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L'incontro fortunato
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Titolo:
L'incontro fortunato |
Autore:
Collezionista |
Contatto:
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Racconto
n° 3529 |
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Le gambe mi fanno male. Mi fanno sempre male dopo tre ore di volo e non è colpa mia se la seduta è corta e le mie gambe sono lunghe. Se poi questo cafone che ho davanti portasse il sedile in posizione diritta ogni tanto! Fortuna che abbiamo attraversato una perturbazione e il comandante ha acceso il segnale di allacciare le cinture e di riportare il sedile in posizione eretta. Fortuna, ma il cafone è cafone sempre ed infatti ha protestato con la hostess che è passata per accertarsi che l’avviso, ma con il tono dolce dell’ordine, venisse eseguito. Ha protestato, ma la hostess è stata irremovibile e, con grazia, gliel’ha rialzato. Gran bella hostess. Ho viaggiato spesso in aereo, con diverse compagnie sia di charter che di linea e poche volte, ma veramente poche volte mi è capitata a bordo una simile hostess. Giovane, venticinque o ventotto anni al massimo, alta come me, quindi almeno un metro e ottanta, fisico da indossatrice, occhi e viso truccati con cura: uno spettacolo. …e profumata, profumata come un desiderio esploso nei calzoni e non ancora soddisfatto. La scia che lasciava era persistente e solo l’impianto di climatizzazione riusciva a disintegrare con la sua scarsa considerazione dei sogni di noi maschietti. Nelle nostre retine rimaneva la traccia delle sue gambe in movimento, gambe lunghe e affusolate che nemmeno le scarpe con il tacco robusto riuscivano a distorcere. La gran porzione di gambe che uscivano dalla divisa era un attentato alla nostra vista e il profumo… il profumo esaltava il suo incedere e ne sottolineava l’andatura. Da dove veniva quel profumo di femmina? Dal suo corpo o da quelle gambe in movimento così aggraziato? O da sotto il vestito, là dove il collant coprente color bronzo accarezzava l’interno delle sue cosce affusolate? Avevo aspirato il suo profumo ogni volta che era passata lungo la corsia centrale, l'avevo fatto prima che lo facesse qualcun altro, godendo dentro di me di tanta femminilità. Purtroppo il cafone era quello davanti a me e non quello dall’altra parte della corsia, magari leggermente oltre me… così che il suo chinarsi per premere il pulsante sulla poltrona per riportargli il sedile eretto, mi avrebbe dato la possibilità di osservare un altro pezzo di coscia profumata: ero già eretto e con la mia cintura ben stretta sul desiderio pulsante! Invece il cafone era davanti e ho solo potuto osservare, da posizione effettivamente privilegiata, il suo bacino piegarsi per un attimo, tenendo le gambe ben tese, per poi rialzarsi e proseguire nel suo controllo. Quell’attimo, quel piegamento del tronco sul bacino aveva irrigidito ancor di più il mio desiderio. Le sue gambe così vicine alla mia mano appoggiata già da prima sul bracciolo, erano una tentazione. Con un occhio avevo guardato il suo flettersi professionale, mentre l’altro scrutava il tendersi del collant su quelle gambe che sentivo, sì, sentivo proprio, profumate. Era accaduto però almeno un’ora fa. Da allora la perturbazione era scivolata via sotto le ali dell’aereo, ali che non bisogna mai osservare in quelle circostanze. Sembrano tremare mentre fendono i banchi di nubi e, sotto i piedi, si avverte un antipatico grattare di metallo contro… come se improvvisamente una catena di montagne, un pianoro diciamo, fosse comparso a un’altitudine imprevista e non segnalata dalle mappe. Le nubi sono dense e il cilindro che costituisce l’aereo diventa una cassa di risonanza davvero potente. Si rimane con il fiato sospeso in attesa del botto, quel botto che inevitabilmente deve esserci dopo aver strusciato il ventre di metallo sul duro pianoro imprevisto. Invece è solo un attimo, ma quell’attimo rimane impresso per molto tempo. Mi fanno male le gambe e quindi