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Titolo: Sanremo
Autore: Pegaso
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Racconto n° 3472
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Era una piacevole giornata di metà marzo. Erika era distesa sulla spiaggia deserta, si era presa tre giorni di ferie dopo un periodo di lungo e faticoso lavoro. Aveva lavorato sodo in ufficio per potersi permettere il fine settimana lungo, cinque giorni di assoluto relax. Era partita presto per il mare aveva un appartamento sulla collina dell’entroterra di Sanremo ed il giorno dopo l’avrebbe raggiunta Alberto, il suo ragazzo e futuro convivente.
Appena giunta nella cittadina di riviera aveva posato i borsoni in casa, preso il motorino che teneva nel garage ed era scesa in centro. Parcheggiato il mezzo di locomozione, era corsa in spiaggia ad assaporare il profumo del mare portato dalla leggera brezza che spirava. Sulla spiaggia aveva disteso la stuoia e sopra un asciugamano, come cuscino aveva usato il maglioncino. I piedi nudi toccavano la sabbia calda, ma non ancora bollente; il sole le scaldava i jeans e la maglietta donandole un piacevole calore. Si assopì quasi subito.
Dopo circa un’ora s’alzo dalla stuoia stiracchiandosi come una gatta dopo un appagante riposino sopra il termosifone. Riprese la sua roba e si avviò verso il parcheggio. Lasciata la spiaggia alle spalle attraversò la strada, guardando che non sopraggiungesse nessuno. Fu in quel momento che con la coda dell’occhio le sembrò di riconoscere Alberto in compagnia di una avvenente ragazza rossa di capelli, meno alta di lei, ma con almeno due misure in più di lei di seno. Si pulì con gli occhi con le dita, non poteva aver visto il suo uomo in compagnia di un’altra, lui era a casa in officina ad affrettarsi a terminare il lavoro per poterla raggiungere. Qualcosa comunque non la convinceva. Incominciò a seguirli da lontano e guardandolo da dietro le sembrò di riconoscere la sua andatura. Prese il cellulare e lo chiamò. Il telefono suonava libero, ma non squillava quello del ragazzo davanti a lei. Tornò quasi alla realtà quando le rispose: -Ciao amore, mi hai chiamato perché sentivi già la mia mancanza?- Come risposta ottenne il breve racconto di quanto le era appena capitato; risero insieme e si diedero appuntamento al giorno dopo.
Infilato il casco salì sul motorino e riprese la strada di casa. Si fermò al minimarket a prendere un po’ di pane per cena ed altre due cose che le servivano e tra gli scaffali notò nuovamente il giovane che aveva visto poco prima. Lo seguì con lo sguardo tra gli scaffali senza riuscire però a vederlo bene in faccia. Tante cose di lui le ricordavano Alberto: i capelli, la camminata, il suo modo di vestire. Lo vide andare verso la cassa, prese al volo quello che le serviva e si mise anche lei in coda. Non lo udì parlare alla cassiera, si limitò a posare e riprendere la spesa ed soldi. Erika aveva una persona ancora davanti e sperò di fare abbastanza in fretta per trovarlo ancora nei paraggi all’uscita. Prese la spesa ed uscì velocemente cercando di non dare troppo nell’occhio.
