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Barbara
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Titolo: Barbara
Autore: Delice
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Racconto n° 3547
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Conoscerla fu un caso.
Un incidente d’auto di poco conto.
Civilmente discutemmo della dinamica e delle colpe di ciascuno di noi. Ci scambiammo il numero di cellulare per raccordarci sulle denuncie da fare.

Due giorni dopo ci incontrammo nella sua assicurazione per definire tutto. Un incontro molto formale, oserei dire più freddo della sera dell’incidente. Sbrigate le pratiche ci salutammo con una stretta di mano e un suo sguardo intenso nei miei occhi.

Alcuni giorni dopo ero ancora a pensare a lei, allo sguardo intenso dell’ultima volta. Era come se quegli occhi mi colpissero più ora che prima. Un effetto ritardato che si insinuava lentamente ma inesorabilmente.
Non era molto bella, ma emanava un certo fascino che si faceva strada lentamente tra i miei pensieri. Cercavo di capire se mi aveva colpito come donna. Non l’ho capito.

L’indomani, mentre ripercorrevo per caso la stessa strada dell’incidente, mi ritrovai a cercarla in ogni angolo della piazza, in ogni auto in transito o parcheggiata. Cominciai ad avere la sensazione che ci fosse in lei qualcosa di intrigante, di fascinoso. Di lei non conoscevo nulla tranne nome e cognome, oltre che il suo numero di cellulare. Già… il suo cellulare.
Dovevo capire cos'era questa ossessione. In un attimo decisi di chiamarla.

- Buongiorno, sono Marco, si ricorda di me? –
- Buongiorno Marco, certo che mi ricordo… come potrei non ricordarlo? -
- Vorrei farmi perdonare per l’accaduto… Le va di andare a cena una di queste sere? –
- Certo che lei è un bel tipo sa? Prima mi scassa mezza macchina e ora mi invita pure a cena. –
- Allora è un sì o un no? –
- Ok… si va a cena e paga chi ha torto giusto? –
- Che paghi io è una conditio sine qua non –
- Allora alle 8 stasera. –
- Ok, alle 8 –

Stavo andando all’appuntamento più per capire cosa c’era in lei che mi colpiva, che s’insinuava in me come un tarlo, piuttosto che per provarci.

Arrivai al ristorante dieci minuti prima delle 8. Lei stava parcheggiando in quel momento.

- Salve, possiamo darci del tu…? Io mi chiamo Marco –
- Io Barbara –

Ci accomodammo ad un tavolo in disparte. Durante la cena discutemmo dei fatti del giorno, di noi, del nostro lavoro. Scoprii che era sposata e che il marito era sempre fuori per lavoro. Che aveva 41 anni. Non bella, ma affascinante. Un corpo tonico. Modi raffinati. Minuta. Viso da brava bambina. Sguardo intenso e profondo. Mi fissava per pochi secondi, ma era uno sguardo totale. In quei pochi secondi mi scrutava dentro. Mi spogliava. Mi possedeva. Era carico di libidine, di passione.
Ecco cosa c’era nel suo sguardo che mi colpiva, che si era insinuato con effetto ritardato e che mi portava a pensarla. Ora avevo capito. Era uno sguardo da predatore. Da femmina in calore. Sembrava volerti azzannare da un momento all’altro. Era lo sguardo di una leonessa.

Da quel momento la guardai sotto un’altra veste. Mi resi conto che era una Donna. Piacente. Sensuale. Cominciai a scrutarla con un altro occhio. Le guardavo il collo, la zona dove si attacca l’orecchio, dove i suoi capelli biondi diventavano dei peli talmente sottili da essere quasi invisibili. Una zona da dove avrei iniziato a leccarla e baciarla. Già. Era proprio così. Mi scoprii a guardarla e a fantasticare su di lei. Mentre lei parlava io continuavo a scoprire la sua femminilità. Mi ero soffermato a guardarle le protuberanze dei seni, dovevano essere tra la seconda e la terza misura. Mentre lei parlava io mi vedevo con la bocca sulle sue tette. Li stavo gustando.

- Ma tu non mi stai ascoltando… Marco? A cosa pensi? –
- Scusa scusa Barbara -

Che figuraccia. Ero diventato tutto rosso. Presi coscienza della mia erezione. Un’eccitazione dolorante. Mi resi conto di desiderarla. Fortemente. Un impulso violento. Animalesco.
Lei sembrava aver decifrato i miei pensieri. Il suo sguardo ora era di soddisfazione. La sua bocca esprimeva quasi un ghigno di compiacimento. Continuò lo stesso a parlare, mentre io la vedevo già sotto le mie grinfie. La stavo scopando. Con la mia immaginazione. La stavo possedendo. Fui interrotto da un suo sguardo interrogativo. Non stava più parlando. Mi guardava e basta. In silenzio. Mi sentì come un bambino sorpreso con le mani nella marmellata.