mi alzo, mi alzo per andare in bagno. Bello viaggiare da solo, se si è fortunati si riesce a rimanere soli anche a sedere, godendo della vicinanza di un posto vuoto, che ha sempre l’accortezza di non parlare, di non addormentarsi addosso a te e che contiene tutto quello che vuoi avere a portata di mano senza continuare ad alzarti per prenderlo dalla cappelliera. Rimetto in pseudo ordine il mio posto, gettandogli addosso la coperta sintetica che ci è stata distribuita poco dopo il decollo. Era stata proprio la meravigliosa hostess a consegnarmela, sigillata nel cellophane per far credere che era stata lavata e sterilizzata: quanto avrei desiderato che fosse stata la sua compagna di volo per un’intera notte! Mi sarei avvolto nel suo profumo e me ne sarei stato buono buono a dormire sogni di estremo erotismo, stando ben attendo a non macchiarmi i pantaloni! Esco e, come sempre, devo evitare di sbattere la testa contro la cappelliera che riduce lo spazio verticale a chi è seduto vicino al finestrino. Mi ritrovo nella corsia d’improvviso, fermandomi prima di riprendere l’equilibrio e dando un’occhiata alla vicina toilette. La meravigliosa hostess viene verso di me, è vicinissima. Non sta spingendo il carrello delle vivande o delle bibite… non sta distribuendo il caffè o il tè… ha in mano un paio di collant nuovi, ancora nella confezione sigillata. Mi fermo. La porta della toilette si apre e un passeggero esce. Sono in grande vantaggio, ma mi blocco e le sue gambe lunghe la portano velocemente nel suo interno. La porta si richiude e io sono fuori, con un allungo delle mie lunghe gambe. L’altra toilette è chiusa anch’essa. Cosa faccio se si apre? A rigor di logica ci devo entrare… una signora prende posto davanti a essa. Sono salvo. L’altra toilette si apre, giro inavvertitamente la testa e incrocio lo sguardo con la persona in attesa fuori. Ammicco con nobiltà concedendole il passo: non è la toilette che mi interessa. La porta scorrevole si apre e lei emerge. I nostri occhi sono sullo stesso piano e si incrociano. Sono indifferenti, molto professionali, ma io penso che si saprebbero accendere di passione. Chissà quali desideri nutrono le sue nottate, le sue traversate sopra il mondo indifferente a lei e al suo profumo così penetrante. Entro e mi richiudo la porta alle mie spalle. Sono dentro di lei, dentro al suo aroma femminile, alla sua calda zona umida. La toilette è minuscola e lei l’ha, come me, riempita quasi completamente. Annuso, annuso velocemente, cercando di battere nuovamente sul tempo l’aria climatizzata, sterilizzata e anonima. Mi inebrio di quell’aroma femminile. I pantaloni cadono ai miei piedi, raccogliendosi in manette di stoffa larghe, vincolandomi ma senza stringermi. Il boxer di maglia scivola con più fatica sulle mie gambe, ma raggiunge anch’esso le caviglie. L’eccitazione è piena e lo specchio me la rimanda sfrontatamente. Apro il piccolo cestino al suo fianco e cerco con la mano quel tessuto segoso.. ecco, è tra le mie dita. Estraggo. Il piede del collant esce con la punta allungata dalle mie dita, producendo in un allungo sensuale tutta la gamba setificata. Lo porto al mio naso e ne assorbo l’aroma di piede femminile, di femmina profumata. Anche il collant ha il profumo di lei. Forse usa una crema per il corpo dello stesso aroma del profumo che si spruzza addosso con nessuna parsimonia. Forse la crema se la spalma in lenti movimenti, non circolari, ma lunghi, a percorrere tutto il corpo, tutta la gamba, prima di ritornare indietro, pronta a ricominciare. Immagino che usi molta crema, lasciando che le mani scivolino facilmente per molto, molto tempo, prima di ritrovare la pelle asciutta per averla assorbita completamente. Immagino le gambe lucide dalla crema profumata, morbide ancor più al tatto, che leggero userei su di esse. Il mio naso è ancora preda del vuoto piede, mentre l’altra mano accarezza la vuota gamba per trasferirsi alla mia asta di carne incandescente. Il desiderio circola liquido dentro esso, ma non è ancora il