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Il gatto e il topo
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Titolo: Il gatto e il topo
Autore: Loveorder
Contatto:
Racconto n° 3597
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L'altra notte in camera tua ho passato dei momenti molto belli; mi verrebbe da dire che avevamo invertito i ruoli, come se si fossero incontrate la tua parte maschile e la mia parte femminile. Mi è piaciuto starti vicino, accarezzarti, annusarti, parlare, guardarti, toccarti... diciamo che mi sentivo come un gatto, venivo a strofinarmi su di te per essere coccolato, messo a pancia in su e grattato, strofinato... Poi ad un certo punto mi era venuta voglia di tirare fuori le unghie; allora ti ho preso i polsi ed ho iniziato a fare forza, con delicatezza, per testare la tua reazione, che c'è stata: resistevi! Splendido, ho pensato, stasera ci si diverte un po' di più. E mentre iniziavo ad aumentare la forza per spingerti (sempre con delicatezza) le braccia dietro la schiena, mi sono ricordato che eravamo in una camera d'albergo, in piena notte, con vicini dormienti che probabilmente non erano ben disposti ad essere disturbati dagli inevitabili rumori e dalle grida che avevo intenzioni di farti uscire.
In quel momento mi sono trovato di fronte alla scelta di cosa fare, se seguire la ragione e rimettermi tranquillo, o seguire l'istinto e farti finalmente gridare. In quei pochi secondi davanti al bivio ho deciso: tu sai quale strada ho scelto e dove ha condotto, ora saprai quale era l'altra.
Mentre ti stringo i polsi mi guardi con aria di sfida, come se stessi pensando che la tua debole resistenza potrebbe impedirmi di proseguire: ma anch'io so giocare al gatto con il topo ed io, quella sera, mi sentivo molto gatto; tu, invece, avevi tutto l'aspetto di un morbido, delicato, dolce e saporito topolino: un bocconcino prelibato da gustare lentamente, con voluttà, morso per morso, assaggio per assaggio. Immaginavo di tenerti tra le mie zampe, facendo ciò che i felini spesso fanno con le loro prede: le leccano, ripetutamente e insistentemente, e lo avrei fatto anch'io, partendo dal basso e andando verso l'alto, come mia abitudine; mi sarei soffermato a lungo tra le tue gambe, che ti avrei aperto con la forza o, meglio, con la violenza, passando e ripassando la lingua tra le labbra che, più eccitate di me, mi facevano sentire con generosità il tuo sapore. Avrei insistito a lungo, fino al tuo orgasmo, e anche dopo, facendo in modo che le percezioni si accavallassero, che il piacere si mescolasse con l'appagamento, che la voglia di fermarsi si scontrasse con quella di continuare; assecondare il tuo desiderio di piacere ma poi andare oltre, per far subentrare quella sensazione di sfinimento che nasce dalla sovraeccitazione dei tuoi recettori, per poi lasciarti cullare nello stordimento che inevitabilmente arriva e che ti confonde le idee...
E in quello stato di torpore da pseudo ebbrezza avrei approfittato di te, della tua incapacità a resistermi a prescindere dai rapporti di forza: mi piace molto vincere la resistenza, ma mi piace ancora di più eliminarla, togliere non la voglia di resistere ma la capacità di farlo. E in quello stato ti avrei finalmente tolto il reggiseno, lentamente, fermandomi a guardare quella tua parte che è forse la più evidente ma anche la meglio custodita. Mi guardi mentre faccio questo, ed io faccio altrettanto, anzi: faccio quasi tutto senza staccare i miei occhi da te; il tuo sguardo è la mia vittoria, voglio gustarmela tutta. Sono a cavalcioni su di te, seduto morbidamente sul tuo ventre, e osservo il tuo seno, che rimane provocatoriamente ed eroticamente eretto, contro la legge di gravità e contro ogni logica, con i capezzoli che ne coronano la maestosità. Ed è a loro che adesso mi dedicherò: senza alcun preliminare ne prendo uno tra le dita e lo stringo, energicamente ma ancora con delicatezza; sento il tuo ventre contrarsi sotto i miei glutei, mentre il tuo movimento con la testa e la tua espressione fiera mi servono per capire la natura delle tue reazioni. Lascio la presa, cincischio un po' scorrendo con un dito sul tuo petto, seguendo quel percorso naturale tracciato dalla tua femminilità. Poi afferro entrambi i capezzoli tra le dita, le serro con forza e mi godo il tuo sobbalzo e l'urlo che tenti di soffocare, mentre chiudi gli occhi e trattieni in respiro, gettando indietro la testa; inarcando la schiena mi sollevi di peso, nel tentativo di liberarti dalla stretta dolorosa, ma io rincaro la dose, allentando per un attimo la presa ma subito dopo stringendo nuovamente, con forza, e tirando verso l'alto. Alterno le strette da un capezzolo all'altro, tirando verso di me, poi verso i lati, come se stessi tenendo le briglie di una cavalcatura indomita, una cavalcatura che si ribella e che sento dimenarsi sotto di me, che vedo dibattersi e soffrire. Cerchi di trattenere o almeno di soffocare i tuoi lamenti, ma ti riesce sempre più difficile farlo, e la tua voce risuona distintamente tra le pareti di quella piccola stanza, portando con sé insulti e minacce circa la tua futura, ipotetica vendetta.
