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La dea bendata
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Titolo:
La dea bendata |
Autore:
Spietata |
Contatto:
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Racconto
n° 3456 |
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Sapevo che non dovevo fidarmi: avevo detto a Titti di essere puntuale, di portarmi alla stazione in tempo per non farmi perdere il treno. Accidenti a lei e alle sue birre, che la sconvolgono e poi si fa fatica a riportarla alla realtà. E dopo non ha neanche il minimo senso di colpa; mi ha lasciata qui, sola, in questa stazione sconosciuta. Non che abbia paura, sono cresciuta per la strada e so difendermi. Il problema è che ho perso il treno e il prossimo non ci sarà prima di un’ora, come se non bastasse è un Espresso che va nel profondo Sud, pieno di pendolari stressati e malinconici, silenziosi pendolari che tornano a casa. Aspetterò e andrò anch’io a sconvolgermi con la birra. Fa freddo, mi sciolgo i capelli, che proprio stasera porto legati, voglio un po’ di tepore sul collo. Arrivo da una festa, un party in mio onore e accidenti a me se ho legato i capelli, se ho messo il tubino nero. Devo dire che sono molto sexy, sola sulla banchina della stazione, mi siedo e porto le gambe al petto, mi stringo nei pensieri e affogo un contrattempo nell’alcol. Me ne frego se ho le cosce scoperte, non posso provocare nessuno, perché davanti a me c’è il deserto: una stazione di provincia, nel cuore della notte, può essere anche molto triste. L’attesa è finita, anche le birre, che hanno dato l’effetto sperato, il mio corpo ora è caldo e a suo agio nel vestito della festa. Salgo sul treno, do un’occhiata ai vagoni per trovare un posto, barcollo un po’, forse la birra, forse un silenzio irreale che mi confonde; dormono tutti, c’è un odore orribile quassù, un tanfo opprimente, che offende i miei sensi. Attraverso tre carrozze, ma non ho più voglia di camminare, intravedo, così, dei posti liberi in un vagone in penombra, probabilmente la luce è rotta. C’è solo una donna dentro, le siedo di fronte e penso che anche lei cerca di proteggersi da sguardi indiscreti a quest’ ora della notte. Dorme, è immobile sul suo sedile; mi colpisce subito il foulard che ha messo sugli occhi, forse ha paura che la luce del mattino, che arriverà tra poco, disturbi il suo sonno. Sono libera di osservarla: tiene la testa rivolta verso l’alto, la bocca carnosa è socchiusa, i capelli corti e neri hanno un taglio spettinato. Dal suo dolcevita spunta un seno generoso e accogliente. Noto che ha tolto le scarpe, mi distraggo un attimo, guardo fuori la campagna padana che scorre veloce, ritorno sulla giovane donna bendata; quel foulard sugli occhi le dona mistero. Ho strane idee in testa e la birra mi dà coraggio. Mi avvicino a lei, l'annuso, sembra impassibile, relegata nel suo sonno, appoggio le mie labbra sulle sue. Resta ferma. Mi sposto con la bocca sul collo, la lecco. Ora mi sussurra: - Ti guardavo anch’io dalle fessure della benda, continua. Mi alzo a chiudere le tende del vagone, lei rimane bendata, tento di raggiungerla, ma la velocità del treno mi fa precipitare sul suo corpo burroso. Nella frase che mi ha detto, ho notato uno spiccato accento siciliano: figlia del profondo Sud, sono ai tuoi piedi, ti prendo per i fianchi e sfilo gli attillati fuseaux che porti. Affondo la testa fra le cosce e la annuso ancora, m’impregno dell’odore del suo sesso, che agita, che mi fa oscillare sotto la faccia. Le tolgo le mutandine, collabora mordendosi le labbra. La sento umida e calda, infilo la mia lingua nella calda fessura e la penetro, la lecco e l’asciugo. Sento appena il suo mugolio, trattenuto da un assurdo pudore. Ho bisogno di leccarle l’accogliente seno, le alzo la maglia, trovo le tette libere, nessun reggiseno. Bella! Figlia di terre lontane, quanto sei bella, ti penetrerò con le mie dita e ti morderò i capezzoli, questo sto pensando, mentre la vedo appassionata; si è messa nelle mie mani bendata, ne faccio quello che voglio. Merita un premio, ritorno sulla clito e con la lingua la faccio urlare; un piacere profondo, intenso come l’isola che l’ha vista nascere. Ti sbendo, compagna di un viaggio imprevedibile: ora sarai tu che pregherai inginocchiata fra le mie cosce. Ci sa fare, non è di certo la prima volta per lei e muovendo mani esperte e una bocca frenetica fa di me il suo giocattolo. Godo. Aiuto a ricomporre la mia dea, è quasi l’alba, le mormoro nell’orecchio: - Vieni qui, sarò io a bendarti di nuovo. Niente disturberà il tuo sonno! La bacio, la lascio nella penombra, dormono ancora tutti, ma io sono arrivata, devo scendere. Saluto l’alba, mentre il treno della speranza continua il suo viaggio.
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