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La mia prima volta
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Titolo: La mia prima volta
Autore: MadameEduarda
Contatto:
Racconto n° 3553
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Come se tutto fosse già stato previsto… come se mi fosse stato destinato.
Cos’altro era se non un desiderio di morte?
Quando camminavo sola per Venezia, la sera, con il reggicalze che faceva capolino tra lo spacco della gonna attillata... I miei stivaletti stringati evocavano un altro tempo, quando gli uomini sbiancavano scorgendo un ginocchio, così come sbiancavano ora, quando m'infilavano una mano fra le cosce e trovavano, inaspettata, la mia voluttà pronta, aperta, senza alcun velo o pudore a proteggerla.
I campielli, gli anonimi alberghi a rialto, le pensiline d’aspetto degli imbarcaderi, per innumerevoli notti hanno visto i miei amplessi muti, le mie carni trafitte, la mia angoscia innalzata ad orgasmo.
Avevo rimosso tutto. Solo ora, davanti alle tue ceneri, la stessa angoscia riaffiora. Vorrei affondare ancora fra mille mani, spire di muscoli e di sguardi, per anestetizzarmi ancora.
Li adescavo così, semplicemente passeggiando. Meglio ancora se non parlavano, se allungavano il passo e mi seguivano; il mio sguardo li sfidava ed ogni mio muscolo rispondeva al loro tocco. A volte solitari, spesso due per volta, in rare occasioni tre. Non importava che viso avessero o che età, cercavo solo mani che mi toccassero e membri che mi riempissero…
Guardavo il tuo corpo avvolto nel lenzuolo, all’obitorio. Non mi hanno lasciato sola con te. E' stato un bene. Immaginavo di mordere il tuo corpo, di sentire le tue carni sotto i denti, il sangue caldo scorrermi in gola… No, il sangue sarebbe stato già freddo, ma il sapore sarebbe stato inconfondibile.
Una sera mi sono preparata, ho indossato gli abiti di un tempo e sono uscita. Ho preso un treno – uno dei miei vecchi treni – e dopo poco più di un’ora sono scesa. Ricordavo bene tutto: è come andare in bicicletta, non si dimentica. Non ho scelto uno qualunque: ho aspettato di incontrare qualcuno che, fisicamente, ti assomigliasse. Lui avrà avuto circa 50 anni, era del posto e mi ha voluta portare a casa sua. Meglio così. Docile, l’ho seguito.
–Voglio bere – ho detto. Lui ha creduto che fosse per sciogliermi, ha sorriso malizioso, io ho risposto con ingenuità al suo sorriso. Ha aperto una bottiglia di Raboso e mi ha versato un bicchiere. L’ho scolato in fretta, poi un altro e un altro ancora. Ho bevuto la mia vita con impazienza.
Il divano era comodo, il tappeto caldo. Ad occhi chiusi, ho fatto l’amore con te per l’ultima volta. Dopo si è addormentato, contavo su questo.
C’era ancora un sorso di vino: l’ho scolato direttamente attaccandomi alla bottiglia. Lui dormiva sul grande tappeto, supino, con la testa leggermente piegata a sinistra. Gli ho appoggiato una mano sul collo: non si è svegliato. Era il momento giusto, eppure esitavo.
Mi sono alzata e mi sono guardata intorno, cercando qualcosa di forte: di fianco al televisore ho trovato una bottiglia di grappa, a metà. Me ne sono versata un bicchiere pieno. Mi bruciava la gola.
Sono tornata verso il tappeto e mi sono inginocchiata al suo fianco, guardandolo. Il respiro era irregolare, ogni tanto sussultava, ma non c’erano dubbi che dormisse.
Ho affondato i miei denti nella sua giugulare destra. Ha contratto le braccia e le mani, immagino abbia spalancato gli occhi stupito. Ha cercato di divincolarsi, mentre io succhiavo avidamente, finché ha perso le forze. Allora l’ho morso al petto strappandogli un brandello di carne, e poi un altro ancora, e un altro. Li masticavo appena, tanta era la frenesia. Ogni tanto leccavo il sangue che continuava a sgorgare copioso. Sì, il sapore era inconfondibile, anche se era la mia prima volta.