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La caccia
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Titolo: La caccia
Autore: Loveorder
Contatto:
Racconto n° 3583
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Il piano inferiore di una trattoria dal nome rassicurante, "Il pettirosso". Poca luce, di candele traballanti; immagini confuse come nella nebbia, da cui emergono forme indistinte di corpi e oggetti. Gli occhi si abituano all'oscurità e a poco a poco prendono forma pesanti tavoli in legno massiccio, sedie squadrate con rigidi schienali e una piccola femmina con un corpo divino; non so come faccio a dirlo, perché la poca luce viene da dietro di lei e distinguo poco più che il profilo. E' tutto ciò che vedo, c'è tutto ciò che basta. I suoi occhi brillano di luce propria, mostrano il fuoco che immagino in quel corpicino, tanto fragile a vedersi quanto desiderabile. Si muove lentamente, senza perdermi di vista, dietro uno dei tavoloni; si sposta senza sollevare i piedi da terra, facendoli strisciare delicatamente sul pavimento: un fascio di nervi tesi che mi guarda con aggressività e timore: sembra un animale selvatico abituato a cacciare che si trova ad essere cacciato. Ed è quello che mi sento di fare. Vedo anche i miei occhi, fiammeggianti, che puntano la preda: gli occhi si assottigliano, i peli della schiena e delle braccia si rizzano, i muscoli si tendono e i sensi si acuiscono; perfino le narici pulsano nel tentativo di captare anche il minimo segnale. Inizio a muovermi in quell'ambiente indistinto: non esiste nulla attorno, solo io e lei, in un gioco che avrà un solo vincitore. Un gioco di forza, di agilità, di astuzia, in cui chi sbaglia perde. Non riesco a vedere se sono vestito, né come lo sono; so solo che mi sento libero, talmente libero che quella specie di cantina, con il suo leggero odore di umidità, mi sembra la foresta, quella dove due animali come noi dovrebbero stare. Neppure di lei riesco a capire se indossa vestiti, ma non importa: ormai è chiaro che la mia preda è lei, e più resisterà più bello sarà. Mi sento come un felino che inizia a giocare con ciò che sa di avere ormai catturato; la punto: i suoi capelli lunghi scendono davanti alla spalla e di perdono indistinti nella penombra che, ormai ne sono quasi sicuro, è il suo unico vestito. Mi avvicino lentamente e lei si sposta per mantenere la distanza: è iniziata una sorta di danza tribale in cui ognuno gioca fino in fondo il proprio ruolo, sapendo che non avrà una seconda possibilità. Ci muoviamo in sincronia, cambiamo posizione ma la distanza rimane la stessa: una posizione di stallo che ci permette di studiarci. Ora la luce è di fronte a te e ti vedo in tutto il tuo splendore: avevo ragione, solo la penombra e i tuoi capelli ti proteggevano dai miei occhi. Pelle scura, seno turgido, capezzoli tesi e duri, pelle increspata; ventre piatto, inguine liscio e senza peli. Sarai mia.