- Marco non fantasticare su di me, io sono vera e per giunta qui davanti a te – mi disse sottovoce.

La mia eccitazione era talmente forte che la mia verga e le mie palle sembravano stritolarsi nelle mutande.
Non mi curai più di essere gentile, educato. Non ero più un uomo con il proprio self control. Mi sentii un animale.

- Barbara decidi tu, da me o a casa tua? – le dissi senza rendermi conto di quello che stavo facendo o dicendo.

Mi guardò per un tempo lunghissimo senza dire una parola. Fissamente. In modo quasi austero.
Poi, passatasi la lingua tra le labbra, mi disse in un fil di voce:

- A casa mia, ma… -
- Ma? –
- Attento, non è un gioco per te questo… -

Non ebbi il tempo di riflettere su quest’ultima frase perché lei si era già alzata per andare.
Fuori dal locale le presi il viso tra le mani e la baciai con passione, ficcandole la lingua fino in gola. In macchina Barbara mi saltò addosso con violenza. La sua lingua come un serpente mi penetrava la bocca, mentre con una mano saggiava la consistenza del mio sesso. Lo strinse forte mugolando di piacere.
Non so come arrivammo a casa sua. Chiusa la porta Barbara si era trasformata in un animale da combattimento. Mi sono trovato con i pantaloni abbassati e il sesso fuori. Barbara in ginocchio tra le mie gambe. Accarezzava il mio sesso in tutta la sua lunghezza, compreso le palle, poi, fulmineamente, lo prese in bocca. Tutto. La sua bocca era vellutata, calda, avvolgente. Saliva e scendeva sulla mia asta con le labbra serrate, fino in punta. Sentivo solo le sue labbra coprire e scoprire il mio glande. Le tempie mi pulsavano forte.
La presi di colpo e la portai sul divano con il bacino in alto. Alzarle la gonna e strapparle le mutandine fu meno di un secondo. Affondai il mio cazzo nella figa con violenza. Lei sussultò ed emise un urlo. Affondai in una figa stracolma di umori. Il suo urlo mi eccitò come un animale.
Non ebbi un briciolo di delicatezza. La scopavo furiosamente. Mi tenevo con le mani aggrappate alle sue spalle e affondavo come un pazzo dentro di lei. Sentivo i colpi del mio bacino contro il suo. Violenti. Venimmo insieme. L’orgasmo non ci placò. Barbara era irriconoscibile. Mi fece sdraiare sul divano e cominciò a cavalcarmi rabbiosamente finché un altro orgasmo non esplose dentro di noi.

- Marco te l’ho detto che non è un gioco per te…- e detto questo mi prese il cazzo in bocca.
- Sei una dolce furia – le dissi.
- Mio marito dice che sono una leonessa –

Ero di nuovo pronto. Avevo voglia di scardinare questa donna minuta. L’eccitazione mi dava alla testa. Le aprii le gambe con forza e cominciai a leccarla. Leccavo e la penetravo con la lingua. L’odore della sua figa, dei suoi umori misti ai miei fungevano da stimolanti per la mia eccitazione. La stavo penetrando di nuovo quando lei mi disse con voce roca

- Prendimi il culo Marco –

La montai senza ritegno. La sentivo gridare, ma non capii una parola. Ero alla mia terza performance nel giro di poco tempo e cominciavo ad accusare la stanchezza. Ma non mi fermavo. Continuavo a martellare quel suo piccolo culo. Lei, appoggiata alla spalliera del divano, faceva leva sulle braccia per venirmi incontro con il bacino. I colpi erano molto violenti. Godevo da pazzi, ma non venivo. Lei continuava a dire che stava venendo. Era vero. Lo sentivo dalle vibrazioni del suo corpo. Non so per quanto tempo continuammo a scopare così. Lei alla pecorina e io che martellavo il suo culetto. Dopo un tempo lunghissimo io ero stremato, ed anche lei.

- Marco, mi hai fatto godere tante volte che ho perso il conto… era da un po’ che non mi capitava -
- Tu invece mi hai distrutto… sono ancora eccitato e non riesco a venire –
- Lo vedo – mi disse
- Ora ti faccio venire io tesoro mio… -

Mi fece sdraiare per terra sul tappeto. Mi allargò le gambe e si mise in mezzo. Lo prese in mano e cominciò a masturbarmi con dolcezza. Molto piano. Lentamente. La sua mano lo stringeva con forza. Saliva e scendeva lentamente. Senza fermarsi mai. Con l’altra mano piena di umori della figa cominciò a massaggiarmi il buco del culo. Non avevo più forza. Ero percorso da brividi intensi di piacere. Piano piano mi penetrò con un dito e nel frattempo continuò a masturbarmi sempre più forte. Cominciai a venire, a godere, a vibrare. Accelerò la masturbazione con il dito dentro che mi procurava sensazioni da svenimento. Lo prese in bocca e mi finì con il più dolce ingoio.

Chi ha detto che un incidente è un danno?