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Titolo: Convention
Autore: Veryx
Contatto:
Racconto n° 3402
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Finalmente ero in aeroporto. Il viaggio che mi aspettava era molto lungo, non avevo mai fatto così tante ore di volo, ma di cosa dovevo preoccuparmi? E poi un’occasione come questa! Stavo partendo per una convention in Brasile, un premio produzione! Con me colleghi conosciuti e non, da ogni filiale d’Italia. E poi c’era anche lui, il responsabile di zona!
Non aveva da molto questo incarico, forse un anno, in ufficio passava solo un paio di volte al mese. Era molto affascinante e, ogni volta che lo vedevo, provavo una strana sensazione: un mix di soggezione per il ruolo che ricopriva e di eccitazione per quel suo modo di fare. Parlava piano e si muoveva in modo elegante.
Da quanto avevo capito aveva circa quarantacinque anni, ma sembrava più giovane, a parte forse per i capelli un po’ radi, ma che ne accentuavano il fascino. Aveva gli occhi azzurro ghiaccio, incredibilmente intriganti.
Parecchie volte avevo fantasticato su di lui, ma tutto finiva lì, non mi ero mai illusa di nulla. Era molto garbato, salutava con un cordiale sorriso tutti, ma non usciva mai da quelle che erano le argomentazioni lavorative. D’altro canto fino ad ora non vi erano state occasioni per fare diversamente. Era la prima volta che lo vedevo in maglione e jeans, al lavoro era sempre molto elegante: giacca, cravatta, camicia bianca.
Il volo durò dieci ore; lo passai a parlare con gli altri colleghi e a dormire. Lo sognai. Un sogno banale, un po’ scontato dove mi possedeva in ufficio, proprio sulla mia scrivania. Mi sono anche preoccupata di aver parlato (ansimato) nel sonno… non credo, almeno lo spero! Con i colleghi c’era molta sintonia, ma a nessuno avevo parlato della mia fantasia.
Il trasferimento in albergo fu molto veloce, l’intero l’hotel era riservato alla nostra convention, tutto era organizzato nei minimi dettagli. Il destino giocò a mio favore: per via delle iniziali dei nostri cognomi, identiche, fummo alloggiati sullo stesso piano. Prendemmo l’ascensore insieme ad altre persone, parole di circostanza… ottavo piano. Le nostre stanze erano divise da altre 3… feci finta che la tessera elettronica fosse difettosa e riuscii a sbirciare la camera dove entrava.
La stanza era bellissima, per questi viaggi l’azienda non badava a spese! Lasciai la valigia all’ingresso e curiosai un po’ in giro, uscii sul balcone e ammirai il panorama: la città di Rio da un lato, il mare sull’altro. L’aria era calda e umida, come me. Mi spogliai finalmente dei jeans e della maglia. Come sempre accade nei viaggi oltreoceano l’abbigliamento non è adatto all’arrivo come lo è all’andata. Mi aiutai non poco a levare quei jeans attillati, il sudore me li aveva incollati addosso. L’acqua della doccia mi scivolava addosso ed era una sensazione bellissima, finalmente ero da sola e potevo lasciarmi andare. Tutte quelle ore a contatto con i colleghi mi avevano sfiancata e poi continuavo a pensare a lui e al sogno che avevo fatto. Nonostante la temperatura, mi feci una doccia calda, il vapore invase subito tutto il bagno. Ero eccitata e cominciai a toccarmi mentre mi insaponavo. Sentivo un calore dentro, un bruciore. Mi infilai due dita e cominciai a masturbarmi. Ovviamente pensavo a lui. Non sentii più niente, nemmeno il calore dell’acqua che nel frattempo si era fatto forse troppo intenso. Lo immaginavo cavalcarmi e godere e gemere dal piacere. Venni quasi subito, tornai in me e sobbalzai nel sentire l’acqua bollente. Uscii dalla doccia, passai una mano sullo specchio e vidi il mio corpo arrossato dal calore e gli occhi segnati dalla stanchezza. Mi preparai e scesi per la cena.
Fu tutto squisito e mi divertii a scherzare con gli altri; lui non era al nostro tavolo, era con altri responsabili e capireparto in un tavolo parecchio distante.
