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Never give up
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Titolo:
Never give up |
Autore:
Guido |
Contatto:
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Racconto
n° 3486 |
Altri
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Il locale era piuttosto buio, l’atmosfera un po’ stanca; non c’era troppa gente, al contrario di sempre, in quella tiepida, pigra sera romana di fine maggio. Giorgio, come al solito, era distratto, come indifferente, non di cattivo umore, ma apatico: che novità! Era da qualche mese che “ci provavo”... sì, “ci provavo”. Volevo portarmelo a letto. Mi piaceva, forse proprio per quella ritrosia, per quell’aria un po’ “scazzata dal mondo” che aveva. Avevo alcune caratteristiche vincenti: ero donna, ero bella, ero giovane. Perché mai non ci stava? Non siamo abituate, noi donne, ad essere rifiutate, sia pure con garbo. Oddio, non è che mi avesse rifiutata, ma le mie occhiate, i miei messaggi erano stati chiari, espliciti; i miei discorsi con lui, anche se stavo attenta a lasciarli su un piano teorico, ipotetico, non erano certo ambigui o ipocriti. O era scemo (e non lo era) o era omosessuale (e non lo era), oppure non poteva non aver capito. Mi balenò un’idea: che fosse impotente? No, scartai subito questa ipotesi consolatoria; e poi sapevo che aveva avuto una storia abbastanza lunga e che ora era solo. Che avesse paura proprio delle mie offerte? Un uomo può anche spaventarsi di fronte ad una donna che non è da cacciare, da convincere. Cazzo, quante complicazioni. Possibile che non sia possibile dire ad uno: “senti, avrei voglia di scoparti”?
Questa sera o mai più: che vada a quel paese, se no. Carino, mi piaci, va bene, sei un bel pezzo di ragazzo, va bene; ma c’è un limite all’accattonaggio Dovevo fare un ultimo tentativo, dovevo eccitarlo, con qualsiasi mezzo.
C’era lì, da un po’, quello svitato di Claudio, un feticista un po’ matto, ma buono, simpatico, vestito da cowboy o da Elvis Presley, non si capiva bene. Parlavamo, noi tre, di scemenze: prevalentemente Giorgio ed io lo prendevamo in giro per il suo dichiarato, fanatico, ma innocuo feticismo. Io avevo bevuto un po’, ma la mia volontà era assolutamente sotto controllo, pronta a condurre l’attacco finale!
Ero bella, sexy, sinuosa, quella sera. Il mio tubino stretto di velluto nero era cortissimo e, seduta sul divanetto, anch’esso di velluto, lasciava scoperte buona parte delle mie cosce ben tornite, che – dopo la nodosità delle ginocchia – diventavano polpacci affusolati e serici. Lo sapevo: chiunque avrebbe voluto una ragazza come me, quella sera.
