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Festa gitana
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Titolo: Festa gitana
Autore: Neerea
Contatto:
Racconto n° 3534
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Cavalli scalpitanti nel tramonto avvampato d’Andalusia.
Chitarre e tamburi: è festa grande al campo.
Uomini e donne incrociano sguardi di desiderio nel ritmo del flamenco e le mani si sfiorano appena.
Sfavilla un fuoco e brandelli di carne di montone si mettono ad ardere su tozzi di brace, odore acre e fumo che si disperde per l’aria. E bicchieri di rame, stracolmi di un vino pungente, passano di mano in mano; la notte s’insinua nell’ultima luce del giorno.
Solo quel falò strappa al buio il suo velo, ed è allora un cerchio che risucchia i corpi non appena entrano nella circonferenza incandescente.
Si balla, si suona, si grida.
Poi si tace.
Incedere maestoso, il suo, occhi profondi e capelli di un nero cupo. “La Regina” la chiamano e compirà il rito, atavico per i Gitani, venuti dal nulla e al nulla destinati.
Porta una benda sugli occhi e addenta carne sanguinolenta e da una caraffa s’annaffia la gola di vino.
Una chitarra intona una melodia, altre se ne aggiungono, lei si porta al centro, battito di piedi, battito di mani, gocce di sudore le scivolano per le gambe robuste e il seno si gonfia, balla con foga, striscia nella polvere, rotola, si rialza, mani robuste percuotono i tamburi, le chitarre s’alternano, i Gitani fanno festa.
Ancora carne, ancora vino, e la notte respira di tutti gli odori, fermenti vivi, fermenti di afrodisiaca risacca, odori di piante esotiche mescolati a quello di corpi che si avvolgono senza paura: è un’orgia che entra dentro senza chiedere permesso.
Ha un fremito “La Regina”.
I suoni si appiattiscono nel silenzio rumoroso della notte.
Deve scegliere.
Cerca, annusa, si sporge sulla finestra dell’abisso, una nenia viene a galla da chissà quali profondità inesplorate.
S’ode solo il brusio della brezza che solca l’erba.
A due passi da me pare incerta, prosegue nella perlustrazione, torna indietro, mi sfiora e poi ancora mi oltrepassa. È già distante, e si distende come a volersi concedere una pausa, si slaccia la tunica, si sbenda e mi penetra con i suoi occhi enormi.
Barcollo. Mai mi era capitato di fissare un corpo tanto perfetto nella sua lacunosa imperfezione. Una copia di una statua, ecco chi mi chiamava dal fondo di un sogno; la nenia si trasforma in supplica, in un lamento doloroso.
Le sono accanto, mi fa segno di avvicinarmi, all’orecchio mi sussurra parole incomprensibili ma pesanti di dolcezza. Mi strappa la camicia e accarezza il seno, implorante è la mano che lo cinge, implorante è lo sguardo che si posa sul mio ventre.
Il sangue non si arresta, scorre per le vene, le infiamma, un tamburo rompe l’oscurità, una chitarra ci accompagna lungo un percorso cosparso di voglie infrante.
La mia bocca s’incolla al suo capezzolo e lo stritola, i suoi sono lamenti affidati alla mia pelle in fiamme.
Gambe che s’intersecano, lingue che si consumano, amplessi che esplodono in terra di Spagna, unghie che striano la carne di rosso, polvere che in una clessidra misura i secondi di un abbraccio rubato al fiume della vita.
Le prime luci squarciano la notte, e “La Regina” deposita una moneta nel solco dei seni e mi fa intendere che è un talismano gitano e che è un simbolo prezioso. Un sorriso prima di abbandonare il campo. Le tende s’arrotolano e i Gitani sono in viaggio. Oltre le colline c’è il Portogallo, e lì che sono diretti.
Non chiedetemi il perché, non saprei dirvelo e non saprei dirvi neanche se la storia è vera o falsa.
Io sono solo un cantastorie.