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Cristina e Paolo
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Titolo:
Cristina e Paolo |
Autore:
Oldezio |
Contatto:
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Racconto
n° 3339 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Cristina il suo nome, una vita casta, quasi monacale il suo credo.
Fuga dalle tentazioni, perché anche solo col pensiero si può commettere un peccato, non servono parole o atti; occhi bassi, vestiti anonimi, non corti, aderenti o scollati, evitare anche i colori accesi che possano attirare l'attenzione. Perchè l'attenzione di un uomo degenera facilmente in cattivi pensieri, magari in frasi o proposte oscene. Lunghi anni di studi dalle Orsoline hanno lasciato un segno incancellabile in lei: così appare a chi si limita ad uno sguardo distratto, come ha fatto per anni Paolo. Cristina non occupa con la sua presenza nessun luogo, non illumina col suo sorriso e con la luce dei suoi splendidi occhi, sui quali è sempre pronta a calare l'ombra delle lunghe ciglia, nessun ambiente; compare senza apparire, scivola via prima che ci si accorga della sua presenza, parla con voce bassa e solo se necessario. Pochi possono dire di conoscerne la voce. Paolo è uno degli impiegati della CBA ed ha fatto da anni dell'anonimato il suo credo. Non è neppure tra i più allineati, capace a volte di trasgredire dalla giacca blu e dai pantaloni grigi che, con camicia bianca e le scarpe nere, lucide ed eleganti, costituiscono la divisa per chiunque aspiri lì dentro ad un ruolo poco più che mediocre; si è permesso addirittura, per qualche mese, di lasciarsi crescere la barba. Una mattina, rientrando dal week end, si è presentato persino in jeans e maglione suscitando il sollevamento interrogativo del sopracciglio destro del grande capo ed il commento: "Professione... play boy" che rappresenta il massimo del disprezzo e che da quel momento è diventato il suo soprannome, completamente falso. A quarant'anni, trascorsi inseguendo la chimera di una scalata sociale cui non è portato, non si è mai abbandonato all’arte del play boy, per usare le parole del capo, per la quale possiederebbe forse più doti che non per il ruolo di manager rampante in cui ormai può solo fingere di credere. Quindici anni di matrimonio con una moglie oppressiva l’hanno appiatto come una sogliola senza però spegnerli nel cuore il gusto della trasgressione che, anche se solo latente, è rimasto acquattato lì in attesa. Di Cristina ho già detto ciò che appare fin troppo scontato ad un osservatore distratto. Ma la sua natura è diversa, lontana anni luce da quell'immagine austera, da quel muoversi composto col capo chino e le spalle curve, per evitare che un gesto non controllato lasci immaginare cosa nasconde sotto quegli abiti. Una donna che voglia suscitare l'interesse di un uomo o che desideri legarlo a sé, deve mostrargli ben poco per svegliarne l’immaginazione, promettergli meraviglie che magari le sarà poi difficile mantenere, e Cristina senza volerlo impersonifica lo stereotipo della donna misteriosa, con un fascino indecifrabile, capace di suscitare in un uomo attento mille pensieri conturbanti e mille fantasie inconfessabili. Un uomo attento ho detto, ma Paolo non lo è per nulla. Lei non è maliziosa, il comportamento schivo ma al tempo stesso ammiccante non è voluto, se l'è trovato addosso, parte integrante del tuo essere sin dal momento in cui si era accorta di non essere più una bambina. L'educazione bigotta le aveva insegnato che una donna nelle questioni d'amore, o per meglio dire di sesso, ha sempre torto. L'uomo ha invece ragione, anche se usa violenza, se allunga le mani, se dice volgarità, è colpa della donna che col suo comportamento, uno sguardo, un sorriso, un battere di ciglia, gli ha fatto capire che lei è una che "ci sta" e lui, povero ingenuo, c'è cascato. Inutile protestare, fare l’offesa, ribellarsi, meglio subire in silenzio, fingere che nulla sia accaduto e ritornarsene nell'ombra per evitare il ripetersi di episodi imbarazzanti. Cristina però mal sopporta quel ruolo anche se si è sempre sforzata di non darlo a vedere, ne è risultato uno strano connubio tra civetteria e pudore che passa inosservato ai più ma non riesce a mascherare la sua grande carica erotica a chi la osservi con attenzione ed interesse. Si tratta di una carica che appena scoperta l'aveva sconvolta convincendola che fosse una cosa vergognosa da reprimere con tutte le proprie forze. L'aveva tentato senza troppa convinzione ma quella si era mostrata di gran lunga più cocciuta di lei. Non poteva certo fingere che i maschi non le interessassero, che i loro baci le facessero schifo e che il loro maldestro palpeggiare le risultasse sgradevole, in effetti era vero esattamente il contrario. Una volta, poco più che bambina, quando uno di loro, di un palmo più piccolo di lei ma decisamente precoce, l'aveva abbracciata nella penombra del sottoscala mentre giocavano a nascondino e lei aveva sentito contro la coscia il sesso di lui crescere ed indurirsi al calore del proprio corpo, era stata presa da un'eccitazione violenta che l'aveva lasciata spossata ed incapace di reagire; se lui avesse voluto spingersi oltre quel contatto lei non sarebbe stata in grado di opporsi. Aveva ben presto scoperto la sensibilità della sua pelle vellutata, in alcuni punti al limite del dolore, come sulla nuca, sotto le ascelle, per non parlare poi dei capezzoli e dell'interno delle cosce. All'inizio si faceva paura, bastava un gesto casuale, un contatto involontario mentre si stava lavando o vestendo, un indugio oltre il consueto nell'infilarsi il reggiseno o le calze, per ritrovarsi tesa, con le mani tremanti, il fiato affannoso e vampate di calore che le saettavano dal ventre fino al cervello costringendola a sedersi per non finire a terra. Obbedendo agli insegnamenti delle odiate Orsoline, che non aveva mai seguito ma che in quell'occasione le apparivano l’unica ancora di salvezza, aveva diradato i bagni ed i lavaggi evitando di indugiare nell'acqua calda che le infondeva nel corpo una spossatezza senza fine. Si limitava a rapide docce, spesso fredde, che le intorpidivano la pelle riuscendo a privarla della naturale sensibilità. Però a volte la sua resistenza vacillava, veniva sopraffatta da una sorta di forza latente che le faceva apparire ineluttabile e già definito tutto il seguito, inutile cercare di resistere; doveva essere quello che le monache definivano il "volere del Demonio" cui lei si sarebbe potuta opporre solo con la preghiera. Cristina, che credente non si era mai sentita, non ci pensava neppure, quando veniva investita da uno di quei momenti cui non riusciva ad opporsi col raziocinio, ci si abbandonava in pieno e con gioia, quasi si trattasse di una festa a lungo attesa. S’immergeva nella vasca piena d'acqua calda, chiudeva gli occhi, ed avvolta dal profumo di bagno schiuma e cullata dal rumore dell'acqua lasciava volare la fantasia e correre le dita sul suo corpo. Immaginava che le mani non fossero le sue ma quelle di un uomo, si succhiava le dita come, in un abbandono lascivo, avrebbe desiderato fare a lui, poi correva a stuzzicarsi i capezzoli che rispondevano rizzandosi come piccoli nasi curiosi. Quelle due appendici sensibili gli apparivano come amabili fratellini minori, impertinenti ed adorabili, capaci di scioglierle ogni residua resistenza e di trascinarla nel mondo inesplorato del piacere. Rassegnata alla sconfitta, o forse vittoria in cuor suo, mentre con una mano continuava il gioco sui capezzoli scendeva con l'altra verso il basso dove, attraversata la piatta pianura del ventre, s'inoltrava nella selva tra le cosce che nascondeva il suo vulcano pronto all'eruzione. Era un'esplorazione agevole perché si era ormai adagiata con le gambe ben divaricate e le sue dita non incontravano ostacoli nel raggiungere l'obbiettivo. Però il gioco proseguiva sul filo del rasoio, lo spauracchio della rottura dell’imene e della perdita della verginità, definita dalle Orsoline quale tremendo peccato, la tratteneva dall'affondare la mano in quel mondo spalancato ma ancora semi sconosciuto, si limitava perciò a lunghe carezze superficiali che la spossavano a fondo nel cervello senza produrle però un reale orgasmo. Il piacere restava un mostro misterioso, orrendo o splendido, ma di certo proibito, non solo dalla sua cultura, le solite, mai abbastanza maledette, Orsoline, ma anche dalla porzione del suo inconscio che manteneva su di lei il sopravvento. Questa contrapposizione l'aveva posseduta sino a quel momento; la contrapposizione tra una natura calda e passionale, pervasa dal desiderio del piacere, sensuale e forse persino perverso ed una mente razionale e fredda, capace di controllare e reprimere ogni impulso, protesa verso un futuro lontano ed ignoto. Con questo raziocinio Cristina aveva costruito una muraglia verso gli uomini perché era ben certa, anche se non lo voleva confessare, che se l'avesse abbattuta di fronte a qualcuno, quell'uomo sarebbe divenuto il suo signore e padrone per l'eternità ... dell'anima e del corpo. Sino ad oggi c'era riuscita perfettamente.