Mi tolsi una scarpa, con la scusa che il cinturino era un po’ stretto, e cominciai a giocare al gatto ed al topo con Claudio: gli avvicinavo il mio piede al torace, lui cercava di prenderlo ed io scappavo. Cercava di guardarmi in mezzo alle gambe, ed io “ce le ho, le mutandine, sai, scemo, è inutile che guardi; e poi non porto mica quelle robe ridicole da feticista che piacciono a te…vado sul classico, almeno con le mutandine…”. Ridevamo tutti, così, per far passare la noia. Mi feci prendere il piede alla fine e, per sfidarlo, glielo avvicinai alla bocca. Tenendomi forte il piede con la mano destra, per non farselo scappare, improvvisamente, cominciò a leccarmelo, cominciando dal rosso della lacca delle unghie, fino ad arrivare al collo. Finsi di divincolarmi, ma in realtà volevo lasciarlo fare, per vedere se Giorgio si sarebbe eccitato. Era una sensazione strana, ma piacevole. Guardavo Giorgio e Claudio, alternativamente. Gli occhi di Giorgio erano fissi sulla lingua di Claudio: doveva piacergli quello che vedeva. Claudio continuava a leccare voluttuosamente. Stava salendo adesso, tenendomi il polpaccio con la destra. Lui era seduto un po’ in avanti ed io stavo con la schiena molto all’indietro, con la gamba destra verso l’ alto. Raggiunse il ginocchio e lì indugiò a lungo. Io avevo smesso di ridere e guardavo sempre di più Giorgio. Vidi, attraverso il tessuto leggero dei suoi pantaloni stretti che si era eccitato. “Eccolo qui, Mr. Indifferente... adesso ti faccio vedere io” – pensai. Claudio, nel suo ridicolo vestito, sembrava non credere a quello che gli stavo facendo fare e, visto che io non reagivo e non lo fermavo, diventava più ardito. Mi teneva la gamba, ora, con le due mani. La lingua era ormai sopra il ginocchio e le mani avanzavano cautamente sui lati delle cosce. Non potevo negare che mi stesse piacendo, non solo sentire quella lingua e quelle mani, ma anche tutta la situazione che si era creata. Che farà Giorgio? – mi chiedevo – E che faranno gli altri, intorno, che cominciavano a guardare la scena? Io continuavo a fissare Giorgio; ogni tanto socchiudevo le palpebre per fargli capire che mi piaceva. I miei occhi gli parlavano, gli dicevano: “guarda che io non lo fermerò, qualsiasi cosa farà lo lascerò fare, mi farò anche togliere le mutandine e leccare la fica, davanti a te che non l’hai voluta, davanti a tutti”. Era una minaccia non detta. Non sapevo che cosa sarebbe successo. Ero eccitata e spaventata, ma sapevo che avrei avuto il coraggio di andare avanti: non mi conosceva nessuno in quel posto, oltretutto. Le mano destra di Claudio si era insinuata sotto l’elastico dello slip ed ormai era sopra il mio gluteo sinistro; il dito medio della mano sinistra aveva raggiunto l’interno della coscia e sfiorava la sottile striscia di tessuto che racchiudeva il mio sesso. Non ero bagnata ancora, ma c’ero molto vicina. Claudio