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La sindorme del piriforme
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Titolo: La sindorme del piriforme
Autore: Calypso
Contatto:
Racconto n° 3365
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Lo stava aspettando nel suo studio, ricavato da una stanza attigua all’infermeria della caserma.
Aveva desiderato quel momento da tempo, lo aveva sognato tante volte che le sembrava di averlo già vissuto.
Non riusciva a distinguere il sogno dalla realtà.
Il suo Sergente stava per varcare la porta per essere sottoposto ad una visita che lei agognava fare da tempo.
Lei era medico e le era stato assegnato il nuovo incarico presso la caserma dove aveva conosciuto la sua ossessione che rispondeva al nome del Sergente Ace McKenna.
Lo aveva notato da subito, il primo giorno che aveva varcato le mura militari.
Certo il luogo era inusuale, ma lei aveva fatto richiesta di essere trasferita per motivi personali.
Doveva cambiare pagina alla sua vita.
Era lì che lo aveva notato quando, dopo un duro allenamento, con la maglietta sudata che segnava ancora di più i muscoli, se l’era sfilata per buttarsi velocemente sotto la doccia a bordo del campo in una assolata giornata di luglio.
Il sergente aveva il dono di parlare senza aprire bocca.
Il suo corpo parlava per lui, il viso sotto l’acqua, le braccia che si muovevano. Si girava e rigirava, mezzo vestito, a torso nudo, con quella noncuranza dei soldati. Quei gesti sulla pelle dorata dal sole e quel modo di vedere i muscoli, quei dorsali da urlo che sembravano voler uscire dal corpo per richiamare attenzione l’avevano incantata. Wow, che sesso! Era capitata nel posto giusto, pensava. Appena vide quello spettacolo sentì un improvviso calore in mezzo alle gambe, una sensazione piacevolissima.
Non era più una ragazzina, anzi era verso i quaranta… come potesse essere attratta da un ragazzo era un mistero.
Ma quel ragazzo aveva il corpo di un Dio greco scolpito nel marmo.
Lo aveva visto qualche volta girare nei bar, lo aveva visto con amici e donne diverse, sapeva che era virilmente forte e attraente.
L'attirava in modo morboso, c’era qualcosa che sentiva suo in lui.
Finalmente ora aveva la possibilità di vederlo e di visitarlo.
Lesse sulla richiesta di visita: - Lombalgia acuta -.
- Era ora - pensò. Sperava da tempo che si facesse male o altro per poterlo un po’ avere, come dire, sotto le mani.
Finalmente entrò.
Lo fece accomodare.
Lei indossava un camice bianco, come era sua abitudine mentre visitava.
Sapeva di essere un donna affascinante; anche con i capelli raccolti e l’aria professionale che era abituata a tenere al lavoro, gli occhi non potevano nascondere quello che era naturale.
Breve anamnesi del caso, solite domande e, mentre erano seduti, lei si sentiva già completamente bagnata.
Le faceva questo effetto.
Lui parlava della sua schiena, ma lei non lo ascoltava. Osservava nel dettaglio ogni suo gesto, ogni sua smorfia col viso, ogni movimento delle labbra. Era calamitata da quello sguardo.
Gli disse di spogliarsi e di sdraiarsi sul lettino.
Lui si slacciò i pantaloni ed iniziò a sfilarsi un capo alla volta.
Rimase nudo, solo con gli slip bianchi.
Lei, sfacciatamente, non poteva fare a meno di guardargli il pacco: era come una calamita. E lui certo non faceva lo scandalizzato, sapeva di piacere.
Il petto era glabro, stranamente glabro, e avrebbe incollato le sue labbra su quei deliziosi bottoncini di carne che erano i suoi capezzoli da ragazzo cresciuto che richiamava sesso da tutti i pori.
Lo fece sdraiare sul lettino a pancia in giù.
Iniziò ad osservarlo con serietà, senza parlare.
In ammirazione estatica!
Non poteva stare ferma, era contro natura!
Abbassò l’elastico degli slip sulle natiche sode, rotonde, forti e contratte come fossero di legno, come se il Canova le avesse scolpite in giornata.
