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Quando sale la luna
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Titolo: Quando sale la luna
Autore: Arduino Boar
Contatto:
Racconto n° 3642
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I profumi della cucina giungevano leggeri evaporando nell'aria della sera. Le due donne, sedute a tavola l’una di fronte all’altra, si ascoltavano, si osservavano. Gesti, parole, movimenti della bocca, si accompagnavano al gusto della cena, mentre le luci penetravano dolcemente l'oscurità della casa, sfiorando appena i colori caldi dei mobili di noce antica, riflettendosi nel candore della tovaglia di fiandra e nel bagliore dei cristalli, confondendosi nel labirinto del rosso dei tappeti.
Sul volto di Dorothy correvano espressioni luminose di estrema dolcezza, stemperata nel desiderio e nella curiosità che si propagavano lentamente tra i sapori della buona tavola, col suono delle parole, con le prime note lontanissime di un tango.
Poi man mano che i riti della cena si compivano e il vino rosso del Roero regalava alle parole ed agli sguardi sensazioni intense e diffuse, il tango prese vigore, divenne struggente nostalgia dell'irrepetibile e della vita sul filo del tempo che non ritorna, di immagini, di suoni che ora si piegano, ora si ribellano al destino della malìa e della seduzione. Si ribellano, forse, al destino della fine.
Mentre i corpi sazi si abbandonavano all’atmosfera di profumi e di benessere che accompagna la buona tavola, l'anima era scossa dalla pigrizia appagante dei sapori e presa nel vortice delle movenze e della musica, stretta e spremuta come un panno di lino bagnato di pianto. Lacrime pigre che non si staccano dalle palpebre ed in cui il pensiero si compiace. Lacrime del tempo che se ne va. Della vita stessa nel mare della nostalgia e dell’irripetibile verso l’immobilità.
Ed erano lacrime mentali, strappate proprio a quell’invasione assoluta dell’immobilità che permeava le membra e la ragione entrando nell’abbandono dei sensi. L'unico rimpianto permesso, l'unica nostalgia che ripeteva sentimenti, azioni e riti d'amore entrando nell’antro delle sensazioni.
Tango struggente ed irresistibile, tango dell'irrepetibile, tango amaro e dolce, fatale e violento, seducente ed ingannevole, come le pigre lacrime dei corpi sazi e l'impotenza umana di fronte all'imprendibile ed all’inarrivabile, di fronte all'infinito. Tango del desiderio. Tango della carne che il tempo trasforma e corrompe nella mutevole consunzione della materia.
La musica confondeva, mutava e ricomponeva ogni altro suono, ogni movimento delle labbra, della lingua, le vibrazioni del Roero rosso nei calici, l’ebbrezza dell'olfatto nel trattenere i mille profumi.
- C’è una luna che non ho mai visto. La vedi, Rosa?
- Sì. Davvero unica. Ogni volta che sale la luna la magia si ripete. L’animo si riempie di nuovi pensieri. E’ come se la luna portasse la buona novella.
- Se la buona novella significa desiderio, speranza, amore, beh credo che la luna sia la compagna migliore.
- Non posso, guardandola, non pensare alle fantasie di quand’ero una bimba piena di curiosità. Tu lo vedi, Dorothy, nella luna un re nel suo trono con un lungo mantello che scende ai suoi piedi?
- Io nella luna ci ho sempre visto una figura femminile materna.
- Beh, io pregavo quel re di farmi crescere, di condurmi alla scoperta della vita. Gli parlavo delle persone che avevo incontrato durante il giorno. In questo momento è come gli parlassi di te e lui ripaga i miei sentimenti con pensieri dolcemente soavi e leggeri nell'aria come la brezza che ci avvolge nella sera. Tu per lui sei una persona buona, amica.
- Rosa, sei davvero commovente. Comunica al tuo re che ti voglio bene e ringrazialo di averti conservato il candore e l’innocenza dell’infanzia.
La luna poche volte pareva essersi rivelata agli umani così luminosa e gigantesca. Carica di un rossore diffuso sembrava coricata sui tetti delle case della vicina Ferrara proteggendo gli uomini benevolmente alla fine di una giornata che per alcuni era stata di fatica e di sofferenza.
Ogni sentimento, ogni pensiero era preso nella magia di quel chiarore, dell'immane bellezza, fascino, seduzione, trasmessi agli esseri viventi attraverso la frescura della sera estiva.
Rosa osservava come con la luna rossa tutto intorno era cambiato. Il giardino emergeva dall'ombra mostrando le corolle dei fiori dormienti e le macchie scure degli alberi si empivano di foglie d’argento.
E proprio i misteri della luna rossa che aveva illuminato gli ardori ed i sapori della cena tra le due donne, si unirono alle note del tango rendendole più consapevoli, più comprese del finire di un giorno che non poteva ripetersi. Com’era irripetibile quella luna, quell’estate.
Nulla però poteva turbare la passione degli animi, la serenità dell’amicizia che pareva legare le due donne ad un evento predestinato.