leccava come un pazzo la mia coscia, ma non aveva il coraggio di scostare quel piccolo pezzo di stoffa ricamata che lo separava dalla mia fica. Per compensare si dava un gran da fare con il mio culo, ma non poteva raggiungermi per quella via. Io emisi un leggero rantolo per far credere a Giorgio che, invece, c’era riuscito. A quel punto Giorgio si alzò, mi prese la mano e mi fece alzare. Claudio restò lì, sorpreso. Nel movimento di alzarmi il mio sesso avanzò verso le sue dita e lui ne percepì la umida morbidezza. Uscimmo rapidamente, quasi correndo dal locale; io mi voltai per fare un cenno di saluto al cowboy, ma non avevo ancora raggiunto i suoi occhi che la grande porta laccata già si stava chiudendo dietro di me. Senza dire una parola, raggiungemmo la sua automobile, mi aprì lo sportello, mi fece sedere guardandomi così esplicitamente le gambe che non potei trattenere un sorriso compiaciuto; richiuse, ed in un attimo eravamo già partiti. - Dove andiamo?” - chiesi - Al mare - - Al mare? A mezzanotte? - Non rispose, mi guardò, complice, di lato, continuando a guardare la strada. Avrei voluto tirargli giù la zip dei pantaloni, prenderglielo in bocca, scappellarglielo con la lingua e farglielo diventare duro come mai gli era successo nella vita; lo avrei spompinato per due ore, se fosse stato possibile. Cambiando marcia mi sfiorò una coscia, involontariamente: non mi mossi, ma dopo un po’, con la mano sinistra, gli presi in mano il dito medio che era appoggiato al cambio, un po’ più in alto rispetto alle altre dita. Glielo presi in mano come se fosse stato il suo cazzo e mossi la mano avanti ed indietro, per qualche secondo. Ebbe un brivido: ero certa che si stesse eccitando. - Lo avresti fatto continuare?- disse. - Non lo so. Tu che cosa pensi che avrei fatto?- - Ma…eri su di giri, mi sembra - - Quindi? - - Quindi, cosa?- - Lo avrei fatto continuare, o no? - - Non lo so, Anna, non lo so davvero: eri strana, eri...così…non saprei - - Ma a te piaceva guardare, però, vero? - - Era divertente, sì - - Anche eccitante? - Rimase un attimo in silenzio e rispose: - no, non direi eccitante, era divertente, ecco: il costume da cowboy, lui che non ce la faceva più: sì, era divertente - - E allora – impietosamente e sfacciatamente, gli chiesi – perché ti era diventato duro, se non era anche eccitante? - - Che dici, sei matta, Anna? - fece, girando il viso verso di me. - Duro, sì, duro, Giorgio, proprio come adesso – gli dissi afferrandoglielo in mano attraverso i pantaloni – oppure vuoi negare anche l’evidenza? So riconoscere un uccello duro, sai...sono maggiorenne! -