Paolo è un sognatore, razza di sconfitti per loro natura, quasi per professione. Capace di imprese mitiche per impegno e forza di volontà, nello studio e nel lavoro, nel momento in cui si trova di fronte alla scelta tra lottare e vincere o rinunciare e perdere, sceglie sempre la seconda soluzione. Usando il gergo sportivo, Paolo potrebbe vincere le Olimpiadi nel lancio del disco o nel salto in lungo, lottando solo contro se stesso, ma non vincerebbe mai uno scontro di boxe o un incontro di tennis anche contro un avversari modesti. In lui non c'è la minima cattiveria. E poiché quelli che invece la cattiveria la posseggono, sono anche dotati del sesto senso per scoprire chi ne è carente, è inutile aggiungere che Paolo non è mai stato capace di farsi largo, in nessun campo. Sul lavoro, molto più capace di altri, preciso, serio ed intelligente, ha navigato sempre al limite minimo garantito dalle sue capacità e dal suo titolo di studio. Declassarlo ulteriormente avrebbe rappresentato un gesto di stupidità da parte dei suoi superiori che, pur non brillando per acume, possedevano pur sempre una certa qual furbizia in grado di segnalar loro, come un campanello d'allarme, il limite oltre il quale non si potevano spingere. Poi è buono, incapace di generare quelle acredini e ripicche, spesso immotivate, in grado di produrre assurde ritorsioni nei confronti dei più deboli e vulnerabili. E’ un mediocre e nulla cambierà per il resto della sua esistenza. A quarant'anni suonati d'altronde ben pochi sono ancora capaci di nutrire speranze ed illusioni, specie se appartengono come lui alla tribù dei perdenti. Ruolo sempre rimproveratogli dalla moglie, perdente quanto lui ma molto meno dotata, che aveva sperato in quel matrimonio per un riscatto sociale che mai era arrivato ed ora, superata la quarantina, non lasciava sfuggire occasione per rinfacciargli gli insuccessi e le scelte sbagliate. Lui, dopo una serie di acerrimi scontri, quali solo due sconfitti patentati come loro sanno combattere, ha scelto anche in questo caso la tecnica della tartaruga, rifugiandosi nel suo guscio. La moglie reagisce con furore a questi ripiegamenti ma lui con una fantasia che non pensava di possedere, inventa sempre nuove scuse per prolungare il lavoro fuori orario, sabato compreso, con viaggi e cene di lavoro che fino a quel momento ha sempre accuratamente evitato. E’ questo uno dei motivi per cui è stato emarginato fin dall'inizio dai vertici aziendali che da tali manifestazioni di servile sudditanza traggono alimento per il proprio pavoneggiarsi. Pur di non tornare a casa a sopportare la moglie è disposto a sorbirsi una cena seduto di fronte all'Ingegner Magri che, distintivo dei Rotary ben in vista sul bavero della giacca ma con i modi rozzi di un pastore molisano, racconta la solita barzelletta alla quale il Ragionier Contini, seduto al suo fianco nell’immancabile gessato grigio comprato per il matrimonio della figlia e rispolverato per l’occasione, si sbellica al punto da rischiare le convulsioni sotto lo sguardo di compatimento di tutti i presenti. Perdente è stato nel matrimonio, stipulato per convenienza dopo un lungo fidanzamento, e consumatosi presto e senza passione da parte di entrambi. Paolo è timido ed onesto, di conseguenza le sue esperienze amorose, e naturalmente sessuali, sono sempre state frenate da questa predisposizione naturale. Gli piacerebbe scoprire che effetto fa stringere tra le mani il seno di una donna con la quarta misura ma si è dovuto accontentare della striminzita prima, scarsa e floscia, della moglie; vorrebbe scoprire dal vero il colore del pelo di una bionda naturale, di quelle quasi bianche, alla danese, ma sempre curiosità è rimasta, annusare il sentore afrodisiaco che si narra emanino le rosse lentigginose nel momento dell'orgasmo ed ancor di più, e questo gli accade di pensarlo anche di notte mentre se ne sta immobile nel letto accanto alla moglie ben attento a non muoversi per non svegliarla, di scoprire l'emozione di una donna mugolante e gemente, anche urlante, sotto di lui in un amplesso pieno di piacere. Sua moglie è sempre stata silenziosa e muta come un pesce. All'inizio cercava d'interrogarla in quei momenti nel tentativo, mai riuscito, di arrivare insieme all'orgasmo, poi, a furia di risposte fredde e distanti, si è rassegnato a cercare rapidamente il proprio piacere senza preoccuparsi più di lei che non aveva dato segno di patirne affatto. I sogni, compreso quello sempre più frequente con l'avanzare degli anni, di una donna dai lunghi capelli sciolti che gli si inginocchia davanti e, slacciati i pantaloni, gli estrae il membro per accoglierlo tra le labbra rosse, rimanevano tali nel suo piccolo mondo rassegnato, mondo nel quale per la verità Cristina non ha mai avuto alcun ruolo. Né potrebbe essere diverso visto che lei di tutto fa tranne il mettersi in mostra e l'apparire disponibile.