Era faticoso per lei visitarlo, non le era mai successo. Cazzo, dopo tutti quegli anni, cosa le capitava? Eppure non si sarebbe fermata per niente al mondo e per niente al mondo avrebbe trattenuto la voglia che saliva dalle sue gambe e si concentrava nella sua fica.
Era sempre più bagnata.
Bruciava di desiderio per lui.
Allungò le mani e iniziò a palpargli i lombi, mentre lui si lamentava dal dolore delle contratture muscolari.
Faceva quasi fatica ad affondare dentro la sua muscolatura da quanto era tonica.
Il culo più bello che avesse mai visto l'aveva davanti e a sua disposizione.
Gli massaggiò la natiche lentamente e poi più a fondo.
Cercava il piriforme, ufficialmente, in realtà cercava di fargli un po’ male per mascherare la voglia di sbatterselo su quel cazzo di lettino in quell’istante.
- Che brutta contrattura sergente - mentre riempiva le sua mani di quella carne soda e gli continuava a palpare il culo in cerca del piriforme, muscolo introvabile e dolorosissimo se contratto.
A tratti lui sembrava lasciarsi andare, fra il piacere del massaggio e il dolore che gli procurava con il gomito piantato nella sua chiappa da urlo.
Tutto sommato il sergente si godeva quel trattamento.
La dottoressa allora gli abbassò completamente gli slip e le sembrò che il corpo fosse scosso da un fremito da quella mossa inaspettata.
Continuava a palpare e massaggiare e ad allargare quelle fantastiche natiche, fino a vedere chiaramente la rosellina del suo ano. Non si trattenne. La accarezzò ed inserì appena il suo polpastrello per continuare a massaggiarlo delicatamente in un tocco non tocco.
Leggero, uno sfioramento.
Lo sentiva lasciarsi andare, al suo sergente scapparono piccoli gemiti.
Conduceva lei il gioco e da bastarda che era gli ordinò di togliersi gli slip e di seguirlo alla trazione lombare, il lettino accanto al suo studio.
Lui obbediva, non poteva fare altro.
Si alzò completamente nudo con l’erezione che sembrava guidarlo verso la nuova stanza.
Lo fece sdraiare a pancia in su, su quel lettino in pelle e cinghie che pareva il lettino delle torture.
Aveva il cazzo bello duro, il suo Sergente.
Lei lo legò, gli fece passare le cinghie intorno al forte torace e poi giù intorno al bacino, lasciando libera la sua maestosa erezione che si ergeva verso il soffitto.
Lui era bloccato a quel lettino e alle voglie di lei.
Lei si avvicinò a quell’asta che la attirava come un totem.
Vi appoggiò sopra le labbra carnose, come per baciarlo, gli sfiorò le palle, con le dita seguendo sempre un tocco leggero che sapeva essere più forte di un tocco deciso.
Gli leccò tutta la lunghezza del cazzo e poi aprì la bocca per accogliere quella cappella rossa che ribolliva dal desiderio di essere succhiata.
Così fece ed iniziò lentamente a fargli un pompino, come se fosse stata questione di vita o di morte. Succhiava avidamente come se niente di più buono avesse mai avuto nella bocca. Lo sentiva godere e gemere, e lei si sentiva colare sapendolo immobile e in preda alle sue voglie.
Leccava e succhiava, e con il dito giocava con il suo ano: infilò prima uno, poi due, e poi tre dita che sentiva stringere dalle contrazioni del suo fantastico culo.
Lui però non stava fermo e non aveva le braccia del tutto bloccate ma approfittò della posizione di lei china su un fianco sul suo cazzo per strapparle parte del camice, scostare le mutandine fradice ed inserirsi nella sua fica bollente, e non se ne liberò più.
Lei impazzì era come se si fosse impossessato di una parte di lei che le era sconosciuta, fino a quel momento.
Si sentiva come se tutto il suo corpo fosse una fica.
Tremava al suo tocco come se avesse trovato il modo di far esaurire la sua voglia insaziabile fino al momento in cui lui si spinse più a fondo, in quella specie di scroto femminile che la fece venire di colpo e godere come un uomo.
Dalla sua fica uscivano piccoli schizzi che inondavano la mano del suo Sergente fino a colare nel braccio.