Rimasi zitta e lui, probabilmente, arrossì, ma nel buio dell’abitacolo non potei sincerarmene. Stette in silenzio anche lui, molto imbarazzato. Dovevo rompere il ghiaccio, adesso. Lo avevo messo in difficoltà, stupidamente; erano mesi che recalcitrava e non avevo saputo negarmi quella piccola vendetta. Dovevo rimediare. - Giorgio, ma tu prendi tutto sempre sul serio? Non giochi mai? - gli dissi, accarezzandolo affettuosamente sul viso. - E dai, sorridi un po’, non stiamo mica andando al patibolo! Stiamo andando a fare all’amore, no? - - Sei davvero una donna incredibile, mi spiazzi sempre - disse con un largo sorriso nel buio, prendendomi la mano. - E’ per questo che ti sei fatto pregare e corteggiare tanto, Mr. Insensibile, Mr. Insensibile Stronzettino? Non lo sai che non si resiste così a lungo ad una donna? - - Si, mi piacevi da matti, ma mi intimidivi un po’, un po’troppo - - Oh, oh, oh, senti senti! Mr. Insensibile Timidino, non “Stronzettino" allora. Vediamo se sei ancora timido…- dicendo questo mi infilai il suo dito medio in bocca e cominciai a succhiarglielo con cura, mentre strofinavo l’altra mano sul suo cazzo che premeva, teso da dentro i pantaloni. - Lui, non mi sembra timido, affatto! – risi – Il resto, dopo, Mr.Timidino -
Arrivammo nella sua casa al mare, ci sedemmo, quasi cademmo, sul divano. Lo trattenni, quando capii che stava alzandosi per prendere da bere e cominciai a baciarlo, infilandogli per prima la lingua in bocca. Un uomo non se lo aspetta mai: vuole sempre essere lui “quello che infila”. Continuammo a baciarci. Provò ad abbassarmi la spallina larga del vestito, ma era troppo stretta; allora mi mise una mano sotto il vestito, raggiunse il mio ventre; lo aiutai, con un movimento, a raggiungere il mio seno. Lì si fermò, morbidamente, per qualche secondo, prendendo il capezzolo tra il medio e l’indice della mano e stringendolo con sapienza. Si indurì subito, mi piaceva sentire la sua mano schiacciata sul seno dal vestito aderente. Poi, mi alzai sulle ginocchia e mi feci sfilare il vestito. Ero in piedi, adesso, davanti a lui, seduto sul divano. Indossavo solo le mie piccole mutandine nere. Aveva messo le mani sui miei fianchi e tentennava un po’. Ancora una volta presi io l’iniziativa. Con studiata lentezza, nella penombra, mi sfilai gli slip. Apparve, per prima, la parte superiore del pelo biondo del pube; poi feci scivolare ancora un po’ in giù le mutandine: il triangolino dorato, lucente era quasi completamente scoperto davanti ai suoi occhi immobili, quasi stregati da quella vista; poi, con un gesto deciso, le feci cadere per terra e, con un misurato movimento dei piedi, me ne liberai completamente. Ero davvero umida. Gli presi la testa tra le mani e feci appoggiare la sua bocca appena sopra il pube. Mi abbracciò, restando seduto, e guardandomi, dal basso, negli occhi, socchiuse i suoi, con un respiro profondo. Mi sedetti sul divano, reclinai la schiena e misi le gambe sulle sue spalle, divaricate; con un gesto dolce, ma deciso avvicinai la sua bocca alla mia fica e gliela premetti sulle labbra, aprendole completamente e mi abbandonai per saziarlo e per saziarmi.