Cristina, giurato a se stessa che mai avrebbe svelato ad un uomo il suo vero istinto che le pesa addosso come il peccato originale, superata l'adolescenza ha rivestito una sorta di corazza alla Giovanna d'Arco con intorno un alone di riservatezza capace di tenere lontana la maggior parte dei suoi coetanei. Raggiunti i vent’anni si era fatto avanti uno del paese, rozzo e ignorante, vicino alla trentina, non certo irresistibile ma onesto ed, anche se goffamente, gentile. Ne aveva accettato quasi per gioco la corte. Quando, la prima volta che erano andati insieme al cinema, approfittando dell'oscurità, lui aveva cercato maldestramente di accarezzarle il seno, lei si era sentita assalire dal solito sconvolgente languore e, per non cedere subito, aveva reagito con durezza facendolo battere in ritirata avvilito e mortificato. Ci aveva riprovato la volta successiva mentre la stava riaccompagnando in macchina ed aveva spinto la mano sulle ginocchia cercando di risalire sotto la gonna. Cristina al contatto di quelle dita che si muovevano prepotenti sulle sue cosce morbide, protese verso dove lei ben sapeva, si era quasi sentita svenire. L’istinto era stato quello di spalancare le gambe ed adagiarsi sul sedile per agevolargli il compito, ma nella sua mente, bacata dal lontano ricordo delle Orsoline, era comparso una sorta di spauracchio che l'aveva spinta contro la sua volontà a bloccare quella mano ed a lanciare un grido offeso, seguito da una sequela di parole risentite che avevano paralizzato l'iniziativa del maldestro palpeggiatore. In quell'uomo, che sarebbe diventato suo marito, si era sviluppata la convinzione che lei possedesse un rigido ed inflessibile sentimento religioso, trasformata col tempo nel sospetto che fosse anche frigida. Dubbio che al momento del matrimonio, tre anni dopo, era divenuto per lui certezza. Come poteva essere diverso, visto che Cristina, prima per gioco, poi quasi per perversa convinzione, gli proibiva tutto al di fuori di casti baci e di timide carezze sui capelli o sulle guance? Mai un palpeggio sul seno, una carezza sotto alle gonne, un tocco sul sedere che aveva sodo come il marmo, né tanto meno la possibilità, sempre da lui lamentosamente invocata senza successo, che lei spingesse le sue piccole mani a tastargli il membro che si sentiva crescere in volume e durezza ogni volta che erano insieme e che finiva per procurargli un tale dolore, più morale che fisico, al quale lei non aveva mai voluto assolutamente porre sollievo. Si ritrovava alla sera come uno straccio, teso dalle unghie dei piedi alla punta dei capelli, con due occhi da pazzo spiritato di fronte allo specchio del bagno dove, con in mente l'immagine di lei, si afferrava il membro dolorante per la lunga costrizione e si masturbava rapidamente con relativo schizzo finale ad imbrattare le piastrelle del muro mentre, quasi piangendo, mormorava: “Cristina, Cristina ... cosa mi fai fare ... a più di trent'anni! “. Con la forza di un bulldozer, aveva abbattuto tutti gli ostacoli che lo separavano dal matrimonio al quale lei, con indifferenza, non si era opposta. A quel punto non gli poteva più porre barriere, ma ben poco era cambiato. La prima notte di nozze Cristina aveva preteso di spogliarsi in bagno, con la porta chiusa a chiave, da dove era riemersa dopo un tempo interminabile, con una camicia bianca che le arrivava ai piedi e con la quale si era infilata sotto le lenzuola tirandole su fino al collo. Lui non aveva trovato la forza di discutere, da troppo tempo aspettava quel momento e si era perciò avventato sotto le coperte come un cane da caccia all'inseguimento della preda ormai a tiro. Aveva sentito finalmente quella pelle morbida e fresca sotto le dita che scottavano per l'emozione e scoperto quel corpo ancora sconosciuto, però solo col tatto, perché lei aveva preteso la luce spenta; un corpo perfetto e sinuoso ben al di là delle sue più rosee speranze. Ma anche in questa circostanza Cristina, trascinata dall’assurdo gioco perverso da lei inventato, non si abbandonava, come ora sarebbe stato lecito, ma gli poneva barriere e divieti. Appena le mani di lui, che subito le avevano allargato le cosce avevano cercato di dischiuderle i petali del sesso, lei si era brutalmente opposta afferrandolo per i polsi ed impedendogli il movimento, poi si era rifiutata nel momento in cui lui aveva tentato di infilarle un dito tra le natiche per meglio farla aderire a sé prima di penetrarla, insomma tutta una serie di rifiuti e ribellioni a denti stretti, senza proferir parola, ma con azioni inequivocabili che avevano costretto lui, ormai ai limiti dell'esasperazione, a possederla con la furia di un camionista ubriaco con una puttana sul bordo della strada. Il suo membro si era aperto a fatica la strada nell'arido sesso di Cristina, ben lontano dal fiore dischiuso ed irrorato di rugiada dei suoi giochi solitari, lasciandovi una scia di dolore e di delusione per entrambi. Nello stesso modo insoddisfacente, spesso anche peggio, era proseguito per tre anni, sino ad ora il loro menage sessuale.
Paolo sogna, con la rassegnazione dell'eterno sconfitto, accontentandosi di trovare nei suoi sogni ciò che mai ha trovato nella realtà; sogni così precisi ed elaborati che a volte si può perfino illudere che siano veri. Sogna a letto mentre al suo fianco la moglie, esaurita da tempo la modesta intesa sessuale del loro rapporto, dorme silenziosa. Sogna per la strada mentre cammina allungando il percorso per allontanare il rientro a casa. Sogna, appena possibile, persino sul posto di lavoro, seduto alla scrivania, quando non squilla il telefono e può rilassarsi lontano dall'attenzione dei capi. Sogna di tutto: viaggi, avventure incredibili, epiche imprese sportive ed amori sconvolgenti, successi e trionfi in ogni campo dove lui è sempre il protagonista e gli altri dei pallidi comprimari. Col trascorrere degli anni però il soggetto dei suoi sogni è diventato univoco ed ossessivo: gli risulta sempre più pesante il rimpianto di ciò cui aveva dovuto rinunciare, ed il pensiero corre ai mille amori mai nati, spenti o abortiti per la sua rigida morale che l'ha portato ad ignorare qualsiasi donna oltre alla moglie, ma che negli ultimi mesi sente sempre più debole e vacillante. Da irreali e sentimentali, questi sogni si fanno sempre più concreti e sensuali indirizzandosi quindi verso le donne che popolano il suo mondo. Una di queste è appunto Cristina. Quel suo fare schivo ma non scostante, il suo sorriso imbarazzato, eseguito più con gli occhi luminosi che con le labbra, il suo corpo snello, intuito sotto gli abiti, sono stati capaci di scatenare la sua fantasia che si abbandona senza freni a quel pensiero proibito: lei balza subito in cima ai pensieri di Paolo. La causa scatenante è un complimento che lui le rivolge in ascensore, in un momento in cui sono soli, al quale lei risponde con un “Grazie” appena sussurrato, ed un sorriso dolce senza abbassare, come sua abitudine, gli occhi. Lui scorge in quello sguardo una misteriosa mescolanza di dolcezza e di sensualità insospettabili, è capace di leggerle nel profondo dell'anima dove nessuno era mai riuscito prima ad arrivare. Quel sorriso lo afferra alla bocca dello stomaco come una morsa lasciandolo senza fiato e gli trasmette una calda carezza al basso ventre che gli causa una imbarazzante erezione. Da quell'istante Cristina diventa il centro dei suoi sogni ed è capace di fare sbiadire e poi svanire tutti gli altri. Si trasforma in un’ossessione che lo assale in ogni momento, quando meno se l'aspetta, prova allora un desiderio folle di vederla ed un vuoto alla bocca dello stomaco che lo lascia senza fiato e lo priva di qualsiasi forza. Vorrebbe stendersi sul letto con gli occhi spalancati al soffitto che nella sua fantasia si trasformava in uno schermo cinematografico sul quale proiettare lunghe e dolcissime sequenze del volto di Cristina; ovviamente ciò non gli è possibile. Deve rassegnarsi a sognare ... di sognarla. Incredibile, per un uomo della sua età! E’ tornato ad essere un ragazzino innamorato. Però adolescente non