A seguire Teresa e Miriam, deliziose agenti di viaggio, ci illustrarono il programma settimanale. Ero entusiasta, certo erano previste anche due cene di gala, dove non si sarebbe parlato altro che di lavoro, ma il resto era a dir poco avventuroso!
Finito l’incontro ero molto stanca, salutai e andai a prendere l’ascensore per andarmene in camera; stavo pensando che dovevo ancora sistemare tutte le mie cose.
Ero così assorta nei miei pensieri che non mi accorsi di avere compagnia mentre aspettavo l’ascensore. Le porte si spalancarono e dopo di me entrò lui… ebbi un momento di imbarazzo, non mi ero accorta che era lui il mio compagno d’attesa. Forse mi aveva seguito? Scema, ma cosa vai a pensare!
Commentammo, sempre dandoci del Lei, che l’albergo era favoloso ed il programma di viaggio anche. Mi salutò quando arrivammo alla mia stanza. Ripensandoci fu lui a fermarsi, ma allora anche lui aveva notato dove stavo... Ma cosa stavo pensando? Avrei voluto portarlo dentro con me e fare tutto quello che fino ad ora avevo solo immaginato e sognato. Ma mi liquidò con un “Le auguro una buonanotte, Chiara” che ricambiai allo stesso modo.
Mentre riordinavo i miei vestiti continuavo a fantasticare, mi era sembrato che avesse uno sguardo diverso, come se anche lui mi volesse... Basta Chiara, smettila con queste pure illusioni!
Mi addormentai subito, il giorno seguente la guida ci aspettava per la visita alla città. Ero davvero scocciata, lui era finito in un altro gruppo e praticamente non lo vidi per tutto il giorno. La serata prevedeva una cena con specialità locali e, a seguire, musica e balli brasiliani. Era proprio come si vede in tv: le ballerine erano bellissime, avevano dei corpi statuari come scolpiti, e come si muovevano... inutile negarlo, evocavano sesso. E io lo vedevo che lui era eccitato nel vederle ballare, si capiva benissimo. Mi infastidii quasi al pensiero.
Lo spettacolo mi annoiava e uscii a prendere un po’ d’aria; l’hotel aveva un giardino meraviglioso, con piante tropicali, luci soffuse, fiaccole e fontane ovunque.
Mi levai le scarpe e camminai a piedi nudi fino ad una grande terrazza che offriva un panorama meraviglio su Rio. Le luci erano infinite, la città immensa, l’orizzonte non si riusciva a definire. Sentivo la musica provenire dal salone e cominciai a ballare, il bacino ondeggiava a ritmo di salsa… almeno credo, non sapevo ballare il latino-americano, ma ero convinta di essere da sola e quel movimento così sensuale mi piaceva così mi lasciai andare alla musica. Penso di aver ballato un paio di minuti fino a quando mi accorsi di non essere sola. Era lui! O Dio, stavo sognando ad occhi aperti? Mi sorrise divertito ed io avvampai per l’imbarazzo, ma fortunatamente la luce tenue delle fiaccole non lo fece notare.
- Scusi, non volevo disturbarLa, ma stavo curiosando in giro, ero un po’ annoiato in quel salone -
Bugiardo, pensai, quelle ballerine sculettanti non ti stavano annoiando. Ma allora anche adesso mi hai seguita... o è una coincidenza?
I suoi occhi mi dicevano il contrario, ne ero certa. Forse in un’altra occasione non ci avrei messo un attimo a farmi avanti ma ero intimorita da lui o dal ruolo che ricopriva e poi non avevo mai avuto storie sul lavoro ed ero convinta che non fosse una bella cosa.
- No… si figuri… che figura! Non so ballare ma la musica era molto coinvolgente! -
- Sembrava esperta invece - rispose.
- Grazie, è molto gentile. Lei sa ballare? - replicai.
- No - mi disse senza aggiungere altro e avvicinandosi.