tempo. Tiro leggermente il collant. La gamba si tende, allungandosi. Lascio il mio desiderio verticale e infilo la mano nel cestino, liberando tutto il collant, portandolo fuori. Tengo quelle gambe setose raccolte nelle mani aperte, poi me le porto al viso. Profumo di donna, di collant usati, di piedi femminili che hanno camminato, si sono strusciati nell’interno delle scarpe di pelle, lungo le gambe accavallate e chiuse per non mostrare l’interno umido dell’inguine odoroso. Profumano e ne sono inebriato. Porto le mani sul mio desiderio, lo massaggio avvolgendolo nel tessuto femminile, sento liquefarsi l’orgasmo ormai pronto a concretizzarsi… mi fermo. Prendo il collant e lo allungo, riportandolo alla sua forma originale, diventando un paio di gambe vuote, ma che porta con se il ricordo di colei che le aveva riempite. Riparto la mia indagine odorosa, ripartendo dai piedi, da tutte e due, uniti, vicini, immaginandoli su di me, sul mio desiderio che aveva già conosciuto una simile estasi di godimento. Il tessuto pesante, almeno 30 denari, color bronzo, elastico, sicuramente riposante per le sue lunghe e preziose gambe, si dispone facilmente sul mio viso, scivolando come una carezza sognata. L’odore è intenso, caratteristico. Sa di femmina pulita, attenta all’igene, che suda quel tanto da dare ai suoi indumenti intimi il tocco eccitante di se stessa, del cuoi delle sue scarpe, del tessuto del suo collant. Risalgo. Percorro la gamba e ne il profumo diventa lieve, il profumo del sudore di lei, per essere sostituito dall’inebriante aroma della crema che ha accarezzato la pelle, massaggiandola, delle gambe. Il profumo del tessuto sintetico è comunque forte: anche le gambe hanno si sono accaldate durante le lunghe passeggiate per la carlinga dell’aereo. Infilo il viso tra le due vuote gambe e mi lascio accarezzare dal loro scorrere verso il basso, loro, e verso l’alto, il mio viso. Vorrei leccarle, ma non voglio aggiungere i miei umori ai suoi, seppur leggeri. Arrivo all’inguine. E’ un collant tuttonudo, con il piccolo tassello di cotone che si posiziona sulla vagina umida. Annuso, da fuori. I piedi vuoti sono sul mio desiderio di carne. Con una mano li avvolgo sul glande teso, prossimo a venire. Massaggio, lentamente, percorrendo l’asta lentamente, mentre… Non portava intimo la meravigliosa hostess. Forse per non lasciar trasparire l’elastico dello slip attraverso la divisa per lei aderente o, qualora avesse portato un perizoma, per non eccitare i maschietti come me presenti in cabina. Così facendo la curva del suo sedere risultava liscia e senza interruzioni sotto la divisa blu chiaro della compagnia aerea. Anche dall’esterno del tassello sento il profumo intenso della vagina di lei, lo sento ancora caldo del recente contatto. Lascio l’asta e, con tutte e due le mani, apro il corpino del collant. Il tassello porta ancora le tracce umide della vagina. Una macchia scura, chiaramente asciutta, ma sopra di essa una più chiara, densa e ancora umida… lattiginosa. Allungo la lingua e ne tasto la consistenza. E’ filamentosa e ancora tiepida. Ritraggo la punta della lingua e vedo, riflesso nello specchio, un filamento allungarsi dal tassello inguinale fino alla lingua. Lo spezzo, portandola all’interno delle labbra. Liquido femminile. Annuso e, riportando i vuoti piedi al glande pronto a esplodere, lecco avidamente quelle tracce di desiderio. Vengo anch’io. Sento il tessuto inumidirsi del calore del mio sperma. Non mi fermo, continuo a massaggiare, per non interrompere il pulsare dell’orgasmo ormai troppo rimandato. Il sapore del liquido di lei assomiglia a altri sapori leccati avidamente direttamente dalle labbra morbide e frementi di altre vagine godenti, inginocchiato tra le loro cosce, avviluppato dai loro piedi chi si strusciavano sulla mia schiena o mentre una loro gamba si infilava tra le mie di cosce per strofinarsi sul mio desiderio. Lecco, annuso e godo. Apro un occhio e mi osservo nello specchio: mi amo. Aggiungo altro tessuto attorno al glande ancora