Porto una mano dietro di me, facendola scorrere lungo la tua coscia, e poi affondo le mie dita nella tua vagina, grondante di piacere: è vero, il confine tra dolore e piacere, tra godimento e sofferenza, è davvero labile, forse indistinguibile.
Ma mentre mi appresto ad infliggerti qualche altra piccola sofferenza, accade ciò che temevo: la tua voce ha varcato la soglia della camera e turbato il sonno di qualcuno, che ora è dietro alla porta alla quale sta bussando per reclamare la giusta tranquillità che ci si aspetta dalla notte.
Mi alzo (ho ancora gli slip) e apro la porta facendoti da schermo in modo che tu non sia visibile. Fuori c'è un giovane uomo, di bell'aspetto, che mi dice semplicemente: "Mi dispiace disturbare, ma avrei voglia di dormire". Rifletto un attimo, poi mi scosto in modo che possa vederti e dico: "Se fossi quì avresti ancora voglia di dormire?" La sua espressione è abbastanza eloquente da non richiedere alcuna risposta: il sonno gli è già passato. Con un cenno della testa lo invito ad entrare e, dopo un attimo, chiudo la porta alle sue spalle.
Credo che le sue sensazioni in questo momento siano più o meno come le mie la prima volta che ti ho visto da vicino: tachicardia, respiro affannoso, annebbiamento della mente, regressione del quoziente intellettivo a quello di un mandrillo. E in un primo momento la sua espressione lasciava intendere esattamente questo. Per fortuna l'impasse è durata poco e il nuovo giocatore dimostra di non essere uno sprovveduto. Di certo la visione che davi di te poteva sembrare quella di un sogno: le braccia erano ancora legate dietro la schiena, ma ti consentivano di stare sul fianco sinistro, appoggiata sul gomito a sostenere il busto; la gamba destra era sovrapposta alla sinistra, ma leggermente raccolta per proteggere la tua intimità, mentre i tuoi capelli serpeggiavano tra i seni, occultandoli parzialmente; lo sguardo diceva che approvavi la mia scelta.
Lui dimostrò di avere le idee piuttosto chiare e soprattutto di essere uno che va subito al sodo: si avvicina a te, si siede sul letto, ti afferra per i capelli sulla nuca tirando indietro e costringendoti ad alzare il viso, e mentre la tua bocca si apre in un grido di dolore lui vi appoggia la sua e ci infila la lingua, profondamente; premendo con forza, i suoi denti si incastrano con i tuoi e ti impedisce di chiudere la bocca e rifiutarlo. In contemporanea afferra saldamente un tuo seno e lo stringe con energia, tirandolo e schiacciandolo alternativamente. Tenti disperatamente di divincolarti e i tuoi mugolii di dolore provocano benefiche reazioni nei nostri corpi. Mi tolgo gli slip e mi avvicino: impegnata come sei con lui, tu non puoi vedermi mentre appoggio un piede su una tua caviglia, con una mano ti afferro l'altra e ti allargo le gambe: con la mano libera ti accarezzo per un po' il clitoride e quindi infilo alcune dita nella vagina, dilatandola con un movimento ritmico e deciso. Quindi gli dico che si cambia e lui ti lascia. A questo punto ti giro a pancia in giù e ti libero le mani, che passo a lui perché ti tenga sotto controllo; quindi mi porto in fondo a te, ti allargo le natiche ed inizio a massaggiarti delicatamente l'ano, prima con un dito, poi con la lingua: è il preludio ad un atto ben più invasivo, che dopo poco eseguo. Stofinandomi su di te e leccandoti la schiena risalgo fino ad appoggiare il mio pene sul tuo sedere; le mie ginocchia sono tra le tue gambe e le uso come punto d'appoggio e di leva. Ti mordicchio la nuca e le spalle mentre tu, ansimando, ti prepari ad essere violata, cosa che avviene proprio ora; il mio atto invasivo è accompagnato da un tuo lamento mentre con una mano sotto il tuo ventre ti spingo verso di me per penetrarti più profondamente. Poi, facendo attenzione a non perderti, mi giro sulla schiena, esponendo alla vista del mio estemporaneo compagno le tue grazie e la tua inevitabile disponibilità. Sono con le natiche appoggiate sul bordo del letto e i piedi ben saldi a terra; le tue gambe, che prima sostenevo io, vengono prese in consegna da lui mentre io afferro i tuoi polsi. Lui allarga le tue gambe e le solleva verso l'alto e un attimo dopo entra dentro di te. Io muovo energicamente il bacino e lui segue il mio stesso ritmo; le mani che ti tengo bloccate verso il basso ti impediscono di risalire sotto la spinta dei nostri membri, mentre lui approfitta della posizione per giocare con i tuoi capezzoli. Piegando in avanti il capo riesco a leccarti le orecchie e le guance; tu raccogli l'invito, giri il viso verso di me e mi regali un bacio selvaggio, infinito, in cui labbra, lingua e denti di entrambi si intrecciano appassionatamente.
La doppia penetrazione rende molto stretti i tuoi orifizi e il piacere arriva in fretta per tutti, prima il tuo, poi il nostro. I corpi ora si rilassano e giacciono uno a fianco dell'altro, gustandosi la voluttà che segue l'orgasmo, quella sensazione che può essere definita come beatitudine senza desideri.