Avevo sognato quel momento fin da quando lo avevo conosciuto: farsi leccare il sesso; la cosa più dolce che una donna possa ricevere, dopo un bacio sulla bocca.
Ogni volta che incontravo un uomo che mi piaceva un po’, pensavo: “me la farei leccare da lui?”. Era ormai un test con me stessa: se la risposta era affermativa, allora quell’uomo mi piaceva davvero. Per un uomo è diverso: loro se lo farebbero succhiare da chiunque. Una donna pretende di più, invece.
Me la stava leccando davvero bene. Avevo voglia di essere un po’ porcella: quella storia del cowboy, in fondo, mi aveva eccitata e mi aveva completamente disinibito. Mi ero infilata il dito medio dentro e giocavo con me e la sua lingua. Gli dissi che volevo anche il suo dito dentro, e così ci trovammo in tre: il mio dito, il suo e la sua lingua. Tenevo le gambe oscenamente divaricate, oltre il necessario: era come per sfogarmi di quei mesi di attesa; ero ingorda di lui. Chiudevo gli occhi e immaginavo di essere guardata da tanti uomini contemporaneamente.
Adesso lo volevo, dentro, tutto. Spinsi dolcemente via il suo viso e la sua mano; gli infilai il mio dito bagnato in bocca e lo feci sdraiare per terra. Mi misi di fianco a lui, su un fianco. Feci girare anche lui, così da trovarmelo dietro. Allungando dietro la mia mano destra, glielo presi in mano e glielo feci indurire ancora di più, poi lo appoggiai sul solco dei glutei, sfregandolo. Lo sentii durissimo che scivolava inarcato. Lo afferrai ancora con la mano, me lo misi fra le gambe, lo appoggiai bene alla fica e con un movimento continuo e inesorabile me lo feci scivolare dentro tutto. Mi riempiva completamente, lo sentivo come una spada, fino alla pancia, in fondo. Non mi importava più di niente, gridavo, quasi, senza pudore. La mia gamba destra era distesa sul tappeto, e la sinistra piegata. Sarebbe stato bello da guardare in uno specchio. Giorgio mi teneva stretta con il braccio sinistro e mi toccava i seni; io con la mano sinistra mi masturbavo il clitoride e di tanto in tanto mi infilavo il medio e l’indice dentro, rubando spazio al suo cazzo che si strofinava anche sulle mie dita. Era potente, davvero potente. Doveva avermi desiderato tanto anche lui. La sua bocca era vicino al mio orecchio sinistro e cominciava a sussurrarmi oscenità. Mi piaceva sentirle e gli rispondevo anch’io, in una gara a chi era più porco e spudorato. Mi misi lentamente a pancia in giù, cercando di non farlo uscire, ma non ci riuscii. Ero sdraiata; alzai un po’ il sedere, per invitarlo a continuare e lo sentii dentro, profondamente, di nuovo. Dava dei colpi regolari, forti; le palle sbattevano sul dietro della cosce. Poi lo tirò fuori e tenendoselo in mano, fece strofinare ripetutamente la punta tra l’ano e la fica, come se non sapesse decidersi. Lo sentivo bagnatissimo. Spinse dolcemente sull’ano, io spostai ancora un po’ il sedere in su e lui cominciò a prendermi da dietro, infilandolo sempre un po’ di più, finché si fece strada fino in fondo. Ero completamente piena di lui: come se il suo cazzo fosse grande come tutta me stessa e mi stesse penetrando ovunque. Mi masturbavo sempre più velocemente, volevo godere, ma volevo anche che non finisse mai. Me lo rimise nella fica e quando il mio orgasmo partì, da lontano, lui cominciò a muoversi più velocemente, si aggrappò alle mie anche, scuotendole con forza, mi ritrovai quasi inginocchiata e sentii tre sborrate dentro di me e le ultime due fuori, in mezzo ai glutei, che scivolavano in giù. Una sensazione di caldo mi pervase fino al cervello, finché non ci ritrovammo uno sull’altra, uno dietro l’altra, spossati.