è, non si deve accontentare di osservarla di nascosto, né a telefonarle per sentire la sua voce e poi interrompere la comunicazione vergognoso di parlare, può avvicinarla, parlarle, cercare di stabilire con lei un rapporto di amicizia che quel primo sorriso gli ha fatto intendere essere possibile. Si accorge subito che è ben più che possibile, addirittura desiderato da lei che, in quell'incontro in ascensore, ha sentito un brivido caldo lungo la schiena e si è sentita avvampare e mancare le ginocchia quando Paolo le ha rivolto la parola. Cristina ha pensato a lui tutto il giorno, domandandosi il perché di questa sua immotivata infatuazione. Si conoscono da anni e sono sempre rimasti due estranei, al del saluto e di una battuta sul tempo o sul lavoro, scambiata in ascensore, non c'è mai stato altro tra loro. Né una confidenza, né una frase o una parola, penetrata al disotto della scorza d'indifferenza che entrambi indossano ogni mattina prima di entrare in ufficio. - Cosa è cambiato ? - si domanda subito lei, sorpresa ma non turbata né infastidita da questa nuova sensazione, si tratta di una scossa, una folgorazione imprevedibile che li ha colpiti lasciando un segno profondo su tutti e due. La sera stessa Cristina, mentre subisce a letto la solita aggressione priva di dolcezza del marito, interessato solo a concludere al più presto, si sorprende, prima con imbarazzo ma poi con crescente piacere, a pensare a come sarebbe diverso se lì, invece di quell'uomo che lei ha accettato come compagno, ci fosse Paolo. Ripensa ai suoi modi gentili, all'aspetto elegante, e sente crescere dentro di sé un piacere imprevisto e, per la prima volta da quand'è sposata, si abbandona ad un orgasmo serrando i denti sulle labbra sino a farle sanguinare per nascondere al marito cosa le sta accadendo. Lui non se ne accorge e, terminata in fretta la solita cavalcata, si volta sul fianco porgendole la schiena e lasciandola sola col suo desiderio ancora in parte insoddisfatto. Sconvolta Cristina si accorge che l'uomo che ha serrato tra le gambe per prolungare il piacere, al quale ha accarezzato i capelli ed abbracciato la schiena travolta da una furiosa ondata di piacere, è Paolo e non suo marito e con altrettanta chiarezza capisce che da quel momento farà di tutto per trasformare quel sogno in realtà. Due sogni fortemente voluti finiscono sempre per incontrarsi ed il più delle volte si avverano. Paolo e Cristina, come poli di una calamita si attraggono in maniera così violenta e totale da non riuscire a trovare la forza per opporvisi, neppure se lo volessero ... e di certo non lo vogliono. Dal giorno dopo iniziano a cercarsi, a guardarsi negli occhi, a parlarsi, a sfiorarsi con le dita e con i sorrisi come se tutto fosse stato già scritto, voluto e stabilito da sempre. Le parole, all'inizio banali e di convenienza, presto si trasformano in frasi delicate e gentili, in complimenti, in promesse e richieste neppure velate. Cristina che fin dall'inizio ha provato il desiderio di accarezzargli i corti capelli brizzolati, così diversi dai duri riccioli unti e disordinati del marito, simili a fil di ferro, la prima volta che si trovano soli in ascensore, non prova imbarazzo a farlo, senza esitazione, quasi si trattasse della cosa più naturale del mondo. Lui, con la medesima naturalezza, le solleva il viso e posa le proprie labbra su quelle di lei che si stavano protendendo in attesa solo di quello. - E' la prima donna che bacio da quando sono sposato -. - E' il primo uomo che bacio da quando sono sposata - sono i reciproci pensieri dopo quel gesto che è apparso ad entrambi inevitabile. Da allora non si lasciano sfuggire occasione per ripeterlo, attenti a non farsi sorprendere e mantenendo sempre alle apparenze un contegno irreprensibile. Presto quei baci divenuti appassionati, ma sempre rapidi e furtivi, iniziano a non essere più sufficienti; non bastano più a Paolo che, quando la bacia, sente premuto sul petto il suo seno che non ha mai sfiorato e sotto le dita la schiena flessuosa e le natiche rotonde appena velate dalla stoffa leggera del vestito, e tanto meno bastano a Cristina che, per la prima volta, sente di non dover più reprimere la propria indole. Quel sesso rigido che le preme sul ventre, caldo e fremente come un essere vivo, un animale che tenti d'insinuarsi tra di loro, rappresenta una meta, un obbiettivo, il punto d'arrivo delle sue voglie troppo a lungo represse; non desidera difendersi da lui, come sempre ha fatto col marito, lo vuole stringere, accarezzare, baciare e far scivolare dentro di sé con tutta la dolcezza e la passione che lui di certo saprà usare. E’ più volte sul punto di chiederglielo ma non trova il coraggio, l'ultimo muro eretto dalle Orsoline è il più difficile da abbattere, però, anche senza parole, è certa di essere riuscita a farglielo capire stringendosi a lui e strofinandosi quasi a voler cancellare i vestiti che rappresentano ormai l'ultimo ostacolo tra di loro. Lui, inesperto ed incorreggibile romantico, non può credere che i desideri di una donna possano coincidere con le sue voglie e, cercando di frenarle, considera già una fortuna il poterla stringere tra le braccia e baciare quelle labbra sempre pronte a dischiudersi per lui. Si sforza di accontentarsi, di non spingersi oltre, ma una volta che le sue mani scivolano sotto una maglietta corta che le lascia scoperto l’ombelico ed assaporano quanto vellutata sia la sua pelle, la serra a sé quasi con rabbia e, premendola deciso in un angolo dell'ascensore, le sussurra in un orecchio: - Ti voglio toccare, Cristina -. - Anch'io - è la disarmante risposta che cancella tutte le sue remore.
Scontato che i viaggi in ascensore, sempre più frequenti nonostante il rischio di essere scoperti, non possono consentire loro un'intimità soddisfacente, Paolo s’impegna subito a cercare una soluzione. Ispeziona tutti i meandri dell'edificio e scopre una scala sul retro che percorre verticalmente l'intero edificio dai box, tre piani sotto terra, fino al settimo ed ultimo piano; interna, nascosta alla vista di chiunque si trovasse al di fuori, alla quale si accede da un balconcino con due porte a chiusura automatica poste ai due estremi di cui l'una verso il vano scale appunto, mentre l’altra si apre su di un atrio ascensori raramente usato. Per arrivarci è necessario accedere all'atrio aprendo una prima porta, aprirne una seconda per uscire sul balconcino e da lì una terza per raggiungere le scale; tre porte dotate di chiusura automatica che, usate raramente, hanno il pregio di cigolare all’apertura e di sbattere rumorosamente alla chiusura. Paolo si ferma più volte su quella scala, con in mano un foglio che finge di leggere mentre in effetti è attento ai rumori provenienti dagli altri piani. Verifica che lì non passa mai nessuno, se poi malauguratamente arrivasse qualcuno, il rumore delle porte che sbattono lo preannuncerebbe con largo anticipo. Dopo una decina di appostamenti, ha visto che nessuno dopo le quindici prende quella scala al di sopra del primo piano, solo qualche raro movimento nei piani sotterranei dei box; nient'altro. Quando si sente sicuro di quelle osservazioni le telefona perchè la sua viscerale timidezza gli impedirebbe di chiedere ciò che si appresta a fare, senza arrossire e balbettare. Cristina pone all’inizio una timida ed imbarazzata resistenza, che subito crolla di fronte alle sue precise argomentazioni, quindi si arrende ed insieme fissano per l’indomani alle quindici e dieci il loro incontro. - Ti telefonerò un attimo prima di uscire dall’ufficio, se c’è qualcuno che può sentire rispondi "Certamente, le porto subito quella pratica dottore". D'accordo? - Poi, senza attendere risposta, aggiunge: - Un'ultima cosa tesoro ... - e qui è costretto a deglutire tre volte prima di trovare il coraggio per continuare, infine, riducendo la voce ad un sussurro conclude - ... vieni senza mutandine, ti prego -. Quindi velocemente, per non sentire un eventuale rifiuto, posa il ricevitore col cuore che suona come un tamburo e le mani sudate come se ci fossero quaranta gradi.
