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Astrid
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Titolo:
Astrid |
Autore:
Mendoza |
Contatto:
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Racconto
n° 339 |
Altri
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Non sapevo più da quanto tempo stavo fischiettando quel vecchio motivo. Una canzonaccia orribile come la sbornia che dovevo aver preso durante la notte. E poi, francamente, chi se ne fregava, del fatto che avessi la mente ossessionata dal vino, da una brutta canzone, e del tempo sprecato? Avere scelto la strada per casa significava essere abituato a vivere senza più farmi troppe domande, mentre il senso logico delle cose aveva perso ogni valore da troppo tempo perché potessi ancora credermi un uomo normale. Faceva freddo, tanto freddo e ora senza più niente che mi scaldasse il sangue, mi sentivo gelare. Continuai a fischiettare, nauseato io stesso da quell'aria antiquata e stupida che mi girava in testa. Smisi, sputando non so che robaccia e ricominciai. Avevo la radio appesa al collo e la spensi: dovevo averla sentita lì quella immonda porcheria la sera prima o chissà quando. Raccolsi i miei stracci da terra, ripiegai il cartone che mi faceva da cuccia e sistemai tutto sul marciapiede, sotto la panchina, dove giorno dopo giorno, chiunque passando mi avrebbe potuto vedere. Più ridotto a cosa che simile a ogni essere umano, perché noi barboni finiamo col confonderci con le cose per non esistere più. Alzai la bottiglia quasi vuota e mi accorsi attraverso il vetro verde che il sole la stava illuminando, capii perché stessi meglio. Il sole, il caldo, le belle giornate sono i miei grandi amici da quando la mia vita è cambiata. Non vi racconterò la storia di questo radicale mutamento, perché è banale e non esistono ragioni particolari. Non ero in crisi, non odiavo nessuno, non dovevo dimenticare né fallimenti, né amori finiti. Niente. Avevo voglia solo di libertà assoluta, di essere privo di impegni e responsabilità. Senza lo scampanellio del postino, senza l'obbligo di rispettare le scadenze, lontano da qualsiasi rottura di scatole inventata dalla società per torturarti. Volevo respirare l'aria a pieni polmoni e guardare in faccia la vita come gli avventurieri di una volta, succhiarne l'essenza, ascoltare il mio cuore battere all'unisono con gli echi della natura, spingermi lontano in ogni terra del mondo. Ricordo bene l'ultima cosa che avevo fatto, ebbro di felicità come una baccante della tragedia greca: una gran catasta dei miei innumerevoli libri cui avevo appiccato fuoco con i fogli su cui avevo scritto tante scempiaggini che credevo letteratura. Fu un rogo magnifico, maestoso, esaltante e io ci ballai attorno come uno sciamano folle. Fu l'ultimo rapporto con un passato che non ho più. Bevvi l'ultimo sorso di un vino infimo come il suo prezzo, l'unico che potessi permettermi e riaccesi la radio. Gracchiava a corto di pile, la rispensi e mi rimisi a guardare il sole e il cielo di colpo diventato azzurro, usando il vetro colorato della bottiglia. Mi è sempre piaciuto trasfigurare le cose e guardarle in altri modi, ma mi annoiai presto, anche perché mi doleva la testa. Un buon caffè, ecco quel che ci voleva. Mi guardai nelle tasche e feci l'inventario: pochi spiccioli e una banconota di piccolo taglio. Contai gli spiccioli e decisi che la cassiera del bar di fronte, una biondina niente male, mi avrebbe fatto di sicuro un piccolo prestito. Non avessi questo aspetto trascurato e questa barbaccia che mi fa dimostrare ben più dei miei quarant'anni, te la farei vedere io, pensavo tra me e me. E dire che sarei ancora un bel pezzo d'uomo e conosco le buone maniere e come si tratta con le signore. Fingo di non sapere nulla, perché chi sta tra i cani deve solo abbaiare e basta, ma ho una cultura, io, signori, ho una cultura. Il greco, il latino, il violino. Cominciai a parlare di queste fregnacce una volta che avevo preso una ciucca più forte di altre, e prima mi presero in giro, poi mi insultarono, poi mi pestarono ben bene, quando intuirono, forse, che non stavo scherzando. Non esiste una società diversa da un'altra, mi dissi: d'ora in poi zitto e non provare a distinguerti dagli altri. Se vuoi stare in pace, non provare a cantar fuori dal coro. Okay, non canterò mai più da solo, al massimo fischietterò le porcherie della radio, mi sorpresi a pensare per ridere un po' di me stesso. Buon natale, buon natale: ecco che giorno era, ecco perché quel freddo cane. E così eravamo di nuovo in inverno, un altro dopo tante estati e tante primavere e ventosi autunni. Presi un frammento di specchio