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Caffè lungo
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Titolo: Caffè lungo
Autore: Calypso
Contatto:
Racconto n° 3556
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Lungimirante.
Ero stata lungimirante.
E ora me ne compiaccio.
Aveva appena varcato la porta.
- Quanto tempo, che bello vederti. -
Il suo braccio intorno alla vita era distrattamente scivolato sui fianchi ed aveva sfiorato appena i glutei, che non nascondevano la loro nudità sotto l’esile tessuto del tubino nero, aderente al corpo come una seconda pelle.
Un gesto veloce e furtivo, tanto per confermare, se ci fossero stati dubbi, l’orientamento della serata.
Appena quel tocco per accendere di desiderio la mia pelle già calda dalla voglia delle sue mani.
- Ho indossato il vestito che avevo la prima volta che ci siamo visti, non so se hai notato. -
- L’ho visto subito. -
L’aria compiaciuta era di entrambi.
Si accomodò sul divano come se fosse la sua abitudine di sempre, come se fosse a casa.
Aveva l’aria scanzonata e disinvolta di chi voleva godere il piacere e gustare ogni sapore che la vita gli regalava.
- Ti preparo un caffè. -
Mi muovevo per la stanza fra la sala e la piccola cucina, mi accucciavo alla credenza per prendere le tazzine e poi i piattini e poi il vassoio, davanti al suo sguardo perchè sapevo di essere al centro della sua attenzione.
Alternavo un passo dopo l’altro, porgendo il vassoio accanto al divano di pelle color panna, il vestito maliziosamente saliva sulle cosce, arricciandosi un po’ sui fianchi, quasi all’altezza del pizzo delle autoreggenti, velatissime.
Dovevo ancora preparare il caffè. Ma nella gestualità e nei movimenti c’era come una danza dei preliminari, come per rimandare un piacere certo che sarebbe arrivato da lì a poco.
Preliminari inutili per chi aveva già desiderio della pelle dell’altro.
Mi accomodai accanto a lui, in attesa del caffè, ma più ancora di lui.
Lui sapeva di buono, la sua pelle era la cosa più gustosa che avessi assaporato da un po’ di tempo a questa parte.
La pelle liscia, la bocca calda e succosa, come qualcosa di dolce da assaporare e gustare.
- Ora preparo il caffè. -
Ma il divano mi impediva di muovermi.
Mentre parlava e mi raccontava quello che nel frattempo era accaduto alla sua vita io non pensavo ad altro che al momento in cui avremmo finito con le parole convenzionali e avremmo parlato con il corpo.
Osservavo la linea del suo profilo, il naso perfetto, le labbra ben disegnate e un sorriso accattivante che illuminava gli occhi scuri, grandi dalle ciglia lunghe
che non tradivano le forti origini del sud.
Avevo accavallato le gambe, piegato il ginocchio, intrecciato una gamba sull’altra con i tacchi a spillo che lo sfioravano, che sfioravano i suoi jeans all’altezza del ginocchio; mi sentivo troia e gatta calda e mentre parlava, io non lo ascoltavo, restavo ad osservare le sua labbra che desideravo ardentemente sulla mia pelle in ogni centimetro, in ogni anfratto.
Lo volevo, ma pregustavo l’attesa, i secondi, perché sapevo che mi avrebbe presa, che ci saremmo presi.
La distanza minima mi sembrava insormontabile.
- Perché sei così distante? -
- Tu lo sei, non io. -
Nessuno dei due osava toccare per primo l’altro nonostante la voglia si potesse sentire nell’aria.
Fu davvero questione di un attimo, complice un cuscino maliziosamente tirato per gioco.
D’improvviso le labbra speculari, il respiro affannato.
Sentivo le labbra morbide sulle mie in un bacio caldo, bollente, morbido, delicato.
Mi appoggiai al suo petto, le mani si cercavano affannosamente, correvano fra le pieghe dei vestiti, inutili paraventi dietro i quali cercare il pretesto di prolungare il desiderio.
Si insinuò nella mia scollatura che lasciava intravedere il seno nudo, sotto la stoffa arricciata stile impero del vestito che avevo indossato per lui. Afferrò il seno, indugiò sul capezzolo e non lo lasciò più andare, ci giocò come voleva lui, prima con le mani, poi con le labbra e ancora con la bocca fino a leccarlo e a succhiarlo quasi a volerlo possedere.
Le mani si intrecciavano, cercavano e lasciavano, prendevano e mollavano convulsamente e poi lentamente.