Rientrarono nella stanza portando nella memoria i pensieri saldamente ancorati e spalancati sul paesaggio lunare, senza finire mai di ricreare e far rivivere i momenti sublimi che avevano condiviso. Sedettero l'una accanto all'altra su uno dei divani Luigi XVI dai tessuti chiari, posto di fronte ad un dipinto di Diana, prorompente nella nuda bellezza luminosa che si opponeva alle ombre del bosco.
E quando la musica divenne irresistibile Dorothy abbandonò la mano destra sulla gamba sinistra di Rosa. E pareva quasi casuale che il dito mignolo si fermasse a sfiorare le pieghe inguinali.
Rosa sorrise a quell'impudenza. Capì e sentì di non potersi ribellare, di non potersi muovere. Sentì svanire ogni dubbio ed incertezza e di desiderare quella mano. Quella mano che stava ferma, completamente ferma ed abbandonata, come casualmente abbandonata. Gli attimi passavano nell'indifferenza apparente dell'amica e nella sua curiosità che qualcosa accadesse, che quella mano, quelle dita scendessero più a fondo saldandosi tra i petali vaginali del fiore che ella ormai sentiva di voler offrire. Quel fiore odoroso e umido di piacere, che lei teneva chiuso tra le sue lunghe ali di gabbiano.
Ma nulla si muoveva. Le parole erano finite. Esisteva soltanto il clamore della musica che riempiva ogni spazio. Ferme quelle dita sulle pieghe della seta che aderiva alle carni morbide e odorose, mentre cresceva l'ansia ed il respiro disegnava sul ventre il movimento leggero dell'onda marina che si spegne sull'arena. Ferma Rosa, sempre più compresa di ciò che sarebbe o non sarebbe potuto accadere.
Per un attimo la musica si fermò e fu silenzio. Le parole erano finite. Poi il tango riprese con il solo suono penetrante del violino. E più cresceva d'intensità, ancor più diveniva fatalmente complice di fantasie inesplorate, di desideri inespressi, penetrando la mente, ogni pensiero, la voglia che entrava nel cervello possedendolo piano piano, irresistibilmente, totalmente. Ancor più il respiro cresceva d’intensità e di frequenza ed ancor più il movimento del ventre accentuava il richiamo nel fluire e defluire delle sete aderenti alla carne.
Rosa, ormai sempre più certa del suo desiderio, avrebbe voluto che quella mano sentisse la voglia del suo corpo, il calore delle pieghe inguinali, la voglia di essere toccata. Ma la mano dell’amica restava lì ancorata, immobile ed era divenuta pesante come un macigno incrollabile.
Era come una sfida di resistenza fra i sentimenti delle due donne. Con quella mano Dorothy aveva lanciato il suo segnale d’amore, inconsapevole se mai l’amica l’avrebbe raccolto.
Eppure ormai qualcosa doveva accadere. I sentimenti erano arrivati al culmine e la voglia era diventata irresistibile ed aveva invaso tutto il corpo. Al punto che Rosa decise di agire abbandonandosi al desiderio, spingendo il ventre in avanti, aprendo leggermente le lunghe ali di gabbiano in un goffo tentativo di volare nel piacere e di coinvolgere nel movimento quelle dita che la sfioravano.
Nulla. Le parole erano finite. Il tempo sembrava essersi fermato. Dorothy pareva in un'altra dimensione, forse camminava nei sentieri d’irrepetibili nostalgie e di rare atmosfere sensuali, senza conoscere dove come e quando quei sentieri l'avrebbero condotta ad accogliere e fondere con le sue le sensazioni di Rosa, totalmente presa dalla volontà di un contatto.
No, Rosa non poteva sbagliarsi come non poteva buttarsi così fra le braccia dell'amica. Le pulsazioni crescevano, il suo ventre si alzava e si abbassava nel respiro, divenuto affannoso, come un mantice, come le onde del mare che si rincorrevano sull’arenile. Le sete si sciolsero offrendo l’immagine delle carni vive e odorose. Tutto il corpo era teso nel desiderio e, spingendosi ancora più avanti sul divano, Rosa scivolò per terra aprendo le gambe contro quelle di lei, abbandonandosi alla follia di un orgasmo dolcissimo, che era già iniziato nella sua mente, come non era mai avvenuto.
Allora avvertì le mani di Dorothy scioglierle lentamente i capelli, lentamente sfiorarle con i polpastrelli delle dita il collo. Attirare i suoi capelli alla bocca e baciarli. Sentì il suo respiro caldo avvicinarsi al suo respiro. Sentì le sue labbra sfiorarle lentamente le spalle il collo e salire alla sua fronte, cercare le sue labbra. I due volti femminili si trovarono l’uno di fronte all’altro. Erano diventati pallidi, del pallore sensuale che precede il contatto.
Lo sguardo dell’una si rifletteva nello sguardo dell’altra. Sentì le mani di Dorothy con implacabile lentezza liberare le vesti dai bottoni, accarezzarle i seni, stringere i capezzoli, toccare il ventre, togliere ancor più lentamente le vesti, lentamente fino all’esasperazione ogni indumento, renderla nuda. Lentamente come per prepararla ad un rito.
