto facendo” disse e mi snodò le sciarpette. “Ora girati!” ordinò e vidi che mi potevo girare finendo a braccia incrociate.
Mi montò a sedere sui polpacci e io sentii il calore della sua intimità. Si stese su di me e mi appoggiò il seno sulla vita. Di colpo affondò le unghie nella mia carne e mi solcò la schiena come un’aratro solca un campo. Mi inarcai per il dolore e lei cominciò a sculacciarmi, all’inizio piano, poi sempre più forte. Smise ed io cominciai a sentire un calore tremendo che mi avviluppava i glutei. Me li massaggiò con movimenti circolari, mi allargò le natiche e sentii la lingua avida e calda frugare fra le pieghe della mia carne e insinuarsi nel mio orifizio. Stavolta non opposi resistenza ma, se possibile, l’agevolai. Mi mordicchiò le cosce ed io sentii i suoi capelli che mi carezzavano dolcemente il sedere rosso. Ebbi come l’idea di un cibo agrodolce: il bastone e la carota. Mi fece rigirare, si accovacciò sulla mia faccia, vidi le sue labbra a pochi centimetri da me; sentivo il suo odore e avevo il suo ano davanti ai miei occhi. Avevo una voglia matta di metterle le dita dentro, davanti, dietro, dappertutto ma non potevo. Cominciai così a leccargliela, feci sì che la mia lingua diventasse mano e cazzo, la penetrai, le sfogliai i petali carnosi, gustai i suoi umori, succhiai avido la clitoride gonfia di goduria, vidi la sua mano strusciarsela, poi si contrasse e mi gettò in viso tutto il suo orgasmo, mi spruzzò il suo liquido caldo e saporoso. Si alzò, mi liberò i polsi e mentre li massaggiavo si tolse gli stivali. Mi alzai e la sbattei sul letto, tutta la voglia di lei si scatenò in me come un’uragano. La misi a pancia su, l’animale entrò nella sua tana, prima guardingo, poi spavaldo; la sentivo larga e calda, vedevo le smorfie di piacere contorcerle il volto, le presi un piede in bocca e cominciai a gustarne le forme, sentendo dito per dito il suo sapore, lo succhiai e lo leccai mentre la scopavo, la girai, la misi su un fianco e le schiaffeggiai le natiche con vigore, stampandole cinque dita su quel manto latteo. Lei non fiatò. Senza smettere di possederla mi succhiai il pollice, lo appoggiai al forellino e spinsi fino a penetrarlo, sentivo i suoi muscoli fare resistenza intorno al dito, lo estrassi e appoggiai la cappella aspettandomi un diniego che non arrivò, anzi, si mise in posizione fetale e con le mani si allargò i glutei. Piano piano spinsi il pene fradicio di umori nel suo intestino, fino a quando non sparì del tutto. Cominciai a muovermi lento e costante, a piccoli tratti, sentivo il suo culo abbracciare il mio membro, poi rilasciarlo. Lei mugolava, le strinsi le tette, aumentai il ritmo perché sentivo sopraggiungere l’orgasmo. E finalmente il fiume ruppe gli argini e si riversò nel suo culo, le pulsai dentro fino allo stremo del piacere e delle forze, abbandonandomi ad un’estasi che poche volte avevo provato. Quando lo tolsi, ormai privo di vita, le uscì un rivolo di sperma che si fermò sulle lenzuola di seta. Ci guardammo e rimanemmo abbracciati per tutta la notte, ubriachi di piacere e di carne.