Il fuoco delle lanterne creava strani giochi di luci e ombre, lui era di fronte a me e mi guardava in modo molto schietto. Lo so, mi voleva. E io volevo lui. Non disse altro, si girò e andò verso le scale che dalla terrazza portano al parcheggio sottostante. Lo seguii come ipnotizzata. Si fermò sul pianerottolo, c’era un porta di ferro, probabilmente qualche vano ascensore o altro. Aspettò il mio arrivo, mi precedeva di un paio di gradini. Non appena fui di fronte a lui mi prese i fianchi e con prepotenza mi sbattè contro la porta. Mi teneva per le braccia. La violenza del mio corpo contro la lamiera produsse un rumore cupo. Cominciò a baciarmi il collo, il petto, i capezzoli turgidi. Avevo un vestito molto scollato, lungo al ginocchio. Non riuscivo nemmeno a gemere, ero completamente soggiogata. Mi lasciai trasportare completamente dall’eccitazione, non mi importava che qualcuno ci potesse vedere, mi importava solo di quel momento di godimento puro. Le nostre lingue cominciarono ad intrecciarsi, la saliva usciva dalle nostre bocche affamate.
Sentivo il suo membro duro su di me, mi liberai con un braccio dalla sua presa e cominciai a toccarlo da sopra i pantaloni. Sentivo l’eccitazione piovere sulle mie cosce nude. Mi liberai anche dell’altro braccio, mi destreggiai con la cintura, lo sbottonai e i pantaloni caddero alle caviglie. Lo sentivo sempre più eccitato. Con un gesto veloce abbassai gli slip e lo presi in mano, era caldo e così duro. Mentre lui mi succhiava i capezzoli cominciai a masturbarlo; ora gemevo, dio come godevo. Avevo in mano quel cazzo duro e godevo.
Mi tirò su la gonna, non fece fatica ad inserire le morbide dita nel mio sesso, il perizoma che portavo era davvero minimo e poi ero così bagnata che inondai le sue dita ancor prima di penetrarmi. Godevo. Godeva. Ansimavamo.
Continuavo a masturbarlo, ma l’eccitazione era così forte per entrambi che non ci volle molto per arrivare all’orgasmo. Venni un attimo prima di lui, fu l’unica parola che gli dissi: - Sto venendo - gli sussurrai all’orecchio e gemetti. Forse anche questo lo fece esplodere, lo sentii venire nella mia mano e sulle mie cosce. Fu come venire una seconda volta.
Siamo rimasti lì immobili, lui con le sue dita dentro di me, io con il suo pene in mano, ormai svuotato, liberato da quel peso.
Ci guardammo negli occhi per la prima volta durante l’amplesso, mi sorrise e io ricambiai. Ci sistemammo e tornammo nel salone senza dire una parola, come se nulla fosse successo. Non rimasi ancora molto, ero frastornata e stanchissima.
In camera non feci altro che pensare a lui e a quello che era appena accaduto. Ma cosa voleva dire tutto ciò? Non avevo avuto il coraggio di chiederlo. Non avevo avuto il coraggio di chiedergli nulla. Non riuscivo a dormire e mi dovetti masturbare per l’eccitazione che provavo nel ripensare al nostro incontro.
Anche l’indomani la sorte fu tiranna, lui non era nel mio gruppo. Continuavo a pensare a lui e mi chiedevo se anche lui stesse pensando a me.
Quella sera era prevista una cena di gala. Indossai un abito semplice, nero e scollato sulla schiena. Quando uscii dalla stanza me lo trovai di fronte. Anche lui, come me, era leggermente in anticipo.
- Ti voglio, - mi disse - ti voglio subito - e cominciò a venirmi incontro.
Indietreggiai nella camera, e lui venne dentro con me.
Come per l’incontro della sera prima ero quasi del tutto priva di iniziativa. Mi adagiò sul bordo del letto, si inginocchio e mi sollevò il vestito, fu molto attento a non sgualcirlo, era molto rilassato e tranquillo. Mi sfilò il perizoma tirandolo fino alle caviglie, mi sollevò un piede per farlo scivolare fuori dalla gamba e non avere impedimenti.
Affondò la faccia tra le mie cosce, la sua lingua dentro di me. Come godevo, ti prego non smettere, pensavo, poi, ripensando alla sera prima, gli dissi: - Mi fai godere, sì, mi fai godere -
Sono sicura che apprezzò le mie parole, perchè affondò la lingua ancora di più, la sentivo muoversi fra le mie labbra e il mio clitoride gonfio di piacere.
