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Verde assoluto
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Titolo:
Verde assoluto |
Autore:
Luigino |
Contatto:
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Racconto
n° 3639 |
Altri
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Da un pò di tempo a questa parte si affacciava sempre più' spesso alla porta del mio ufficio, con quello sguardo spaurito, da cerbiatta timida e impacciata, quasi a disagio per il disturbo, ma il permesso preso al lavoro, i bambini che aspettavano a scuola, l'auto in divieto di sosta, erano tutti buoni motivi per chiedermi di aiutarla a non fare un'ora di fila allo sportello. Piccole cortesie che volentieri le prestavo, cosi' carina, vedova, apparentemente fragile, magra, alta, slanciata, vestita un po' troppo giovanile per i suoi evidenti 40 anni, spesso con jeans attillati a vita bassa che non nascondevano nulla delle sue forme poco appariscenti, quasi ossute, con le lunghe gambe ben tornite, nervose. L'ombelico, occhieggiante, le conferiva un aspetto alla moda, ma poco elegante e velatamente volgare. Quel lunedì il gilet di jeans che le si incrociava sui piccoli seni, lasciando scoperte la schiena, i fianchi e il ventre piatto, aveva acceso i miei sensi più' delle altre volte. La scollatura, molto profonda, mostrava due collinette appena accennate, non più grandi di una coppa di champagne, dalla pelle delicata, quasi diafana, ma sode e compatte. In piedi accanto a lei, appena si piegava in avanti aprendo la scollatura, scorgevo i suoi capezzoli ambrati, turgidi, poco pronunciati, con l'areola molto delicata, poco marcata, e non facevo nulla per distogliere lo sguardo, neanche quando, guardandomi e ricomponendosi, mi lanciava un sorriso malizioso, quasi di rimprovero per la sfacciata insistenza. C'era nei suoi gesti, nei movimenti, la consapevolezza della cupidigia dei miei sguardi; la voce era quasi roca, incrinata da una leggera emozione e i suoi occhi, più verdi e profondi del solito, mi scrutavano a fondo, con insistenza, appena distoglievo lo sguardo. Non potevo fare a meno di perdermi in quel verde assoluto, quasi un bosco di pini, e glielo dissi senza smettere di fissarla. Lo splendido sorriso che mi restituì fece cadere gli ultimi dubbi che ancora mi trattenevano dal farle avance più spinte. Nel porgerle la penna per firmare, le sfiorai con insistenza la mano: una evidente carezza, che ricambiò, restituendola. La guardavo fissa negli occhi, nel mio sguardo si leggeva la voglia senza ritegno di abbracciarla, di stringerla, di accarezzarla, di farla mia, incurante del fatto che da un momento all'altro potesse affacciarsi chiunque sulla porta della mia stanza. Quando, alzandosi e avanzando flessuosamente, si avvicinò per salutarmi fissandomi negli occhi senza distogliere lo sguardo, le dissi quanto mi piacesse e quanto la desiderassi. Mi rispose con un sussurro appena percettibile, farfugliando qualcosa di incomprensibile, quasi un lamento o meglio un rantolo per l'emozione evidente che coinvolgeva entrambi. Le mani strette, contemporaneamente, ci attirarono l'uno verso l'altro, avvicinando le nostre labbra. Un attimo di incertezza , di assurdo pudore ci allontanò, per subito farci ritrovare avvinghiati in un abbraccio quasi violento, talmente intenso che i nostri corpi, sembrava volessero fondersi, diventare un tutt'uno, in un turbine di passione, sensualità, desiderio da tanto represso. Le sue mani nervose stringevano ora le mie spalle, ora i miei fianchi, con una forza inusitata per una donna apparentemente gracile come lei, quasi volessero in un attimo conoscere e possedere il mio corpo, palparne ogni muscolo, ogni piega, saggiarne la consistenza e la vigoria. La sua lingua