Non dorme un solo istante in tutta la notte. Si alza prima del solito per concedersi un lungo bagno profumato durante il quale si lava con cura ogni angolo del corpo, non è facile sfuggire alle inquisitorie domande della moglie stupita per quella modifica delle abitudini consolidate, è costretto ad usare tutta la sua fantasia. In ufficio non combina nulla in tutta la mattina, fino a quando finalmente il suono del campanile che vede attraverso la finestra, non gli comunica che sono le tre! Cristina invece è stata capace di seppellire quel pensiero cristallizzato, come ibernato, in un angolo del cervello, quasi appartenga ad un'altra, sino alla pausa del mezzogiorno, e riesce a comportarsi con la solita riservata disinvoltura nei confronti dei colleghi. Durante la pausa si chiude in bagno, si spoglia completamente e si deterge il corpo con delle salviettine profumate. L'aria fresca a contatto del corpo caldo per l'eccitazione le fa rizzare i capezzoli scuri; hanno l'aspetto del muso di due maialini in miniatura e lei si sofferma ad accarezzarli affettuosamente, il brivido che ne deriva le segnala che anche lei è carica come una molla compressa. Nello sfiorarsi le labbra del sesso con la salviettina le sente turgide e calde, deve serrare i denti e concentrarsi come se stesse camminando sul limite di un precipizio, per non abbandonarsi ad un orgasmo che sembra attendere solo il tocco delle sue dita per scatenarsi. Si riveste con cura e tralascia d’infilarsi lo slip e, dopo essersi truccata e pettinata, ritorna composta alla scrivania per affrontare il paio d'ore che ancora la separano dal momento tanto atteso. Anche per Cristina, sono i rintocchi del vicino campanile a segnalare le tre. Paolo compone il numero con dita tremanti, attende con trepidazione i due interminabili squilli prima di sentire la musica della voce di lei. Capisce dalle vibrazioni profonde, impercettibili a chiunque altro, quanto sia turbata. - Sono io, vado adesso, quando chiudo, conta sino a dieci e poi vieni tu -. Si alza ed esce nel corridoio. Il cuore gli batte in petto come impazzito, sente le vibrazioni che gli si ripercuotono nel cervello facendogli tremare le tempie; lo assale il terrore che ciò che prova gli si possa leggere in faccia, che il rombo che sente nelle orecchie sia udibile anche agli altri. Cammina lentamente, anche se vorrebbe correre, mentre con la coda dell'occhio osserva attraverso lo specchio nell'atrio il corridoio e la porta dell'Ufficio di Cristina. Quando è arrivato quasi alla fine e sta disperando che lei compaia - " ... forse è stata trattenuta ... oppure è solo uno scherzo che mi sono illuso fosse realtà ..." - vede il lampo nero ed azzurro del suo abito, dirigersi rapidamente verso di lui. Finge di non vederla e, sotto gli occhi distratti della segretaria, esce nell'atrio senza aspettarla, raggiunge la porta e s'infila sulle scale quando sente il rumore della prima porta che si apre nuovamente alle sue spalle. Scende due gradini, per defilarsi e non essere scorto da un improbabile passante, e si ferma fingendo sempre di leggere il foglio che stringe in pugno. Il rumore dei sandaletti di Cristina è quasi impercettibile ma non sfugge al suo orecchio che attende solo quel suono. Gli appare stagliata contro il rettangolo luminoso della porta; lui è un po’ più in basso e riesce ad osservarla in controluce come fosse una statua su di un piedistallo. Indossa una gonna nera con un sottilissimo disegno bianco davanti, lunga sino ai piedi, una sorta di pareo annodato su di un fianco; è lunga e non attillata, intravvede il profilo delle sue cosce in trasparenza e ciò che intuisce lì sotto lo eccita. La camicetta azzurra si muove affannosa sul seno come se avesse appena terminato una corsa, i lunghi neri capelli dal taglio egizio gli cadono sulle spalle incorniciandole il volto affilato. Gli occhi scuri sono spaventati ma Paolo vi legge un lampo di gioia, la prende per mano, la sente sudata e tremante. La guida fino al primo scalino poi, quando i due volti si trovano all’altezza giusta, le appoggia le mani sui fianchi attirandola verso di sé. - Ci possono vedere - esclama lei con voce quasi isterica. - No, quest'angolo è invisibile da qualsiasi parte, l'unica strada è quella da dove siamo arrivati noi ma lì non passa nessuno. Comunque se qualcuno lo facesse sentiremmo il rumore delle porte con largo anticipo -. - Ho paura lo stesso - insiste cercando di scostarsi. Paolo sente sotto la gonna la morbidezza delle sue natiche e capisce che, obbedendo al suo desiderio, si è levata lo slip. Ha subito un'erezione violenta, addirittura dolorosa. Ci vuol ben altro di quelle sue parole titubanti per farlo desistere, l'attira delicatamente ma con decisione verso di sé. Quando i due corpi aderiscono il suo sesso si trova premuto sul ventre di lei e Cristina sente esplodergli dentro, quel vulcano di cui ha sempre conosciuto l'esistenza e che si è a lungo sforzata di nascondere a tutti, marito compreso; è un'eruzione con lava rovente che le inumidisce il ventre e le appiccica l'interno delle cosce. Non può far altro che aggrapparsi mugolando al collo di Paolo, non si oppone, anzi dischiude subito le labbra alla pressione della sua lingua che le scivola tra i denti. Paolo non si aspettava un abbandono così immediato e totale, rimane sconcertato. Sono avvinghiati così strettamente che non riesce nemmeno a sfiorarle il seno premuto contro il proprio petto che da mesi rappresenta un suo sogno fisso. Si accorge che le mani possiedono volontà propria, non è lui a comandarle, si muovono senza attendere gli ordini del suo cervello e infrangono gli ultimi ostacoli generati dalla sua morale. Scivolano lungo la schiena di Cristina, sotto la camicetta, a percorrere curve morbide sulla sua pelle sino all'elastico del reggiseno che slaccia, poi arrivano sotto le ascelle calde ed umide dove scopre quanto lei si ecciti a quel semplice contatto. Freme ed ansima stretta a lui, appiccicata come un francobollo, al punto da farlo desistere dal tentativo di raggiungerle il seno per continuare a dedicarsi alle natiche. Sono sode e fresche come marmo levigato, le solleva la gonna e le posa i palmi sulla pelle nuda, al contatto sono percorsi entrambi da una scossa, una scarica elettrica che li lascia tremanti e sudati, incapaci di parlare. La stringe più forte, la trascina su di sé e le infila le dita da dietro tra le cosce, divaricandogliele, sino a sentire sotto i polpastrelli il pelo umido del sesso. L'erezione è diventata insopportabile, deve scostarla da sé e, anticipando la sua richiesta, estrae il membro turgido, paonazzo e fremente come una bestia feroce, eretto e rigido come l'asta di un'alabarda. Cristina, abbattendo con decisione, le ultime tenui resistenze dell'educazione delle Orsoline lo afferra con dolcezza, quasi fosse un bimbo a lei affidato. Il tocco delle sue mani trasforma il sesso di Paolo in un membro di dimensioni spropositate, però lei non si spaventa, è solo un grosso bambino che vuole abbracciare, s'inchina verso di lui, paralizzato dall'emozione ed ormai succube di ogni suo desiderio. Poi, improvviso come un colpo di tuono, il loro cervello viene invaso dal rumore di una porta che sbatte; il desiderio si trasforma all’istante in terrore che li paralizza in quella posa inequivocabile, lei si rialza tremante mentre Paolo tenta goffamente di infilarsi nei pantaloni il membro che, incurante della loro paura, mantiene le sue dimensioni senza accennare a ridursi rendendogli, se non impossibile, quanto meno molto complicata l'operazione. Cristina è in procinto di svenire, ormai incapace di controllare uno strillo isterico che si sente montare dall'interno del petto; lui capisce al volo e le pone appena in tempo, con delicatezza ma decisione, una mano sulla bocca. Per non crollare lei si aggrappa alle sue spalle e gli morde il palmo della mano fino a fargli male, scossa da muti singhiozzi. - Calma, calma, non è niente, non c'è nessuno ... solo un rumore lontano, amplificato dalla tromba delle scale. Tranquilla, è tutto finito -. Le solleva la testa e cerca di baciarla sulle labbra tremanti ma lei reagisce, si divincola, si oppone con tutte le sue forze, muta ma irremovibile, pervasa ancora da un terrore isterico che non è capace di controllare. Nonostante i suoi tentativi, lei rimane rigida con stampata sul volto una maschera che nulla sembra avere in comune con la sua abituale dolcezza e col suo solito sorriso. E’ ritornata la frigida statua di sale contro la quale si sono infranti negli anni tutti i tentativi del marito; non accetta ragione, si è irrigidita in un angolo con le mani chiuse a pugno per non toccarlo, le braccia incrociate sul petto a proteggersi il seno, le labbra strette a rifiutare i suoi baci, le uniche parole che riesce a pronunciare sono una continua e monotona litania di "no". Paolo si rassegna e desiste dal continuare, le accarezza i capelli neri, ma prima di sciogliersi da quell’abbraccio ormai goffo tenta un ultimo disperato assalto. Infila la mano nell'apertura che la gonna ha sul fianco e raggiunge rapidamente il ventre di Cristina. E' un tenerissimo e dolce velluto che gli scatena l'ennesima vampata di desiderio, al contatto con gli umidi peli del pube gli si risveglia l'erezione e tenta deciso di scivolarle con le dita tra le cosce. Però tutto finisce lì. Lei gli afferra decisa il polso ed emette un ringhio che nulla ha più d'umano, presagio di un urlo ormai prossimo, all'idea del quale Paolo si ritrae sconfitto sollevando in alto le braccia in segno di resa. - No, no ... stai calma, non faccio niente -. Cristina non gli consente neppure di scusarsi, sgattaiola via lungo la parete, sale i gradini e s'infila nella porta che ha socchiuso, sparendo subito alla sua vista. Rimane impietrito, con le braccia alzate di fronte al muro delle scale; si ricompone imbarazzato, poi si porta alle labbra le dita della mano destra che per un istante sono riuscite ad arrivare a contatto col suo sesso. E’ un gesto quasi involontario, percepisce un tenue sentore di lei, un deciso profumo di muschio, carico di una sensualità tale da scatenargli nel cervello e nel sesso, nuovamente eretto, un desiderio senza fine Deve percorrere quasi di corsa, l'intera rampa di scale per calmarsi e s’infila poi in bagno a lavarsi le mani per cancellare quel profumo di sesso che lo sconvolge.
