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Solo grazie
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Titolo: Solo grazie
Autore: Kingslave
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Racconto n° 3474
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L’ambiente era ormai caldo e carico di profumi di cibo e gli ospiti mostravano i primi segni eloquenti di euforia dovuta ad abbondanti portate di cibo speziato e vini freschi.
Era quella l'ora della serata in cui il cibo aveva fatto la sua parte e ci si lasciava andare alle più disparate discussioni.
Ti avevo notata subito, appena oltrepassata la porta di ingresso. Tu avevi alzato lo sguardo ed i tuoi grandi occhi neri mi avevano ipnotizzato, cosi profondi, cosi caldi. La figura era passata inizialmente in secondo piano, anche se uno sguardo veloce d’insieme mi aveva presentato una donna molto attraente. Carnagione scura, capelli corvini, fianchi e seni ben marcati, sebbene non eccessivi. La camicetta bianca aperta lasciava intravedere poco, ma lasciava correre l’immaginazione; più provocante la gonna, corta senza volgarità e due scarpe tacco alto facevano da estremità a gambe di forma più che proporzionata, avvolte in sottili calze retinate, che immaginavo essere autoreggenti.
Una figura sobria, attraente, senza eccessi, ma che stuzzicava la fantasia: che donna eri? calda e sensuale o altezzosa e distaccata?
La sorte volle che in quel ristorante affollatissimo ci facessero accomodare ad un tavolo vicino al tuo. Tu eri in compagnia, come me, ma la posizione permetteva di poterci guardare senza essere visti dai nostri partner.
Il secondo sguardo che mi lanciasti fu diverso da primo: più curioso, più inquisitorio. Evidentemente mi avevi notato anche tu.

Durante tutta la serata gli sguardi si erano incrociati: a volte fugaci, a volte sostenuti. L’imbarazzo del primo momento fu presto dimenticato. Ti piaceva farti guardare e sapevi che il mio occhio era ben più affamato della mia persona. In quella posizione, leggermente sbieca potevo osservare le gambe in tutte le sue evoluzioni e in alcune pose mettevi in evidenza la scollatura. Notai i capezzoli in rilievo al di sotto del tessuto ed abbozzasti un sorriso vedendo che me ne ero accorto. Decisi di fare la mia parte: sguardi insistenti, gesti pacati ma eloquenti. Volevo vedere fino a dove saresti arrivata.