Lo vide salire sopra una moto che giudicò, nella sua ignoranza, di grossa cilindrata sebbene fosse solo una 250. Senza casco salì sul motorino e si mise a seguirlo; il traffico di Sanremo a quell’ora la aiutò a stargli dietro. Si sentiva come in un telefilm poliziesco, pedinare il sospettato per poterlo incastrare. Sfortunatamente fu lei a ritrovarsi incastrata. Una lucente paletta dei Vigili Urbani la invitò ad accostare. -Signorina buongiorno-, disse uno dei due vigili con un accento siciliano quanto mai fuori luogo in Liguria. -Perché il casco lo porta il motorino e non lei?- le chiese. Solo allora si rese conto che nella fretta di seguire il ragazzo non lo aveva indossato. Sciorinò tutto il repertorio di scuse e c’era quasi riuscita ad evitare la multa se non fosse intervenuto l’altro vigile che inflessibile ordinò al primo di redigere il verbale. Con il casco in testa ed il verbale nello zainetto ripartì verso la collina. Aprì il cancello elettrico del suo condominio proprio mentre sopraggiungeva la moto con il sosia del suo Alberto; si fermò anche lui in attesa della completa apertura, poi dopo una leggera titubanza lo seguì nei box. Si fermò due serrande dopo di lei, scese dalla moto ed accese la luce del corridoio. Erika entrò nel suo box che aveva lasciato aperto come sempre, si tolse il casco ed uscì richiudendolo. Si avviò verso la portina della sua scala cercando ancora di osservare il ragazzo, cercando di non farsi vedere, ma fu tutto inutile. -Ciao, sono Alberto- la salutò aprendole la porta. -Erika... ciao- lo salutò sperando che non si notasse troppo la sua incredulità nel sentire che anche il nome coincideva. Vedendogli finalmente il viso notò che al contrario del suo fidanzato aveva lineamenti morbidi, occhi marroni, il naso proporzionato al viso, una bocca leggermente carnosa -Decisamente interessante- pensò.
-Sei appena arrivato a Sanremo?- gli chiese davanti alla porta dell’ascensore. -Si, mi sono trasferito qui da due settimane, prima stavo a Bordighera a casa di mia zia, ma non mi andava molto. Tre settimane fa ho letto l’annuncio in una vetrina di un’agenzia immobiliare e visto che tutto corrispondeva alle mie esigenze ho affittato la mansarda- Entrarono in ascensore ed Erika sorrise divertita. -Dunque sei il mio nuovo inquilino- gli disse. -Davvero?... sei la proprietaria, che coincidenza!-
-E’ dei miei genitori a dire il vero- finì lei ridendo.
Scesero all’ultimo piano entrambi, lei si fermò sul pianerottolo e lo salutò.
-Perché non vieni a prendere l’aperitivo da me tra poco? Sempre se ti va- le propose.
-Vada per l’aperitivo. A più tardi allora-.
Entrò in casa con il cervello in subbuglio. -Sei pazza, completamente pazza. Togliti dalla testa quello che stai pensando- disse a se stessa. Eppure qualcosa di questo Alberto l’aveva colpita, stranamente. Si fece una doccia e mentre l’acqua le bagnava il corpo non riuscì a trattenere le mani che si infilarono prepotentemente tra le cosce cercando una figa ormai bagnata non solo dall’acqua. Si fece un ditalino cercando di pensare al suo Alberto a casa, ma la testa le proponeva sempre più spesso il viso dell’inquilino del piano di sopra. Si mise addosso una maglietta ed i pantaloni di una tuta leggera e salì da lui con l’intento di fermarsi giusto il tempo necessario per non sembrare scortese nell’andarsene troppo in fretta. Suonò ed Alberto venne ad aprirle; indossava una camicia leggera sopra un paio di bermuda che lasciavano intravedere gambe sportivamente muscolose. Chiuse la porta. -Accomodati, fai come se fossi a casa tua- le disse ridendo. Si sedette sul divano, mentre lui stappava gli aperitivi. Quando glielo porse, lei come in un raptus gli afferrò il braccio e lo tirò a sé. Gli bacio le labbra quasi con violenza, mentre l’aperitivo si spandeva dappertutto. Freneticamente le mani cercarono i bottoni della camicia incominciando a sbottonarli. Alberto, dopo il primo momento di sbigottimento, si lasciò trascinare nell’amplesso senza difficoltà. Si alzò in piedi sollevando anche lei ed infilò le mani sotto la maglietta per cercando i seni di Erika. Li trovò immediatamente con i capezzoli già