Gli sfilai avidamente la maglia di dosso, mi affrettai a slacciargli i pantaloni, le mani erano vogliose di possedere quel corpo, lo volevo.
Il petto glabro, un panno di velluto pregiato e morbido, feci ai suoi capezzoli quello che lui faceva ai miei, quasi gli facevo male, tanto era la perfezione del desiderio che mi faceva provare.
Il mio minuscolo perizoma si era perso fra gli umori della mia fica, restava poco all’immaginazione, allungò la mano e se ne accorse da solo.
Scostò appena le mutandine e si divertì ad impiastricciarle da quanto erano bagnate.
Gli piaceva sentire l’umido nella stoffa che si impregnava sempre più.
Lo sapevo che gli piaceva, mi avrebbe scopato con le mutande appena scostate, forse.


Gli avevo appena slacciato la cintura e i jeans.
I boxer di Dolce e Gabbana facevano festa per il momento, sembravano issare l’asta di una bandiera, con D&G ben in vista dal quale faceva capolino la cappella del suo cazzo pronta a svettare.
Lo volevo.
Volevo assaporare quel corpo, gustarne la pelle.
Si tolse i boxer da solo per mostrarmi orgoglioso la sua eccitazione, sotto il mio sguardo avido.
Mi inginocchiai davanti a lui con il vestito ormai semiscostato, il seno fuori dalla scollatura che voglioso e morbido si adagiava sul suo inguine.
Ero in ginocchio davanti al cazzo bello eretto, elegante, altezzoso carico di personalità, un po’ curvo.
Lo guardavo negli occhi mentre la mia lingua scorreva sull’asta per inghiottirne la punta, lucida, gonfia, umida.
Lo succhiavo lentamente, poi indugiavo, poi mi scostavo per poi ritornare, volevo portarlo al culmine della voglia.
Fissavo lo sguardo nei suoi occhi scuri, disegnati da un pittore fiammingo, grandi, lucidi, curiosi come quelli di un bambino al parco giochi.
Curiosi come la sua voglia impaziente di avermi.
Volevo esasperarlo e ci riuscii.
Mi afferrò le mani di scatto e mi fece sdraiare sulla schiena, sollevando il mio vestito, cercando il mio sesso.
Le sue mani forti nella mia fica rovistavano senza fermarsi, senza prestare particolare attenzione, mani ferme decise che mi penetravano come se conoscessero a perfezione quello di cui avevo bisogno.
Tanto che persino il mio sesso pulsante ne era piacevolmente colpito.
Mi sentivo liquefare.
Come se dalla mia fica sgorgasse una cascata di piacere.
Mi afferrò per i fianchi per avvicinarmi a lui, perdevo l’equilibrio ma soprattutto la ragione.
Si inginocchio al cospetto del mio anfratto caldo e iniziò a leccarmi con una lingua ancora più decisa e appuntita dritta sul clitoride e poi sulle labbra intorno e poi ancora sul clito, fino a sentire che tutte le mie labbra erano una cosa sola, un enorme organo di godimento, come se solo quello fosse stato l’unico punto vivo del mio corpo.
Da lì prendevo vita.
Ad ogni colpo della sua fantastica lingua, godevo fino ad impazzire o a rinsavire.
Mi portava fino al limite dell’orgasmo per poi lasciarmi, non ce la facevo più, era un supplizio, la mia testa rovesciata indietro reclamava il piacere, lo supplicavo di andare avanti, di non fermarsi, o di fermarsi proprio li in quella bocca aperta calda che pulsava e richiedeva attenzione.
Sentivo i suoi capelli cortissimi quasi da marines, fra le mie dita, li afferravo mentre
godevo, come lui afferrava me.
Li tiravo e godevo.
Li stringevo, lo volevo dentro, possedevo quella testa come per inglobarla nella mia fica.
Finalmente il mio corpo iniziò a vibrare e poi a tremare in spasmi di un orgasmo intenso, violento, quasi insopportabile, mentre cercavo di scappare.
Mentre lui non mollava la presa.
Aveva ribaltato la situazione.
Volevo farlo supplicare dal desiderio e lui aveva fatto supplicare me, dopo che mi aveva leccata per un’ora e mezza.
Aveva del talento il ragazzo, nonostante la giovane età.
Chi l’avrebbe mai detto che un ragazzo di quindici anni più giovane avesse del talento da vendere?
- Non dovevi farmi il caffè? -
- Già, un caffè lungo, come la notte che deve ancora arrivare. -