Le gambe le tremavano, le ginocchia cedevano in quella strana posizione, era in bilico fra la sua mano e il suo cazzo, che leccava e succhiava con la bocca.
Si sentiva piena e godeva il suo piacere sospirando su quel cazzo che stava per esplodere.
Sentiva lo sperma che saliva e che cercava la sua naturale via d’uscita, sentiva e vedeva le gambe forti del suo Sergente che si contraevano e si allungavano in preparazione dell’orgasmo, il culo contratto, il corpo bloccato e l’odore di fica ovunque.
Fu lì che lei si fermò di colpo.
Il Sergente inebriato e stordito la supplicò:
- No, non ora! -
- Non è finita Sergente, lo voglio nel culo. -
Si alzò da quella posizione scomoda e si strappò da sola il camice davanti allo sguardo attonito del suo Sergente.
McKenna cercava di muoversi, come per trovare il modo di godere, dopo l’interruzione e dopo lo spettacolo che aveva davanti.
La dottoressa ora era completamente nuda, aveva un fisico ben tornito, tonico e un culo sodo.
- Stai tranquillo Sergente, questo ti farà passare il mal di schiena. -
Si mise a cavalcioni su di lui, ma non voleva guardarlo negli occhi, voleva offrirgli il suo culo, la sua schiena.
Si calò sul suo cazzo, duro come il marmo, che accompagnò lentamente con la mano.
Appoggiò la cappella all’ingresso del suo ano.
Era talmente bagnata dall’orgasmo appena raggiunto che stava ancora godendo come se fosse una sensazione interminabile, continua, che solo lui sapeva alimentare.
Scivolò nel culo, subito, senza alcuna fatica da quanto aveva voglia e da quanto si sentiva aperta.
Lo sentiva il suo Sergente che si muoveva, per quello che poteva come per disarcionarla.
Più lui spingeva e più lei gli andava incontro.
Si muoveva come se avesse sempre scopato con l’ano per tutta la vita.
E così non era, ma non le importava né confessarlo a se stessa né tantomeno a lui. Erano le sue voglie represse per troppi anni o era semplicemente la voglia del cazzo del Sergente McKenna.
Si muoveva, ora veloce, ora lenta.
E godeva.
Il Sergente ormai aveva piegato le gambe per aiutarsi a scopare il culo di quella troia della dottoressa.
Godeva era certo, godeva nell’avere un culo davanti anche se non lo poteva toccare e spingere meglio sulla sua asta rigida e sempre più vicino all’orgasmo, sapeva che sarebbe mancato poco ma ogni volta quella puttana sapeva rallentare il ritmo in una esasperazione parossistica.
Fino al momento in cui lei inserì le dita di una mano nel suo ano bollente (era troppo invitante e lo aveva davanti a un passo da lei) e le dita dell’altra nella sua fica.
Lo scopò con le dita con tutta la forza che aveva, rovistando e spingendo, fino a sentirlo, senza fiato, irrigidito, nell’estasi poco prima dell’orgasmo e questa volta non si fermò.
Lo fece godere e sentì un getto caldo nelle sue viscere che le procurarono una sensazione piena di benessere.
Lo sentiva ancora ansimare e lentamente rilasciare la muscolatura.
La Dottoressa si alzò, cercò di ricomporsi come poteva, lasciandolo sempre legato, con il cazzo da una parte, ancora colante di sperma, ancora percosso da brividi, il suo Sergente, e guardandolo con un sorriso malizioso, appoggiò il piede affusolato su un pedale a fianco del lettino.
- Sergente, ora attacco la trazione e anche la tua schiena starà meglio. -
Iniziò a pompare il pedale che allungava tutta la colonna vertebrale, ma sembrava che ad allungarsi non fosse solo la colonna.
Avevano entrambi uno sguardo magnetico, sapevano che avevano varcato un limite.
Questo era il mondo della divisa: regole infrante, limiti oltrepassati e nuove regole da imporre e seguire.
- Sergente, che muscolatura fantastica, dobbiamo approfondire il discorso. -
Lo lasciò nella stanza per mezz’ora, con il cazzo di nuovo duro, in attesa che la trazione lombare terminasse.