- Sto venendo - gli ripetei anche allora. Mi lasciai andare sul letto ansimando. Quando mi alzai lui era in piedi di fronte a me, i pantaloni e gli slip abbassati.
Il suo piacere duro, eretto, era vicinissimo a me. Istintivamente lo ingoiai e lo succhiai più che potevo, con le mani gli accarezzavo i testicoli e lui gemeva. Lo vedevo chiudere gli occhi dal piacere e flettere al testa all’indietro ad ogni colpo, ad ogni volta che cercavo di ingoiarlo di più come per farlo sparire dentro la mia gola. Senza dirmelo, ma io lo avevo sentito, venne nella mia bocca. Il suo sperma caldo mi invase e io lo succhiai fino all’ultima goccia, facendo molta attenzione a non sporcare i nostri vestiti eleganti.
Ormai era una strada senza uscita. Dopo la cena i vari direttori e amministratori tennero i lori discorsi, gli applausi scrosciavano ma io non li sentivo, sul video allestito per l’occasione passavano immagini, ma io non le vedevo. Volevo solo lui, volevo che mi possedesse con tutta la sua forza, volevo sentire il suo corpo premere prepotente contro il mio.
La serata proseguì un po’ noiosa, lui era qualche tavolo più indietro, elegante e impeccabile, parlava sicuramente di lavoro. Non mi degnò di uno sguardo. Tornai nella mia stanza con un senso di tristezza addosso… no, era rabbia. Rabbia contro quell’uomo che possedeva ormai ogni parte di me e che tirava i fili della mia volontà e soprattutto del mio desiderio. Mi giravo e rigiravo nel letto, non riuscivo nemmeno a toccarmi, non potevo, non volevo accontentarmi di quel mesto piacere solitario. Chissà se lui, tre stanze più in là, mi stava pensando. Chissà se era nella sua stanza o stava possedendo qualcun’altra aggrappato a qualche angolo dell’hotel. Mi alzai e mi affacciai al balcone... si vedeva luce provenire dalla sua camera. Il cuore comunicò a battere veloce, volevo uscire e correre da lui per colmare quel vuoto che mi stava dilaniando l’anima. E lo feci. Sì, lo feci. Mi presentai davanti alla sua porta così com’ero, senza trucco e spettinata. Con una maglietta xl che fungeva da camicia da notte. Era l’unica cosa che portavo. Bussai così piano che ebbi paura non mi sentisse, speravo che aprisse subito, avevo paura di essere vista. Aprì la porta, portava ancora i pantaloni scuri e la camicia bianca della serata. Mi fece segno di entrare. Buttata sul letto la cravatta ancora annodata.
“Sei mia” mi disse prima di prendermi con quella forza che tanto agognavo. Era dietro di me, cominciò a toccarmi e si accorse che non portavo la biancheria.
“Brava, sei semplicemente perfetta” mi sussurrò.
Io stavo già godendo. Sentivo le sue dita muoversi e tutto il mio corpo bruciava. Lo sentivo sulle mie natiche, anche lui bruciava. Mi girai, eravamo faccia a faccia. Feci due passi indietro, le gambe leggermente divaricate, e cominciai a toccarmi di fronte a lui che nel frattempo si spogliò. Si avvicinò e mi sfilò la maglietta. Per un momento pensai a quando poco sexy ero… a casa avevo cassetti pieni di lingerie per le “occasioni” e io ero qui con una maglietta anonima. Quando cominciò a baciarmi e sentii la sua saliva e la sua lingua nella mia bocca cancellai quel pensiero dalla mia mente.
Le sue mani mi toccavano ovunque; godevo, ansimavo, cercavo di trattenere le urla di piacere. Mi girò e sentii sulle mie natiche il suo piacere duro, lo sentivo sulla mia pelle, caldo e appiccicoso. Mi gettò sul letto sfatto, la faccia sprofondò nelle lenzuola impregnate del suo odore. Mi penetrò subito e questa volta non riuscii a trattenere un urlo di piacere. Ero così eccitata e calda, lo sentivo muoversi e quei colpi decisi quasi mi facevano male; anche lui godeva, lo sentivo. Lo volevo vedere in faccia, volevo vederlo godere. Gli volevo mostrare le contrazioni del mio viso, lo strizzare degli occhi, l’aprirsi della bocca che quei colpi duri e veloci mi provocavano.