pulsante, aggiungo altro tessuto asciutto che presto si inumidisce. Rovescio il corpino del collant sull’asta ancora rigida, avvolgendolo e contenendo tutto quanto il tessuto, e termino di godere. Indugio, lentamente, con le ultime carezze, stringendo con forza il glande per far uscire tutto il liquido seminale contenuto. Pulso ancora, ma l’orgasmo è terminato. Il profumo di lei è ancora presente nella toilette fresca. Non ho sudato, nonostante la forte emozione che ho potuto far esplodere, quindi non ci sarà traccia della mia presenza, ma solo della sua. Il collant è una massa informe sul mio desiderio che si sta afflosciando. Raccolgo le ultimissime gocce con la parte di tessuto ancora asciutta e poi me lo porto nuovamente al viso. Adesso c’è anche il mio di profumo su quel tessuto segoso, ma il suo è ancora il più forte. Ad occhi chiusi prendo il piccolo sacchetto trasparente e vi metto quel capo da sogno. Mi rivesto. Sulla mensola non c’è più traccia della sua presenza, non ho aperto gli occhi mentre lo rimettevo nel piccolo cestino. Faccio scorrere lo sciacquone, come giustificazione. Nessuno fuori ad aspettare il proprio turno: quanto sarò stato dentro? Cinque minuti? Dieci? Quindici? Che importa. Sento una gran pace all’inguine e nelle narici ho ancora il profumo di lei e la morbidezza del suo collant. Il cafone è ancora con il sedile reclinato… chi se ne frega, reclinerò anche il mio e mi farò un pisolino, ricordando tutto… ma proprio tutto. Lei. E’ appena entrata dopo si me, è ritornata dopo di me nella toilette. Perché? Mi siedo, non devo temere nulla. Chiudo gli occhi e ricomincia il ricordo: il piede setoso che esce dal cestino, tirato dalla mia mano. Quella gamba allungata color bronzo, lucida nella luce della stanzetta. Il profumo del sudore che ha eccitato il mio desiderio, il sapore del suo inguine sul cotone sottile tre le cosce del collant, la morbidezza sul glande, il pulsare improvviso e abbondante su quanto da lei gettato via… il suo profumo, persistente. - Signore?! – Apro gli occhi. E’ lei. E’ china su di me, che sono sempre seduto nel posto vicino al finestrino, lontano dalla corsia… ma per il suo lungo corpo sempre alla sua portata. Ha in mano un bicchiere d’acqua. Me lo porge. - Aveva chiesto dell’acqua, se non sbaglio – Non l’avevo chiesta, perché rifiutarla. - Bisogna bere molto in aereo. Non sembra, ma si perdono molti liquidi – Il suo sguardo è trasparente, non ammicca, non sottintende e non è nemmeno acceso di pensieri: mi trapassa. Allungo la mano per prenderlo, ma lo vedo ritrarre. Lei si raddrizza e arcua leggermente il corpo nella mia direzione. Il suo inguine teso si avvicina leggermente alla mia mano. Il profumo, di lei e del suo corpo, lo avverto fortissimo. Dietro di lei passa un’altra hostess. E’ carina anche questa. Più matura, forse di due o tre anni. Mora. Forme più rotonde, di petto come di fianchi. Regge anche lei una confezione nuova di collant. Lo stesso modello, ma sicuramente di una taglia inferiore. - Mi assento un attimo – dice alla mia, sì, mia ormai, splendida hostess e muove leggermente la busta sigillata, indicando l’altro capo del corridoio. - Vai pure, qui ci penso io – le risponde Non mi guarda, allontanandosi. Io sì. Nemmeno di lei si intravvede il segno dello slip, il sedere rotondo e invitante risulta liscio allo sguardo e il mio sguardo vi scivola lentamente addosso. Le gambe tendono l’orlo inferiore della divisa, marcandolo ancor di più e dando alla camminata un’intensità autoritaria. Immagino, non posso farne a meno, le cosce che si strusciano ricoperte dal tessuto bronzeo, si strusciano e spremono calore e aromi che vengono trattenuti dal nylon. La mia hostess è nuovamente chinata verso di me, il bicchiere teso. - Se può ancora… dopo… le porto altra acqua – Bevo e mi alzo. I nostri occhi si incrociano, sono alla stessa altezza. Il suo profumo è meraviglioso. Mi avvio verso il fondo dell’aereo, il desiderio che si gonfia già nel pantalone.
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