Ci risvegliammo nel letto, la mattina dopo. Evidentemente, senza rendercene conto, la sera prima eravamo andati a dormire. Fu bello svegliarsi insieme. Il nostro saluto fu un sorriso sereno, libero dalle tensioni dei mesi precedenti. Eravamo nudi, non lavati dalla sera prima, sotto il lenzuolo bianco. Entrambi allungammo le mani verso il sesso dell’altro, per dargli il buongiorno: fu una carezza reciproca, quasi innocente.
Andammo in bagno e ci mettemmo insieme sotto la doccia. Cominciai io, come al solito, per prima. Gli insaponai il bel torace tonico. Avrei avuto voglia di baciargli i capezzoli, ma non volevo fargli avere un’erezione...non ancora. Portai le mani sul suo ventre, sfiorai il pube e lo insaponai a lungo. Sotto il pube pendeva quel bel cazzo che mi aveva fatto godere così tanto qualche ora prima. Ero bello da guardare mentre dondolava al ritmo dei movimenti della mia mano. Era tonico, come il suo torace. Qualche goccia di schiuma scendeva dal pube, arrivava fin sulla punta e poi cadeva per terra. Avevo gli occhi fissi su di lui. Mi insaponai bene le mani, premetti il mio seno sul suo petto, dove appoggiai il mio viso, poi mi allontanai un po’ e mi inginocchiai. Appoggiai i palmi delle mani sull’interno delle sue cosce e salii, fino a toccare le palle; con le mani insaponate le spinsi verso l’alto, ci passai sopra lentamente, guardandole ed infine, con le mani unite, gli accarezzai il cazzo, premendolo sul suo ventre e restando ferma per un po’, nascondendolo tutto sotto le mani. Lo sentivo ingrandirsi rapidamente finché le mani non poterono più contenerlo. Lo lasciai libero di svettare verso l’alto, ma lo tenevo sempre con le due mani, appoggiato alla sua pancia, con il glande in alto. Lo inondai di bagno schiuma, rovesciandoglielo sopra dalla punta e cominciai a lavarlo meticolosamente: le palle, ad una ad una, ben sotto; con le mani alternativamente andavo dietro a raggiungere il suo ano ed insinuandomi con il dito medio, in mezzo al solco dei glutei. Quando facevo così, il suo cazzo libero della mie mani saltava verso l’alto, da quanto era duro. Poi cominciai ad occuparmi di quell’asta che stava di fronte ai miei occhi. Dopo averlo di nuovo innaffiato di bagno schiuma, lo afferrai con entrambe le mani e cominciai a muoverle avanti ed indietro. Le mani scivolavano con facilità, aiutate da quel sapone, e glielo riempivano di schiuma. Doveva piacergli molto, perché Giorgio ansimava ed il suo sesso era gonfio e durissimo. Feci in modo che si liberasse dalla schiuma, glielo appoggiai al ventre e ci passai sopra la lingua, dal basso in alto. Quando raggiunsi la punta, incrociai lo sguardo di Giorgio. Fu un incentivo per me. Cominciai a leccarlo in su ed in giù, poi me lo misi tra le labbra, piegando leggermente il viso. La mia bocca, muovendosi, lo teneva premuto sul ventre. Mi fermai sul prepuzio e lo succhiai con avidità. Era stupenda la sensazione di quel cazzo tra le labbra, di Giorgio che mi guardava e dell’acqua che scivolava sulla mia faccia. Ansimavo anch’io e cominciai anche a masturbarmi con una mano piena di schiuma. L’altra mano, la sinistra, stringeva forte adesso il suo sesso. Ne misi la punta sulle labbra, portai anche quella mano ad unirsi all’altra per toccarmi meglio, e con un movimento deciso me lo affondai in gola, premendo forte. Forse era la prima volta che me lo mettevo così in fondo, come avevo visto in qualche film. Per un attimo mi sembrava di soffocare, ma resistevo e poi lo lasciavo uscire. Questo modo di farlo mi procurava grande piacere ed una salivazione nuova, abbondantissima. Gli chiesi di chiudere l’acqua proprio per mantenere la mia saliva sul suo sesso. Adesso, quando lo facevo uscire, la mia saliva restava attaccata al suo cazzo ed alla mia bocca e sentivo che lui mi stava guardando eccitatissimo. Non ce la facevo più. Ancora una, due, tre, quattro spinte forti ed il primo schizzo di sborra raggiunse la mia gola mentre non ce l’avevo completamente in bocca: subito me lo infilai dentro per sentire tutti i getti caldi e densi. Quando finirono, e ci volle un po’, avevo la bocca piena; la aprii leggermente, sempre tenendoglielo in bocca e risalendo lentamente verso la punta: vidi la sborra colare giù lungo il suo cazzo fino alle palle. Con le mani la spalmai su tutto il suo sesso, lo guardai bene e strisciando il mio corpo sul suo mi rimisi in piedi, in attesa della mia ricompensa.
Ci asciugammo e mi portò verso il letto. Mi disse di sdraiarmi a pancia in giù, con gli occhi chiusi e di aspettarlo.
Mi rilassai, su quel letto dove avevamo solo dormito. L’essere completamente nuda e con gli occhi chiusi mi piaceva, mi dava un senso di attesa, promettente. Era bello immaginare che lui, magari, fosse lì a pochi metri e magari mi stesse guardando per eccitarsi ancora: piegai impercettibilmente una gamba, per creare un po’ di spazio, per consentirgli di guardare meglio o di fare quello che voleva.
L’attesa non fu lunga: sentii il peso del suo corpo che si era seduto vicino a me, sulla sponda del letto e la pelle delle sue anche sfiorare i miei fianchi.
Che cosa farà adesso? Mi stavo bagnando, avevo una voglia matta di lasciarmi andare ai suoi desideri, qualunque essi fossero.