Il misero fallimento di quel maldestro tentativo rappresentante il massimo che, nella loro inesperienza, erano riusciti ad escogitare, ha d’improvviso eretto un muro invalicabile tra di loro. Non che adesso provino meno desiderio di prima, tutt'altro ! Il solo vederla scatena ancora in Paolo una furia erotica, mascherabile con difficoltà, seconda solo a quella che prova ripensando al breve tocco sul morbido velluto del suo ventre ed al profumo di sesso che gli era rimasto stampato sulle dita; se lo pensa di notte disteso a fianco della moglie finisce inevitabilmente per scaricare su di lei quel desiderio con un'intensità tale da suscitarle qualche imbarazzata domanda: - Ma che cosa ti sta succedendo caro? Non eri così nemmeno a vent'anni -. Domanda che lui zittisce baciandola a fondo in bocca, non certo per trasporto ma solo per cancellarle la sua voce stridula, tanto diversa da quella di Cristina, che rischia di rompere l'incantesimo; Paolo in quei momenti infatti non stringe il corpo legnoso e ben noto della moglie ma quello flessuoso ed ancora tutto da scoprire della sua amata. Cristina, dal canto suo, fa di tutto per non incrociare quegli occhi capaci di trapanarle il cervello, perché ad ogni sguardo si sente spogliare e sciogliere dentro in modo così violento da temere che tutti possano accorgersene. Quel sesso eretto tale da incuterle terrore solo poco tempo prima, si è collocato adesso al vertice dei suoi desideri, quell'essere pulsante che per un attimo ha stretto tra le mani, quasi sfiorato con le labbra e che, se non fosse stata interrotta, avrebbe accolto con gioia in bocca, è ormai l'unico pensiero che le occupa il cervello. Tanto appassionato appariva in quei giorni Paolo agli occhi della moglie, quanto lei invece era diventata ancora più apatica ed assente a quelli rassegnati del marito. Cristina vuole Paolo, nessun altro. Le carezze del marito, più che infastidirla come sempre, erano arrivate a farle quasi schifo, a provocarle il ribrezzo che solo una cosa vergognosa e sgradevole è in grado di generare; quelle mani ruvide e callose che cercavano di abbrancarle il seno, di scivolarle tra le cosce, di tastarle le natiche, le appaiono adesso profanatrici di un tesoro che ormai appartiene ad un altro. Deve mordersi le labbra e chiudere gli occhi per non lasciar trasparire in maniera troppo evidente quel disgusto; ci riesce perchè pretende da sempre la luce spenta mentre fanno l'amore, o meglio mentre lui la possiede perché Cristina non ci mette più neppure l'ombra della più piccola partecipazione. Ha un rigurgito religioso, un ricordo delle interminabili preghiere delle Orsoline e piomba in una cupa depressione: ciò che pensa e fortemente desidera, è peccato gravissimo, in assoluto il peggiore di tutti; deve perciò utilizzare tutte le sue energie per combatterlo, per ostacolare il Demonio che sta cercando di impossessarsi della sua anima. Tornata a frequentare assiduamente la Parrocchia a concentrarsi in preghiera non appena il pensiero di Paolo la sfiora, si concede, come da ragazza, solo brevi docce fredde per assopire i desideri del corpo. Ci riesce per una settimana fino a quando capita sola in ascensore con Paolo. Non si parlano neppure, solo si fissano a lungo negli occhi come ipnotizzati, incapaci di muoversi, poi lui preme il pulsante dell'ultimo piano e, non appena le porte si chiudono, l'abbraccia e la bacia; letteralmente si scioglie e se lui non la sorreggesse scivolerebbe a terra priva di forze. Quando l'ascensore si ferma, dopo essersi staccato da lei per un attimo, preme nuovamente il pulsante, questa volta del primo piano, quindi le introduce le mani sotto la maglietta a riscoprire la morbidezza di quella pelle di velluto che da tanti giorni ormai gli mancava. Si infila sotto al reggiseno a cingerle le due coppe sode sino a raggiungerle i capezzoli eretti come il sesso di un uomo in calore. - Sì, sì - mugola lei senza ritegno, pregando in cuor suo che quel momento duri in eterno e che quelle mani non si stanchino mai di toccarla; tutti i buoni propositi si dissolvono in un istante come il fumo di una sigaretta al soffiare del vento. Il viaggio in ascensore dura solo pochi insoddisfacenti secondi, insufficienti a placare il reciproco desiderio maturato in una vita di inconsapevoli rinunce. Fortunatamente non c’è nessuno al piano perché chiunque riuscirebbe a leggere nei loro occhi cos'è avvenuto in quei brevi secondi. - Ti voglio Cristina - le sussurra morsicandole dolcemente l'orecchio. - Anch'io Paolo, più di quanto tu possa immaginare - prontamente replica lei con fare risoluto. - Dobbiamo assolutamente stare insieme, non resisto più, rischio d'impazzire - ed aveva aggiunto - ti prego, incontriamoci ancora là ... -. - No, assolutamente - lo interrompe lei decisa - in quel modo non se ne parla nemmeno. Sono stata malissimo per due giorni al solo pensiero - ed abbassando gli occhi mentre arrossisce, aggiunge - immaginati se mi avessero sorpresa lì, inginocchiata davanti a te, col tuo ... coso in mano - - Perché, non ti piaceva? - - Certo ... ma cosa centra? Mica lo devono sapere tutti. Se mi vuoi bene, non chiedermelo più -. - Ma io ti voglio Cristina, ed anche tu lo vuoi, come possiamo fare? - - Non so - aggiunge confusa - non ne ho idea, pensaci, inventa qualcosa ... poi ne parliamo - conclude bruscamente sentendo un ascensore arrivare al piano. Sfila via veloce senza aggiungere altro, con un passo leggermente sculettante che gli fa subito ribollire il sangue nelle vene.