Ad un certo punto della serata avevi iniziato a stuzzicarmi sfruttando la visuale che mi si offriva, continuando a chiacchierare con il tuo ignaro commensale: con il palmo di una mano ti sostenevi il capo lasciando i polpastrelli liberi di carezzare la pelle del mento, mentre l’altra, sotto la soglia del tavolo, carezzava le gambe, dal ginocchio alla gonna, lentamente. Ogni volta la vedevo salire sempre un po’ di più, sino a che cominciò a scivolare nell’interno coscia. Non guardato, osservavo le dita risalire sempre più in alto, scomparendo sotto la gonna che, data la posizione seduta, si era leggermente sollevata. Più si avvicinavano alla meta, più le curiose dita indugiavano.
Mi sorprendeva vedere come il tuo interlocutore non si accorgesse di nulla, ma devo ammettere che la tua abilità era grande. Ovviamente non ero immune a quella coinvolgente visione: il calore iniziava a farsi sentire…
Questo crescendo si prolungò per tutto il tempo delle portate: ad ogni momento di pausa riprendeva sempre più audace. Prima del caffè, quando ormai gli animi erano accaldati, decisi che dovevo agire; presi il telefono dalla giacca e mi scusai con la mia partner per essermi scordato di fare una telefonata importante: la rassicurai chiedendogli di attendermi per alcuni minuti. Ovviamente il tutto avvenne in modo che la mia intrigante compagna di fronte capisse che stavo per uscire.
Entrando nel ristorante avevo notato che esisteva un secondo accesso alla sala attraverso un giardino e che in fondo, dopo aver percorso una piccola galleria, c’erano i bagni.
Ero uscito da questo accesso, ma prima di lasciare la sala avevo rivolto uno sguardo deciso alla mia istigatrice: nessun gesto, nessun movimento, solo quei grandi occhi che mi osservavano.
Percorso il tunnel mi ritrovai nel bagno, sfarzoso ed ampio come un locale del genere era giusto avesse. Un locale ampio, con i lavandini uniti dal marmo e un grande specchio. Non vi era distinzione tra bagni per uomini o per donne, unica distinzione il bagno per disabili.
Mi lavai le mani e mentre me le asciugavo la vidi entrare e andare anche lei verso i lavandini. Uno sguardo lungo, profondo, di riflesso nello specchio.
Mi avvicinai da dietro e le baciai il collo: non si oppose... anzi, piegò il capo a mo’ di invito. La presi per una mano e entrammo nel bagno per disabili: un locale ampio, pulitissimo, dotato di lavandino e specchio. Richiusi la porta dietro di me e aprii il rubinetto per mistificare eventuali rumori.
I suoi occhi aspettavano un comando, una scintilla per esplodere.
La baciai: labbra carnose, morbide; le posi una mano dietro il capo e la invitai ad inginocchiarsi. Era quello che attendeva ansiosa. Si inginocchiò e muovendo le dita con eleganza inaspettata mi liberò il sesso, ormai al massimo dell’eccitazione. Lo accarezzò in tutta la sua lunghezza, prima con la punta delle dita, poi con le labbra, infine lo avvolse in tutta la sua circonferenza. La bocca era calda e umida e la lingua sapientemente compiva evoluzioni su tutta la superficie. Il ritmo si fece più cadenzato, un lento e mortale scorrere avanti e indietro con le mani ben serrate sui fianchi.
Non aveva smesso per un solo istante di osservarmi, appagata dal piacere che mi stava dando. La strada verso l’apice del piacere era ormai in prossimità del culmine e, per quanto splendido fosse il ritmo che la sua bocca dettava, volevo altro, molto più piacevole.
La rialzai e la girai verso il lavandino con lo specchio di fronte. Ci stavamo guardando ancora e lei parve sorpresa. Sapeva bene che ero al culmine del piacere, perché fermarsi? Le mie mani scorsero sui glutei e sollevai la gonna: come avevo immaginato le autoreggenti lasciavano spazio ad una pelle morbida e calda. Il perizoma era sottile e particolarmente elastico. Lasciai scorrere le dita lungo la fessura fino ad avvertire il calore che emanava. Allungai la mano verso il dispenser del sapone posto sul bordo e ne feci uscire un po’. Il suo sguardo, dapprima titubante, divenne sorridente. Con mia grande sorpresa vidi che si era appoggiata con le mani al bordo più lontano del lavello e, invitante, si spingeva all’indietro. Incoraggiato dal suo atteggiamento iniziai l’opera di insaponatura di quella caldissima ed eccitante fessura, fino alla soglia del mio ambito premio. Mi appoggiai e fissandola attraverso lo specchio iniziai ad entrare, lento ma deciso.
Nessun dolore: aveva solo socchiuso gli occhi quando fui completamente dentro, ma non per dolore.
Iniziai la mia danza, guardandola riflessa; sembrava incitarmi ad andare sempre più a fondo, fino al punto in cui emetteva un lieve gemito. Allora mi ritraevo per iniziare subito un’altra avanzata.
Non fu una cosa lunga visto che ero già al limite prima ancora di iniziare: l’ultimo colpo fu il più profondo e rimasi profondamente dentro di lei. Dal canto suo aveva chiuso gli occhi e assaporava il calore che la stava inondando. Rimase così per alcuni istanti poi riaprì gli occhi.
Ero esausto e la mia compagna di piacere era appagata nel vederlo.
Ora toccava a me darle piacere. Uscii lentamente lasciando che le sue membra si abituassero alla nuova libertà. La baciai sul collo lievemente sudato: un profumo inebriante…
La feci girare verso di me e mi inginocchiai davanti a lei: ancora una volta fu lievemente sorpresa ma felice del mio gesto. Sollevai la gonna sino al pube, ben pulito e lievemente sporgente. Divaricai quelle splendide colonne di carne che erano le sue gambe e lo spettacolo del suo sesso fu sotto il mio sguardo. Usando la sua stessa tecnica la osservavo, appagato dal piacere che le stavo dando con la mia lingua. Lentamente ma ripetutamente la infilavo tra le sue intimità e ne assaporavo il gusto.
Anche a lei non servì molto tempo per raggiungere l’apice, un gemito prolungato e soffocato sancì il raggiungimento del piacere. Lasciai che si riprendesse e mi rialzai.
Ci sistemammo per non creare sospetti e mentre ci sciacquavamo il viso le dissi:
- Grazie –
- A te - rispose lei sorridendo.
Sentivo la sua voce per la prima volta e fu un suono soave.

Uscimmo dal bagno con circospezione, tornai prima io al tavolo e, scusandomi per l’attesa, bevvi il caffè che nel frattempo era diventato freddo.
Dopo alcuni istanti arrivò lei e si accomodò al suo tavolo, mentre il suo commensale sfogliava il menu.
Parlottò per alcuni minuti, ordinando un caffè e un liquore.
Ci portarono il conto, quasi in contemporanea, e insieme ci avviammo verso la cassa per pagare.
Per un attimo ci toccammo, la sua gamba contro la mia, sensazione piacevolissima.
Uscimmo dal locale e ci avviammo in direzioni opposte verso le rispettive auto, ma un attimo prima di salire un ultimo sguardo, il più intenso, il più complice.