duri, erano una splendida seconda misura, fatti apposta per stare nel palmo della mano. Gli occhi verdi di lei lo guardavano mentre scendeva baciandogli prima il collo e poi il petto. Alberto prese la testa di Erika tra le mani ed incominciò a passarle in mezzo ai capelli. Le mani della ragazza scesero intanto a slacciare la cintura dei bermuda ed a sfilarli assieme ai boxer del ragazzo. Dovette fare attenzione a non fargli male perché il cazzo era già duro e pronto. Scese con le labbra continuando a baciargli la pelle, fino a quando la guancia cominciò a strusciare sul membro. Non lo considerò ancora, continuando a soffermarsi poco a lato; solo quando Alberto le spostò delicatamente la testa, lei incominciò a baciarlo delicatamente. Il cazzo, di buone dimensioni, dimostrò di gradire le attenzioni inturgidendosi maggiormente. I baci della ragazza percorrevano l’asta dal basso all’alto da una parte e dall’altra. Il ragazzo ansimava più velocemente ed Erika capì che era il momento giusto per accoglierlo tra le sue labbra. Un piacevole sapore di doccia appena fatta fu la prima sensazione quando passò la lingua sulla cappella. Incominciò a succhiarlo usando la mano solo per tenere fermo meglio il cazzo. Tutto il piacere glielo dava con le labbra e la lingua. Succhiò avidamente per un tempo che le sembrò eterno ma bellissimo, ed Alberto non dava segno di cedere. “Prendimi” gli disse staccandosi dall’uccello e sedendosi sul divano. Il ragazzo si liberò completamente degli indumenti e poi aiutò lei a fare altrettanto. Nuda davanti a lui gli sembrò una dea; una ragazza più alta della media, perfettamente abbronzata anche se non era proprio la stagione per un colore naturale, i seni sodi con i capezzoli piccoli e turgidi. Chinò la bocca sul monte di venere dove comparivano i pochi e ben curati peli presenti in quella zona del corpo. Le divaricò le gambe scoprendo una figa chiaramente già bagnata dagli umori. Gliela leccò subito senza tralasciare un millimetro di pelle. La lingua si faceva largo tra le labbra grandi e piccole, assaporandole come se fossero frutti. Le infilò un dito in quella che in mente aveva già ribattezzato la “caverna delle meraviglie”; la sentì godere per quel trattamento e, appagato da quel piacere, continuò fino a quando non la senti urlare il primo orgasmo. Le diede un attimo di tregua baciandole l’interno delle cosce, poi s’allontanò per pochi secondi da lei, ritornando con un preservativo in mano. Aprì la confezione strusciando il cazzo sul clitoride e quando fece per infilarselo lei lo fermò. “Aspetta faccio io” gli disse. Si tirò su leggermente, fino ad arrivare con la bocca al cazzo ed a riprenderselo in bocca ancora. Poi scostate le labbra glielo srotolò con perizia e con lentezza. Alberto al contatto delle mani si sentì eccitato come non mai e senza attendere oltre posizionò la cappella sulla figa, penetrandovi senza problemi. Si muovevano all’unisono come se fossero stati anni che facevano l’amore assieme. Pompò senza sosta fino a quando lei cominciò a venire urlando il proprio orgasmo. Alberto non si trattenne e pochi attimi dopo riempì il preservativo di caldo sperma. Uscì da lei facendo attenzione a non rovinare tutto, lo sfilò e lo posò per terra. Quando ritorno da lei se la trovò pronta a succhiarglielo nuovamente. Incredulo appoggiò il cazzo alle labbra ed Erika delicatamente lo fece scivolare dentro. Per qualche minuto il membro di Alberto sembrò la brutta copia di quello che l’aveva fatta godere così intensamente. Poi il gioco di labbra, lingua e mani cominciò ridargli vigore. Ora l’asta era nuovamente dura. La ragazza continuò a succhiare, fino a quando Alberto senza preavviso le inondò la bocca urlando di piacere. Si distesero stanchi ma felici sul tappeto , mentre dall’abbaino si vedevano le prime stelle della sera.
-Pronto buongiorno è la sveglia…- strillò la radio poco dopo. Erika si svegliò quasi di soprassalto, la spense e solo allora si rese conto che era stato tutto un sogno. Si voltò verso il suo vero Alberto che incominciava a stirarsi dopo il lungo sonno. -Ciao amore- gli disse baciandolo ed allungando la mano sotto i suoi boxer.