penetrò profondamente nella mia bocca, esplorandola in ogni affratto, ora dura e turgida, ora morbida e flessuosa, assaporando e inghiottendo con voluttà la copiosa saliva che mi sgorgagava. C'era in lei una voglia di uomo irrefrenabile, che non mi dava la possibilità di prendere l'iniziativa, tranne quella di accarezzare i suoi fianchi, le sue sode rotondità e le sue spalle. Il suo pube premeva sulla mia già violenta reazione, volendo quasi fondersi senza penetrazione, con movimenti circolari che aumentavano la mia erezione e la sua voglia di essere posseduta. Ogni suo gesto manifestava una voglia di maschio insoddisfatta da lungo tempo, quasi a riconquistare sensazioni, emozioni perdute, svanite nella forzata astinenza e nella solitudine impostale dal fato avverso. Passavo le mie mani sui suoi fianchi, sui glutei fasciati dal jeans attillato, ruvido, che non consentiva ai miei sensi di gustare quelle sensazioni che avrebbero voluto trarre dal contatto. Sentire prima la morbidezza della sua pelle e poi l'increspare dei suoi pori per l'eccitazione crescente, cogliere le prime perle della sua sudorazione profumata, che le mie nari avvertivano sempre più intensa, di femmina in calore. Allargando il gilet, sfiorai il capezzolo, che istantaneamente divenne turgido, teso, prepotente. Cominciai a torcerlo delicatamente, stringendo l'areola con i polpastrelli, con un pressione delicata ma sempre più intensa, sentendola diventare compatta e raggrinzita per il piacere del contatto. La cintura stretta a fianchi mi impedì di arrivare al centro del suo vulcano in piena eruzione, perchè tale doveva essere per la foga con cui pressava sul mio pube, riuscendo a sfiorare soltanto la sottile peluria che lo avvolgeva. La sensazione che trassi dal riuscire ad insinuare le mie dita nel suo culetto sodo e perfettamente tondo fu invece deliziosa, favorita dalla vita bassa del jeans. Il solco che partiva per raggiugere il suo paradiso era morbido e vellutato, agevole da percorrere nella sua lunghezza e la rosetta del suo ano mi fiorì sul dito medio, già umettata dagli umori che le inzuppavano l'esiguo tanga. Non scambiammo nessuna parola, ebbri di quel contatto così improvviso, consapevoli che una serie di circostanze fortuite, di combinazioni, ma anche di istinto e di sensualità ci avevano spinto, giorno dopo giorno, in quei mesi di saltuaria frequentazione, a cadere in quell'abbraccio così intenso e frenetico. Un improvviso rumore, proveniente dalla stanza di Donatella, ci spinse ad allontanarci, ancora stupiti, increduli, emozionati, con il cuore di entrambi che batteva all'impazzata, incapace di ritornare alla normalità. Sfiorando le mie labbra con un ultimo bacio, ricomponendosi, si allontanò in fretta, camminando con un fare incerto, ondeggiando sulle gambe insicure forse per i tacchi troppo alti o per l'emozione intensa ed imprevista. Non le diedi il tempo di salire in auto e la chiamai al cellulare, riuscendo finalmente a riprendere quel colloquio troncato deliziosamente di botto. La nostra conversazione fu, già da subito, a senso unico, scambiandoci in un soffio tutte le nostre sensazioni, le nostre emozioni, il desiderio di conoscere, frugare, possedere i nostri corpi, rimasto inappagato e da entrambi tenuto represso per tanto tempo. Il giorno dopo iniziò un'esperienza dolcissima, tenera e nello stesso carica di una sensuale intesa, che in breve ci portò a gustare ogni nostro intimo affratto, ogni piega della pelle, raggiungendo, esplorando i punti più sensibili di entrambi, toccando vette di piacere estremo, con orgasmi talmente appaganti da lasciarci esausti nel nostro rifugio. Ma questa è un'altra storia e spero di raccontarvela presto.
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