che conservavo nella mia sacca e mi guardai: che orrore! Appena prendo la 'sociale', pensai per darmi tono, vado al salone nella strada in fondo e vedrete che figurino. Mi cadde sul palmo la piccola foto di lei che si era appiccicata dietro lo specchietto. Appiccicosa come sempre, mi sorpresi a dire tra i denti, alla stessa maniera di quando mi stava tra i piedi e io non respiravo perché mi seguiva a ogni passo. Cazzo, te la farò vedere, un giorno o l'altro e lei mi si incollava di più come se pretendesse ogni secondo del mio respiro. Mi mancava e ora potevo guardarla solo a metà da quando un maledetto, merdoso, piccione ci aveva fatto cascare sopra la sua porcheria. Avevo cercato di lavarla, ma una parte si era rovinata irrimediabilmente, come la mia stessa esistenza. La baciai su quella mezza bocca, e la rimisi in fondo alla sacca, chè non mi ricapitasse più tra le mani, almeno per un bel po'. Avevo la bocca impastata e quel mal di testa, il maledetto, non voleva lasciarmi. Rabbrividii con una vampata di calore al viso e fui costretto a sputare ancora: non guardai neppure che, mi fanno schifo certe cose. Forse avevo un po' di febbre. Un caffè e mi sarei rimesso in sesto, sono forte io, sapete. Però, quel freddo nelle ossa, eppure si dava da fare proprio quel sole lassù, inutilmente. Poi la vidi e mi ricordai. Oh, feci, ma sei ancora qua, non sei un sogno, sei vera, esisti, non mi hai abbandonato come tutti gli altri. Povero scemo, non lo vedi che stai parlando con una lattina di birra, quella che ti era stata lanciata da una finestra perché stavi fischiando come uno stupido merlo chissà cosa, la notte scorsa, la santa, fottutissima notte di natale. E: vattene via vagabondo lercio, mi fa il prete, questa è la casa di Dio. Lo so, gli dico, sono venuto apposta perché sapevo che una volta era la casa di tutti i diseredati. La chiesa era piena di gente profumata, agghindata, impellicciata, esempio vivente dell'adorazione a quel dio denaro, in attesa che il sacerdote compiacente e sottomesso a quella stessa idolatria mettesse in scena il suo spettacolino senza fede. Una vecchia stava straziando i tasti di un organo di discreta fattura. Suonai dieci note in tutto prima che il coperchio richiuso sulle mie dita dalla megera me le spezzasse quasi. Mi spingono fuori, le mani mi tremano, non ho voce, non dico niente, da tempo ho imparato a non chiedere e a non aspettarmi nulla da nessuno. Dai preti poi.Avrei forse voluto suonare un po': Bach, Haendel, o anche Vivaldi. Conoscevo un po' a memoria certi pezzi e li eseguivo al violino e all'organo quando non mi rendevo conto dei morti viventi che mi circondavano. Avevo con me la bottiglia e ci diedi dentro e fumai l'ultima cicca raccattata chissà dove e quando. Accesi la radio a tutto volume e ci cantai appresso come un forsennato, finchè uno non mi scagliò il barattolo di birra. Hei, amico vacci piano, per dio, non vedi che sono già ubriaco. Lo raccolsi da terra e la vidi. Mi sembrò bellissima, e la desiderai subito senza temere di tradire lei che era un'altra cosa e poi se ne stava buona buona nella sacca, unta, vecchia e malandata, come me. La guardai innamorato e scoprii che pareva una madonna con una rosa fra le cosce: come le doveva profumare! I capelli biondi e lunghi fino alla vita, la pelle bianca, le labbra di fuoco e un fascio di raggi che la circondava, quasi fosse una dea. No, era sicuramente divina, non potevano esserci dubbi. Non ti violerò così aprendoti, non strapperò via l'etichetta come un bruto, un giorno ti berrò tutta, ma solo quando saprò che anche tu mi ami. L'avevo proprio presa in pieno, come non mi capitava da un pezzo, eppure sentivo addosso una strana lucidità. Me la tenni sul petto, allontanando la radio che spensi, poi entrai con i miei occhi nei suoi e da quel momento fu come se divenissi pazzo. Ballammo per strada io e lei e quei raggi che le splendevano intorno mandavano riflessi d'oro abbaglianti come un sole. Poi prese il fiore che teneva tra le gambe e me lo diede in dono, così la vidi nuda, senza turbamento. L'intenso odore della rosa mi tramortì, e bevvi ancora una lunga sorsata. Lei rideva e si muoveva sensuale e leggera, invitandomi a seguirla in quella lunga, estenuante danza. Alla fine caddi e tutto si fece buio. Il resto lo sapete. Il giorno di natale è passato .Gli uomini di buona volontà hanno trovato in cielo la loro stella, io ho scoperto Astrid in una lattina di birra. L'ho bevuta tutta d'un fiato prima di lasciare questo mondo che mi ha perfino rifiutato l'ultimo caffè e lei mi ha donato il paradiso. Guido Guidi Guerrera
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