Salto sul tavolo e mi avvicino di molto; si sottrai una volta, due volte, con scatti felini che però non mi impediscono, la terza volta, di sfiorarti la spalla. Ormai corriamo senza far caso ai mobili, saltando sopra i tavoli e facendo volare le sedie, che tiri dietro di te nel tentativo, vano, di rallentarmi. Ma non mi basta prenderti, sarebbe facile spingerti in un angolo e tagliarti ogni via di fuga: voglio farlo da dietro, mentre scappi; devi sentire il mio fiato sempre più vicino, il mio ansimare sul tuo collo. Ti devo prendere mentre fai quel salto verso la libertà che ormai vedono solo i tuoi occhi, che è data da quel metro di distanza che cerchi disperatamente di mantenere tra di noi. Un ultimo salto da un tavolone e ti sono addosso, afferrandoti le spalle e fermandoti in volo. Ti giri come una vipera e con le unghie mi lasci dei lunghi segni sul petto: l'ultima cosa che riesci a fare prima che io ti afferri per i polsi e rigirandoti con la schiena verso di me ti schiacci sul tavolo e ti tenga ferma con il mio corpo sopra il tuo. La tua pelle è bollente e scivolosa di sudore; passo la lingua sul tuo collo e il sapore salato mi eccita; lo rifaccio con foga mentre tu scuoti la testa e le spalle per divincolarti. Il mio pene eretto è appoggiato con forza tra le tue natiche e i tuoi movimenti spasmodici mi stanno mandando fuori di testa. Ti possederò in ogni dove, ma prima voglio godermi il contatto con la tua pelle, passare le mie dita su ogni parte del tuo corpo. Unisco i tuoi polsi e li serro tenendoli con una mano; ti faccio alzare in piedi tenendo le tue gambe premute tra me e il bordo del tavolo: ora siamo entrambi in piedi, le tue braccia bloccate dalla mia mano contro il tuo plesso, mentre con l'altra inizio ad esplorare il tuo seno, prima il destro, poi il sinistro, schiacciando e tirando i capezzoli fino a farti guaire. Poi l'appoggio sul tuo ventre a sentire la tensione dei muscoli, e scendo con decisione, infilandola con la forza tra le tue gambe. Muovo lentamente il dito, avanti e indietro, avanti e indietro, fino a che le tue labbra non iniziano a lasciarmi spazio. Mentre entro sento sul dito il calore che aumenta e, di colpo, l'umidità si trasforma in bagnato: ora il dito ora scorre liberamente, affondato nella tua carne ma ancora rispettoso, seppure per poco, della tua più profonda intimità. Con il polpastrello cerco il punto più sensibile e lo trovo, eccome se lo trovo: turgido, duro, sensibile, reattivo! Mi lascio andare ad un gioco di sfregamento, ed i tuoi ansimi in alcuni momenti diventano spasmi. Con le bracia non opponi più resistenza e i tuoi glutei si muovono ritmicamente alla ricerca di qualcosa che dia loro piacere. Allento la presa e ti lascio le braccia, ti spingo un po' avanti perché tu ti debba sostenere appoggiando le mani sul tavolo; con la mia mano, ora libera, afferro un tuo seno con energia, plasmandolo; la tua schiena inarcata, il movimento del bacino e la tua voce dicono che ho vinto, che farai resistenza solo per il mio e il tuo piacere. Infilo il dito nella tua vagina, lo ritaggo bagnato e lo appoggio prima sulle tue labbra e poi sulle mie, a sentire profumo e sapore di femmina. Ti giro con la schiena sul tavolo mettendo le mie gambe tra le tue: fingi di opporti ma già non vedi l'ora che io entri dentro di te e lo faccio lentamente, mentre tu mi fissi e apri la bocca; ti protendi verso di me come se volessi mordermi; le nostre dita sono intrecciate in una stretta spasmodica e i tuoi piedi appogiati dietro le mie cosce mi spingono in profondità, assecondando il movimento del tuo bacino e completando ciò che io avevo inziato. I corpi si muovono ritmicamente, freneticamente, sfruttando ogni centimetro di pelle sensibile; ti arrampichi su di me, le unghie lasciano sulla mia schiena il segno tangibile del tuo piacere. Ti rimetto con la schiena sul tavolo e mi chino su di te: ora sono io a lasciare segni sul tuo corpo, e sono i miei denti sui tuoi capezzoli, che stringo fino a farti urlare, prima uno e poi l'altro. Ci giriamo. Ora sei su di me e detti il ritmo. Faccio scivolare le mie mani sui tuoi glutei, tra i tuoi glutei; le mie dita iniziano a sollecitarti l'ano e la cosa ha un certo effetto su di te: sembra che non ti dispiaccia. I miei medi iniziano a farsi strada verso l'interno, delicatamente, decisamente, allargandoti sempre di più. Ho delle violentissime sensazioni che fatico a controllare: vorrei affondare con foga le mie dita, le mie mani, per aprirti. Non resisto: ti rimetto sul tavolo fermandoti le mani dietro la schiena, rivolta a me; il mio membro sembra esitare un attimo tra i tuoi glutei: non sono così cattivo e lascio cadere un po' di saliva per agevolare l'entrata. Entro, con forza, e tu gridi e mi insulti, con parole che mescolano dolore e piacere, più dolore che piacere, dolore e piacere, sempre meno dolore e sempre più piacere. Il mio piacere si fonde con il tuo mentre i nostri corpi si stofinano con foga e le nostre lingue si cercano, si toccano, si intrecciano...