Da quel momento il pensiero di Paolo è divenuto uno solo, ossessionante come lo sgocciolare di un rubinetto nel silenzio della notte, tormentoso come una lama di gelo che s'infila nella schiena nell'attimo in cui stai per assopirti impedendoti di prendere sonno, sconvolgente come la certezza di una meta a portata di mano ma ancora invisibile e sfuggente. Non riesce più a concentrarsi su nulla, né a casa, né sul lavoro dove anche i superiori se ne accorgono riprendendolo; gli sembra d'impazzire pensando a lei, lì a pochi metri, dolce, morbida, incantevole e disponibile, pronta a dividere con lui una passione che li ha travolti entrambi come un fiume in piena, eppure irraggiungibile. Improvvisa ed inattesa arriva la soluzione. E’ così ovvia, semplice e banale che nessuno dei due ci aveva pensato, nonostante le lunghe ore trascorse al telefono cercando d'inventarsi le soluzioni più assurde e fantasiose. La luce, un vero e proprio "Eureka", si accende nel cervello di Paolo mentre scorre con irritazione il programma della periodica riunione generale di quella che pomposamente viene definita "Forza Vendite”, neanche si tratti della CIA o dell'FBI. E’ uno degli avvenimenti più sgradevoli dell'anno, secondo solo allo scambio natalizio d'auguri, nel quale tutti fingono spudoratamente di credere in ciò che dicono, di apprezzarsi reciprocamente, di formare una squadra affiatata che lotta con decisione per un obbiettivo comune ... per ritornare il giorno dopo a calunniarsi alle spalle. Paolo, non potendosi sottrarre, l'ha sempre subito senza entusiasmo fuggendo a casa appena possibile al termine della cena, anche se per farlo deve inventare scuse che nessuno si cura più nemmeno di ascoltare; in quell'occasione è infatti consuetudine trascorrere la notte nell'Hotel nel quale la riunione si svolge. Un decrepito, freddo, sporco e sgradevole albergo sul Lago Maggiore, una villa di stile ottocentesco, che dei fasti e dell’eleganza antica mantiene solo il nome altisonante e la boria altezzosa degli anziani camerieri. Cristina, era stata invitata negli ultimi anni, fuggendo anch'essa al termine della cena approfittando del passaggio di qualche collega come lei insofferente al luogo. Fingono entrambi, con le rispettive famiglie, di doversi assolutamente fermare quest’anno per la notte in albergo mentre ai colleghi, come al solito, propinano una scusa per rientrare in città al più presto. Avranno così tutta la notte per loro, a Paolo gira la testa al solo pensiero. - Dove andremo? - è la domanda ansiosa di Cristina - non possiamo mica passare la notte in macchina -. - Non preoccuparti, lungo l'autostrada c'è un piccolo Motel, bello ed elegante, possiede la fama di essere molto discreto, andremo lì. Nessuno lo verrà mai a sapere - conclude, sinceramente convinto delle sue affermazioni. - Un Motel? Ma io ho paura, e ... se poi qualcuno ci vedesse? - - E chi potrebbe? I colleghi saranno tutti bloccati sul lago, poi nel Motel si arriva direttamente in camera senza scendere dall’auto, ci sono i box interni col telecomando. Poi se anche incontrassimo qualcuno non sarà di certo col rispettivo consorte e se ne guarderebbe bene dal raccontarlo in giro!- Si lascia convincere in fretta, senza porre obbiezioni, in fondo si tratta di quello che desidera, e da quel momento il mondo gli pare più luminoso, l'aria più leggera, i volti della gente più allegri; in effetti è lei ad essere diventava diversa, finalmente accetta la propria natura abbattendo i tabù che sin lì l'hanno paralizzata e si sente pronta a liberare il fuoco che le cova dentro. Paolo letteralmente sta impazzendo, non si può permettere per un solo istante di allentare l'attenzione senza correre il rischio di svelare a tutti il suo segreto che, per la gioia che prova, vorrebbe invece gridare a squarciagola. I pochi giorni che li separano da quel giorno paiono ad entrambi lunghi quanto un carcere a vita.
La notte precedente non riescono a dormire, si pensano con tale intensità che hanno la sensazione di essere vicini ed allungando la mano di potersi toccare. Preferiscono raggiungere il luogo della riunione separatamente, lui con l'autovettura propria, lei con una collega che si fermerà in albergo per la notte. La giornata non può essere più adatta: grigia, fredda e piovosa come sistematicamente avviene ogni volta che il Ragionier Contini s'impegna a strizzare la sua mente di novello Fantozzi per organizzare qualcosa di buono. Sembra possegga un sesto senso per riuscire a far fallire ogni iniziativa. Non si può certo imputare a lui il maltempo, ma il fatto che ovunque metta le mani, riesca a combinare un disastro, è realtà ormai accettata da tutti senza riserve. E tutti, per questo motivo, lo prendono più o meno velatamente in giro, con battute sarcastiche ed allusioni da far arrossire un pellirossa, ma non certo il Ragioniere che, con la grazia di un bisonte in una cristalleria, saltella dall'uno all'altro magnificando le meraviglie che vedranno nel pomeriggio, alla fine della riunione, durante la gita in barca da lui organizzata, senza rendersi conto, e basterebbe dare un'occhiata fuori dalla finestra, che con quel tempo da lupi non ci sarà nessuna gita. - Quando Dio ha distribuito l'intelligenza lui era in ferie o in malattia - è la battuta più gentile che circola su di lui. Gli sguardi di Paolo e Cristina si incrociano per un attimo, da un lato all'altro della grande sala, non riescono neppure a sorridersi, poi devono guardare altrove per non tradirsi di fronte agli occhi curiosi di tutti i presenti. Il freddo gela a Paolo i piedi e le mani, eppure deve continuamente detergersi il sudore della fronte per la tensione; rimane rigido al suo posto, fingendo interesse per argomenti triti e ritriti mentre sente puntati sulla nuca gli occhi di lei che, in una posizione più felice nella sala riunioni, può guardarlo senza farsi notare. Cristina vede quei capelli corti, puliti e ben curati, già cosparsi di fili grigi, sui quali vorrebbe allungare una carezza, la sua nuca dove desidererebbe porre le labbra non per un semplice bacio; s’immagina, come se le sequenze fossero proiettate su di uno schermo, mentre gli cinge le spalle ed estrae la lingua a leccarlo quasi a volerne assaporare il gusto per meglio farlo suo. Sente addirittura sulla punta della lingua il pizzicore salato della peluria del suo collo mentre con le mani gli cinge la vita, appoggia e preme il suo seno sul corpo di lui quasi a voler essere lei a penetrarlo; deve quindi sfuggire il pensiero che si è fatto talmente lascivo da farle quasi perdere i sensi. Continuano così sino al tardo pomeriggio quando il buio totale scivola sulla sponda del lago a cancellare la nebbia umida che non ha consentito neppure per un istante di scorgere i monti circostanti. Mentre inizia ad aleggiare un'euforia forzata del tipo: "Visto che non possiamo scappare, cerchiamo almeno di divertirci" loro due mettono in pratica il loro piano: evitando di salutare i presenti, per non suscitare domande o commenti, sgattaiolano fuori nella pioggia infilandosi in macchina e partendo subito verso Milano. Nonostante il freddo, il buio e lo squallore del posto che appare letteralmente disabitato, solo un idiota come il Ragionier Contini poteva scegliere una località così in quella stagione, si sentono subito in paradiso. Senza parlare, restano seduti discosti l'uno dall'altra con lo sguardo fisso avanti sul nastro d'asfalto che si snoda lungo la massa cupa del lago, solo le mani si cercano e, come calamitate, si uniscono, strette a confermare con quel contatto fremente, quasi isterico, la forza del loro legame. Paolo mantiene le dita avvinghiate a quelle di Cristina per almeno tre chilometri, senza cambiar marcia incurante dei lamenti del motore che invocava disperato la quinta, solo quando è ben sicuro che lei non gli sfuggirà più si decide finalmente ad allentare la stretta. Posa il palmo aperto sulle sue ginocchia che spuntavano, castamente accostate, sotto una gonnellina nera sufficientemente lunga da negargli ogni vista al disopra; le calze di nylon non gli impediscono di percepire la morbidezza della sua carne e la vellutata sericità della pelle. - Per te mi sono messa il reggicalze invece delle collant - gli sussurra accarezzandogli con fare provocante il dorso della mano. Lui rischia di sbandare mentre uno spasmo violento lo assale al basso ventre procurandogli un'immediata violenta erezione. Trema come un bambino spaventato, spinge la mano in su senza trovare opposizione ed a metà coscia, oltre il bordo della calza, il filato sintetico viene sostituito dalla sua tiepida carne. Vampate di calore gli attraversano il corpo mentre le dita corrono a toccarle l'inguine dove il tepore si trasformava in calore ardente, appena velato dalla seta delle mutandine, mentre lei mugolando