- Aspetta - gli dissi e cercai di muovermi.
Lui non mi ascoltò, anzi, sentii il suo corpo premere ancora di più sul mio, con una mano cominciò a toccarmi un seno con l’altra si infilò sotto il mio bacino, compresso dal suo corpo sul letto. Si fece strada avidamente fino ad arrivare al mio clitoride. Cominciò a toccarlo seguendo il ritmo dei nostri corpi avvinghiati.
- Sì, ancora, ancora, scopami ancora - riuscii solo a dire.
- Sto godendo, mi fai impazzire - mi disse.
Riuscii a divincolarmi da quella morsa, lui mi guardò stranito, mi girai sulla schiena. Lo feci alzare. Il suo cazzo ero viola. Stavo male, già mi mancava, mi sentivo vuota. Mi tirai verso il bordo del letto, lui mi prese per i fianchi, mi tirò verso di lui e mi penetrò di nuovo. Le mie gambe erano inermi attorno al suo corpo. Ancora una volta lui dirigeva il gioco. Con le mani sui miei fianchi ritmava i colpi del piacere. Ci guardavamo occhi negli occhi, piacere nel piacere, sesso nel sesso.
- Sto venendo, ti prego fammi venire - furono le mie parole.
Lui accelerò il ritmo ed io inarcai la schiena e gemetti. Quel fulmine di godimento squarciò la mia vagina e si propagò per tutto il corpo. Pochi secondi e tutto era passato. Senti il getto del suo sperma piovermi addosso. I miei seni ne erano colmi. Me lo spalmai come fosse crema e mi sollevai per poter succhiare le ultime gocce che uscivano da quella cappella rossa come il fuoco.
Sfinito anche lui si buttò sul letto al mio fianco. Guardai il suo pene farsi piccolo e mesto. Avevo di nuovo voglia di lui. Mi vergognavo, non riuscivo a dirglielo. Mi alzai e andai in bagno. Aprii la doccia, ma l’acqua non mi toglieva di dosso l’odore del sesso. Mi appoggiai alle mattonelle fredde, con una mano aprii le labbra con l’altra cominciai a toccami il clitoride. Godevo a metà, ma non potevo farne a meno. Ad un tratto mi sentii osservata. Era lui di fronte a me. Il vetro della doccia trasparente, gli offriva uno spettacolo che di certo apprezzava. Me lo confermava il suo cazzo eretto. Gli sorrisi e continuai a toccarmi e mi girai per potergli far veder meglio. Anche lui cominciò a toccarsi; si masturbava lentamente come stavo facendo io. Godevamo l’uno del piacere dell’altro. E quando la mia mano cominciò a muoversi più velocemente lui fece altrettanto fino a quando i nostri orgasmi non si scontrarono. Il nostro piacere a metà si fece unico.
Finii di lavarmi e lui mi diede il cambio.
Curiosai in giro mentre si lavava. Non mi rimisi la maglietta, presi la sua camicia, me la infilai e tornai nella mia camera senza dire nulla.
Era quasi l’alba, solo due ore dopo era prevista l’escursione all’isola. Non ce la facevo ad andare.
Fu facile inventarsi una scusa; in quei giorni parecchie persone erano state male, in questi viaggi è normale, il fuso orario, la diversa alimentazione.
Era mezzogiorno quando mi svegliai, chissà se lui era andato… non potevo verificarlo di giorno, dal mio balcone.
Bussarono. Pensai fosse la cameriera. Era lui.
- Vengo a prendere la mia camicia - era serio, ma subito scoppiò a ridere.
Per la prima volta parlammo, ci raccontammo delle nostre vite, discutemmo anche di lavoro. Mi confidò che aveva capito che gli interessavo. Sentiva l’odore del mio sesso caldo ogni volta che passava vicino alla mia scrivania per salutarmi. La superbia è uno dei sette peccati capitali pensai… ma anche la lussuria. E risposi alla sua provocazione spogliandomi della camicia che gli avevo rubato.