Sentii un filo di liquido fresco bagnarmi i polpacci, le cosce ed i glutei e la sua mano che lo spalmava: mi stava massaggiando. Adesso era dietro di me; le sue ginocchia erano ai lati dei miei piedi e le sue mani, forti e dolcissime, pieni di olio, mi accarezzavano le gambe con un tocco intenso. Andavano su, dai polpacci fino alle cosce, esternamente e si fermavano intorno alla vita, oppure indugiavano solo fino ai fianchi, senza regole: era difficile prevederlo. Quando mi massaggiava l’interno delle gambe, invece, rallentava sulle cosce ed in alto ruotava gli indici lentamente e li abbassava fino a sfiorarmi le labbra della fica, pianissimo; certe volte, con crudeltà, vi insinuava dentro un dito, accarezzandomi l’interno di un labbro, per toglierlo subito. Passò ai glutei. Le mani erano molto bagnate di olio, ma anche di me. Io non potevo non ansimare ed il mio respiro si faceva sempre più veloce. Entrambe quelle mani, alternativamente, si infilavano nel solco dei glutei, li stringevano, li allargavano ed allora immaginavo subito i suoi occhi fissi in mezzo a loro. Improvvisamente sentii la sua lingua al posto delle mani, il suo naso e tutto il suo viso che affondava in mezzo alle gambe ed ai glutei; ma fu solo per qualche secondo perché, subito dopo, i palmi delle sue mani erano appoggiati alla mia schiena. Non se ne occupò per molto, passò al collo che mi baciò a lungo. Ogni tanto la punta del suo cazzo mi sfiorava appena i glutei. Mi girò, io tenni sempre gli occhi chiusi: mi stava portando in paradiso. Si inginocchiò dietro il mio viso, e cominciò a massaggiarlo: la fronte, gli occhi, tenendovi sopra, per qualche attimo, la punta degli indici (dove aveva imparato?). La mia testa era appoggiata in mezzo alle sue gambe e sentivo, di tanto in tanto, il suo sesso sulla nuca. Scendeva dalle spalle ai seni, con un movimento circolare intorno ai capezzoli, per poi prenderli dolcemente e contemporaneamente, tra il pollice ed il medio. Poi si allungava completamente sopra di me, da dietro, per raggiungere il mio ventre. Facendo questo movimento il suo sesso appoggiava sulla mia spalla e vi strofinava sopra. Non ce l’ aveva duro, ma era bello e caldo e sentirlo su quella parte del mio corpo era insolito e dimostrava che avevamo raggiunto una grande fratellanza erotica. Le due mani contemporaneamente mi masturbavano i lati esterni delle labbra e quando risalivano stringevano teneramente il clitoride dandomi un brivido irresistibile. Ogni tanto allontanava le mani da lì per massaggiare l’interno delle cosce, andando fino in fondo, fin dove poteva arrivare. Mi stava massaggiando sopra il pube quando non ce la feci più. Si accorse dai miei gemiti che l’orgasmo era iniziato, inaspettatamente ed improvvisamente, senza bisogno delle sue mani. Si allungò e mi prese la fica in bocca, tenendo ferma ed aperta la bocca per accogliere le mie pulsioni. Sentii il suo cazzo sul viso e glielo presi in bocca, tutto, quasi molle com’era, afferrandogli le palle con le mani per non farle appoggiare sul naso. Mi stavo ancora dibattendo per il mio orgasmo che lo sentii diventare duro nella bocca. Lo levai dalla bocca e lo guardavo da sotto, da una prospettiva inusuale. Bello, bellissimo. Lo afferrai con la mano destra e cominciai a masturbarlo stringendolo forte. Poi mi cosparsi la mano di olio e continuai velocemente e facendo ampi movimenti, in modo che la sua cappella fosse completamente coperta, in un senso, e completamente scoperta nell’altro. Era strano avere un uomo a cavalcioni sopra di me e toccarlo con quella energia. Quando capii che stava per godere, abbassai la mano per dirigere gli schizzi che sarebbero arrivati, sul mio seno. Sbagliai un po’ mira, perché il primo fiotto caldo fu per il mio mento. Scivolò sul collo mentre il secondo lo raggiungeva. Gli altri furono per i miei seni. Anche se era il suo secondo orgasmo, la sborra era abbondantissima: segno che lo avevo proprio eccitato per bene.
Crollò di lato, spossato e restammo in quella posizione del 69 a lungo, lui con il viso appoggiato alla mia coscia ed io con il suo sesso che colava ancora un po’ sulla mia guancia.
Dopo un po’ ci sedemmo sul letto, accesi una sigaretta e gli dissi: - allora Mr. Insensibile Porcellino, come va? -
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