dischiude le cosce a quel contatto. - Se non ti bacio impazzisco - sussurra lui con un filo di voce, si accosta al primo spiazzo che scorge nel buio attraverso la pioggia ed, incurante del fatto che si tratti del sagrato di una chiesa, l'attira su di sé stringendola con tutto l’ardore che si sente in corpo. Lei lo contraccambia con passione, lasciando che si riempia le mani con la sua carne assetata, senza alcun divieto, anzi assecondandolo con un piacere mai provato prima; le loro bocche si compenetrano con tale intensità da lasciar supporre che mai più riusciranno a separarsi. Finirebbero certamente per fare l'amore lì in macchina, con i vestiti indosso, incuranti di tutto e di tutti, se un TIR, che transita in quel momento, non sparasse loro addosso i fari abbaglianti ed una ringhiata di clacson che li fa sentire nudi ed illuminati a giorno sulla pubblica piazza. Si ricompongono a malincuore e Paolo riparte con dentro una tale voglia da mettersi quasi ad urlare; Cristina, dal canto suo, che quanto a voglia non gli è certo da meno, gli si accuccia accanto, appoggiandogli il capo sulla spalla e sfiorandogli la mano con la punta delle dita: - Ancora un attimo amore, ormai ci siamo - mormora ma poi, contravvenendo per prima l'invito a pazientare, tenta d'infilare la mano nei pantaloni che gli ha aperto con un gesto deciso e per nulla imbarazzato. Lì sotto c'è un animale pulsante in agguato che a quel contatto cerca con furore di uscire allo scoperto; Paolo con un lamento misto di dolore e di gioia rischia di perdere il controllo dell'automobile sbandando paurosamente al punto da indurla a desistere subito da quel maldestro tentativo. - Aspetta Cristina, ti prego, tra dieci minuti ci siamo! - Dieci minuti eterni quanto un giorno d'estate, atroci quanto una tortura, che però finalmente terminano davanti all'insegna luminosa del Motel. Paolo sbriga le formalità mentre lei, colma d'imbarazzo e di paura, lo attende in auto cercando di mimetizzarsi nel buio. Entrano direttamente con l'auto nel box e di lì, attraverso una scala interna, salgono in camera; sulla soglia la prende in braccio come fossero sposi alla prima notte di nozze. Cristina lo gratifica con un dolcissimo bacio mentre pensa che suo marito in viaggio di nozze non era mai stato così caro con lei: - Se ti avessi conosciuto prima, ti avrei sposato ed oggi non sarei qui - è il suo semplice commento. - Anch'io - aggiunge Paolo baciandola sulla fronte - se ti avessi conosciuta prima non mi sarei mai sognato di sposare mia moglie e di certo oggi non mi troverei in un Motel con un'altra donna ... però sono felice di esserci - conclude appoggiandola sul letto. E’ un letto enorme ricoperto da un lucente copriletto grigio perla; la stanza color rosa pastello è illuminata discretamente da luci nascoste nel controsoffitto. Paolo, scorge la loro immagine riflessa in un grande specchio che ricopre l’intera parete di fronte, il palcoscenico ideale per i loro giochi d'amore. Il momento è arrivato, non c'era più ragione di attendere; cerca di controllarsi per non apparire violento a quella donna che ora gli appare fragile come una bambola, le infila le mani sotto la camicetta, sfilandogliela poi con delicatezza sopra la testa. Lei acconsente sorridendo, lo guarda coi grandi occhi profondi, assecondando i suoi movimenti e rimanendo poi distesa coi lunghi capelli scuri sparsi ad incoronarle il viso, ricoperta, dalla vita in su, solo da un reggiseno di pizzo nero che a stento contiene due tette maestose ma, nonostante la posizione supina, superbamente erette. - Sei fantastica - sono le sole parole che riesce a pronunciare, poi lentamente le slaccia il piccolo indumento di pizzo e Cristina, con la partecipazione che ha posto in ogni suo gesto, lo asseconda. Quando il seno, liberato da ogni costrizione, esplode in tutta la sua opulenza Paolo non riesce più a trattenersi e crolla con lei affondando il volto in quel morbido cuscino. Le succhia un capezzolo sentendolo inturgidire sotto la punta della sua lingua e lo stringe delicatamente tra i denti strappandole un piccolo strillo di stupore e di piacere. Per Cristina è la prima volta che prova piacere nell’essere succhiata, la bava viscida del marito gli ha sempre procurato un disgusto a stento mascherato, gli stringe perciò la nuca trattenendolo a sé mentre le parole le escono incontrollabili dalle labbra: - Sì, sì amore, ancora ... ti prego continua così, ancora, ancora... - Lui obbediente continua a lungo, passando da un capezzolo all'altro, cingendole quindi il seno con le mani aperte per poi massaggiarlo soffermandosi con la punta delle dita sui capezzoli eretti e sensibili al punto da strapparle lamenti di dolore, poi si accorge di non riuscire più a resistere e si scosta da lei. Mentre Cristina, svuotata di forze, l'osserva con gli occhini spalancati lui inizia frenetico a spogliarsi, impappinandosi coi bottoni della camicia e con le stringhe delle scarpe; si sente goffo come un bambino. Lei si solleva e gli chiede: - Amore, aspetta un attimo - - Aspettare? Perché? Non ti pare di avermi fatto attendere abbastanza? - ribatte mentre, rischiando di strapparla, riesce finalmente a liberarsi della camicia impigliata nel cinturino dell'orologio. - Voglio che sia tutto bello come è stato sin'ora, ti prego continua così sino alla fine - e alzandosi in piedi accanto a lui che la fissa stupito gli accarezza i capelli – lasciami fare prima la doccia, voglio essere perfetta per la nostra prima notte -. Paolo accetta in silenzio, in fondo quel prolungare l'attesa moltiplica il suo desiderio e gliela rende, se possibile, persino più desiderabile. Cristina si chiude in bagno da dove riemerge dopo pochi ma lunghissimi minuti avvolta in una soffice e trasparente camicia da notte azzurra, i capelli avvolti in un asciugamano a proteggerli dal vapore. Gli appare ancora più bella di quanto ricordasse, eppure non la vede che da dieci minuti: - Sei così bella che mi sembra di sognare, non può essere vero - quindi per sincerarsi di essere sveglio le sfiora una guancia con la punta delle dita; rabbrividisce leggermente a quel contatto. - Presto, fai la doccia anche tu, non credere che possa resistere molto neppure io ... - Si precipita sotto la doccia senza chiudere la porta ed incurante dell'acqua troppo calda si lava in un attimo, ripiombando in camera con un asciugamano avvolto attorno ai fianchi, assolutamente incapace di mimetizzare il sesso che si erge rigido come l'asta di una bandiera davanti a lui. Cristina, che l'attende seduta sulla sponda del letto, si alza e con le labbra serrate sulle quali il sorriso è svanito lasciando posto ad una espressione d’intensa tensione gli si accosta senza distogliere lo sguardo da quella protuberanza. Inginocchiandosi di fronte gli scioglie l'asciugamano lasciandolo cadere a terra, osserva il membro che si inalbera con spavalda arroganza e gli sussurra, quasi si trattasse di un bambino: - Finalmente ti conosco, non ne potevo più, adesso vieni tu a conoscere lei, ti aspetta da tanto ... ma ti prego, non farle del male, sei così grosso - e quasi a volerselo imbonire l'accarezza con le mani delicate scoprendone la punta purpurea sulla quale indugia per un lungo istante con le labbra. Paolo è pervaso da un tremito incontrollabile, non riesce ad aspettare oltre, la solleva per le ascelle e tenendola come fosse una bambina, l'adagia sul letto; la lunga camicia azzurra si apre lasciandogli vedere finalmente il suo corpo nudo. E’ quanto di meglio avrebbe mai potuto sognare, anche nei suoi sogni più erotici: una statua di carne levigata, color del marmo, senza la minima imperfezione, col seno eretto dai larghi capezzoli bruni frementi, le cosce lunghe e tornite, i fianchi rotondi, la vita stretta, il ventre piatto con la folta peluria del pube a promettergli il paradiso. E soprattutto con le braccia spalancate ad attenderlo ed il suo viso bellissimo, sorridente e sereno ma carico di erotismo, con gli occhi profondi, i capelli sparsi sul cuscino e le labbra socchiuse. A quel punto ha quasi il terrore che sfiorandola l'incantesimo si possa rompere ma lei gli sorride:- Coraggio amore, ti ho aspettato tanto -. Paolo cala finalmente su Cristina come un falco che scende in picchiata sulla preda, come la tempesta che si abbatte su di un campo di grano, come un'ondata che si infrange impetuosa sugli scogli, totalmente, senza freni e senza limiti ... e Cristina lo accoglie felice come un naufrago alla vista della terra lontana, come un uomo sperduto nel deserto accoglie la pioggia. Forse, molto più semplicemente, come una donna assetata d'amore accoglie finalmente l'amore che ha sempre aspettato. I loro gemiti d’amore si fondono come i loro corpi, la promessa a lungo attesa si è esaudita.
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