Gli calai i pantaloncini sportivi che portava (era abbigliato per l’escursione all’isola, ma quando aveva visto che non c’ero, anche lui aveva inventato una scusa) e cominciai a succhiarglielo così, ancora inerme. Lo sentivo crescere ed indurirsi in gola. Lo sentivo godere e ansimare. Ero a cavalcioni sulle sue gambe. Mi fermai un secondo e mi girai sbattendogli il mio culo in faccia, affondando il mio pube umido sul suo viso. Eravamo a 69 e le nostre lingue leccavano e godevano. Ora ero io che dirigevo il gioco. Mi tirai avanti fino ad arrivare con il mio bacino sopra il suo pene eretto. Il distacco della sua lingua dalla mia fica mi provocò un po’ di fastidio, per un paio di secondi, il tempo di affondare sul suo cazzo. Mi sembrò un’eternità, ma appena colmai la mia vagina con quel membro duro mi scordai di tutto. Mi muovevo su e giù piano, poi più velocemente. Sollevai le ginocchia e appoggiai i piedi al letto. Chinando la testa potevo vedere il suo pene affondare ed uscire a quel ritmo frenetico. Su e giù, su e giù... Io dirigevo l’orchestra, quella sinfonia di odori e rumori densi e striduli. Lo sentii venire; come avevo fatto io, anche lui me lo disse, quasi l’urlò “sto venendo, godo, sì godo” e anch’io mi lasciai andare e sentii il calore del piacere divampare dentro di me.
Sfinita, mi buttai sul letto, perpendicolare a lui, rannicchiata con le ginocchia al petto.
Decidemmo di fare un giro da soli in spiaggia. Nessuno ci poteva vedere e i nostri colleghi non sarebbero tornati prima di notte; sull’isola era prevista anche la cena. A differenza delle ballerine di un paio di sere prima la spiaggia non offre questo spettacolo di culi scolpiti al sole. A parte i vari turisti anche le brasiliane non erano tutte bellissime e perfette come si vuol far credere.
Erano solo le 18 ma entrambi avevamo fame, non avevamo mangiato nulla in tutto il giorno e di certo avevamo bruciato molto. Sul lungomare c’erano parecchi ristorantini tipici della zona, ci fermammo ad uno che ci sembrava abbastanza curato e pulito. La cameriera era bellissima. Sì, proprio come le brasiliane che vediamo sui calendari e che invadono i nostri show.
Portava una gonna corta e una canotta colorata, si capiva che non portava il reggiseno ed aveva un seno perfetto, alto e sodo, non molto grande, ma ripeto perfetto. Mi era venuta voglia di toccarlo. Che cosa avevo? Non mi erano mai passate per la mente queste cose, ma del resto non avevo mai visto una ragazza così bella. Roberto si accorse che la stavo osservando e probabilmente intuì i miei pensieri. Mangiammo molto bene e soprattutto bevemmo molto. La ragazza si chiamava Maria e aveva 22 anni. Quando seppe che eravamo italiani ci disse che avrebbe tanto voluto venire nel nostro paese, che siamo fortunati… anche lui la guardava, la fissava, le guardava le tette e il culo ogni volta che passava e si allontanava dal nostro tavolo.
Essendo così presto c’erano poche persone nei tavoli vicini. Due coppie di tedeschi, una giovane, forse in viaggio di nozze, una sopra i cinquanta. Roberto si alzò e andò al bancone dove Maria stava sistemando dei bicchieri. Ho visto che le dava dei soldi, ho pensato stesse pagando il conto e quando tornò al tavolo lo ringraziai.
- E’ presto per ringraziarmi - mi disse.
Maria gli fece un cenno, lui mi prese per mano e la seguimmo sul retro. Eravamo nel deposito del ristorante. Accatastate casse di bottiglie vuote. Di lato la cella frigo. Alcune sedie impilate. Roberto ne prese una e la mise nel centro della stanza. Era un po’ buio, l’unica finestra che c’era era semicoperta dalle casse di bottiglie.
Ero eccitata, non mi sono nemmeno chiesta cosa volesse fare, già lo sapevo e lo volevo. Maria si spogliò in un attimo: era ancora più bella, quella sua pelle scura brillava di sudore. Era afoso, in quella stanza mancava l’aria. Si sedette e divaricò le gambe appoggiandole sui braccioli della sedia. Scoprire quella fica rosa mi eccitò moltissimo, come fosse la cosa più naturale del mondo mi chinai a leccargliela. Era umida e morbidissima. A lei piaceva; mi prese la testa per stringerla più forte alla sua vulva eccitata. Oh dio cosa stavo facendo, mi vennero degli scrupoli di coscienza, ma mi piaceva terribilmente. Il fatto che Roberto ci stesse osservando mi eccitava ancora di più! Sentii la lampo dei suoi pantaloni ed intuii che doveva liberare il suo uccello sicuramente già gonfio.
Per fortuna portavo la gonna e quindi, mentre ero in ginocchio a leccare quel nuovo gusto, potevo toccarmi per scaricare un po’ il piacere e il desiderio che cresceva.
Le ginocchia cominciavano a farmi male, il pavimento era vecchio e sporco. Mi alzai in piedi, Maria mi sorrise, il mio bacino era all’altezza della sua bocca. Mi prese una gamba e spostandosi di poco mise il mio piede appoggiato alla sedia a fianco della sua coscia tornita. Cominciò a leccarmi dolcemente, con un dito entrò dentro ed iniziò a muoverlo piano. Sentivo il rumore che quel dito faceva muovendosi nella mia vagina bagnata, si accompagnava ai gridolini di piacere di Roberto che continuava a guardarci menandoselo.
- Vai più forte - le dissi. Maria cominciò a muovere la lingua più velocemente ed infilò un altro dito. Godevo, godevo tantissimo. E anche allora lo dissi. “Vengo”. Roberto gemette e capii che stava aspettando me per venire anche lui, per lasciarsi andare al piacere più puro.
Ci rivestimmo ed uscimmo da quella stanza afosa; respirai a pieni polmoni, mi sembrava di essere stata in apnea per quei venti minuti. Roberto pagò il conto e tornammo in albergo.
Mancavano solo due giorni al rientro a Milano. Il mio desiderio non si era ancora placato. Volevo che mi possedesse ancora, ma ogni volta che ci salutavamo avevo paura che tutto finisse. No, non volevo nessun coinvolgimento sentimentale, volevo solo fottere. Fottere e godere.
Dormii benissimo quella notte. L’indomani prendemmo di nuovo l’aereo per andare a visitare le cascate Iguazu, al confine con l’Argentina. Lo spettacolo era davvero meraviglioso. Unico al mondo! Il fragore e la potenza dell’acqua erano assordanti. Eravamo su un vecchio battello, ci siamo avvicinati fino al limite di sicurezza e ho fatto un paio di volte il giro del battello per osservare bene quello spettacolo della natura.
Ad un certo punto me lo trovai di fronte, io ero con i miei colleghi, lui con altri responsabili, con i “capi”. Un saluto informale, un sorriso di circostanza. Uno sguardo complice. Sul battello era previsto anche il pranzo, a dire il vero un piccolo buffet a base di un pesce locale di cui non ricordo il nome.
I nostri sguardi si sono incontrati fra la folla, lui si è girato e diretto verso i servizi. Tutti erano impegnati a mangiare. Nessuno ci vide chiuderci in quella minuscola toilette. Nemmeno una parola e già mi scopava con colpi rapidi e profondi. Ero appoggiata alla porta, come nel nostro primo incontro. Ma questa volta lui mi penetrava, le mie gambe erano incrociate attorno alla sua vita e mi aiutavano a ritmare i colpi. Lo sentii venire e gemere. Ho goduto, l’orgasmo arrivò molto in fretta: profondo, unico, magnifico. Ci sistemammo alla svelta. Prima di aprire la porta mi accarezzò il volto e mi diede un bacio tenero, infantile, sulla guancia. Che bel ricordo il Brasile! Addio… alla prossima convention!