Tutto, mentre si consumava la beatitudine di quell'orgasmo dolcissimo, infinito, lento ed implacabile. Mentre lei si sentiva fragile, libera dai limiti della materia. Leggera, penetrabile, violabile.
Lento ed implacabile ancora il violino suonava. Ma era come lontano, come arrivasse da fuori le mura della casa, forse dai ricordi, fuori del tempo. La musica erano quelle mani che ora premevano con forza sui petali vaginali. Erano le sue mani che accarezzavano il volto biondo di Dorothy, mentre le baciava i seni, mentre le sfiorava il ventre, mentre improvvisamente era tra le sue gambe, aperte come ali di gabbiano in volo, ed osservava quel fiore dischiuso, illuminato dalla debole luce dell'intima atmosfera, che vagamente nelle curve interiori delle piccole labbra richiamava il disegno di una candida bifora sottile, immersa nell’oscurità, che incrociava al centro il punto più sensibile e magico della femminilità.
Mai Dorothy aveva colto la perfezione di quel disegno, mai la sua fantasia aveva subito un richiamo così profondo alle immagini della storia e dell'anima dell'arte. Quel disegno netto, di un candore appena roseo, spalancato nelle ombre della notte, aperto agli orizzonti della vita e dell'universo ed ai riti del piacere.
A volte si era interrogata sulle forme ed i modi espressivi della sensualità degli architetti ed aveva immaginato quelle piccole bifore antiche e candide nell’impianto immane e scuro di castelli e chiese come gli occhi dell’anima che si aprono sulla sensualità del mondo oltre le mura. Il segno della spiritualità, dell'essenza femminile che si apre al mondo sensoriale e della riproduzione. Oppure quelle chiese barocche in cima alle colline, dalle grandi absidi accoglienti, le apparivano come donne prosperose distese che si aprono agli incantesimi dell'universo. Il segno di una sensualità più matura, materica, capace di scoprire il senso agreste terreno del piacere, quasi che la natura - in tutte le sue manifestazioni, forme, espressioni e modi, esseri vegetali ed animali – concorra all’unico fine della congiunzione.
Quelle profondità femminili così delicatamente disegnate, integre e piene, appena illuminate di rosa, che si mostravano come se il tempo non fosse passato, lasciando la carne senza segni di consunzione. Dorothy le penetrò con la sua bocca. Continuò senza staccarsi, finché sentì Rosa gridare l’immensità del suo piacere. Finché le ali di gabbiano si chiusero come una morsa sul suo volto. Finché senti le lacrime scendere dal suo viso spinto alla commozione. Una commozione forte, interiore, colma di piacere, palpabile, materica. Continuò a percorrere i segreti percorsi del piacere della carne. La sua lingua era morbida, di una morbidezza tutta e soltanto femminile. Penetrò a lungo nella bifora preziosa toccando il punto magico d'incontro delle curve interiori.
Continuò a ripetere le vie gaudiose una, cento e più volte, finché Rosa ogni volta, passando dalla dolce beatitudine alla frenesia del piacere, ebbe respiro e non parve esausta. Finchè il violino non ebbe più note da suonare, finchè la notte avvolse uniti nel silenzio del piacere i nudi corpi amanti.


Dorothy, affermata artista tedesca, quarantenne affascinante, innamorata di Ferrara, del Duomo e dell’arte degli Estensi, restò alla Barchessa ancora alcuni giorni prima di tornare in Germania per una mostra. Per Rosa, soltanto la promessa di un arrivederci.
Di Ferrara e dell'impronta immortale che il genio degli artisti avevano lasciato, Rosa conosceva e sapeva raccontare storia, misteri, segreti, magie ed atmosfere.
Ma più che dalla voglia, scambio di conoscenze e fascino dei luoghi, Dorothy era stata attratta dalla straordinarietà di Rosa, dal velo di malinconia di quegli occhi intensi che ad ogni suono ed espressione si illuminavano, quasi aprendo alle suggestioni il mondo interiore e lasciandole penetrare nella sfera della spiritualità così affine al verbo dell'arte.
Forse neppure Rosa era consapevole del fascino che esercitava il suo silenzio, il suo tacere per ascoltare il suono delle parole che giungevano come vibrazioni musicali nello specchio della sua anima. Il silenzio per accogliere e godere le immagini della natura e dell’arte. C’era sempre un limite all’esplorazione interiore, a capire fino in fondo il grado di sensibilità e di percezione del contatto e della comunicazione.
E come in un campo aperto gli animi si erano aperti ai lidi infiniti del pensiero per un incontro che sembrava predestinato, anche se Rosa non voleva rendersi conto che l’incontro con Dorothy fosse da sempre stato nei suoi desideri. Preferiva pensare alla casualità. Come casuale sarebbe stata la voglia d’abbandono che l’aveva presa. Al momento voleva credere che fosse così. La curiosità di una prima volta, improvvisa e senza un disegno.
Ciò di cui era certa era la gran voglia d'amicizia che correva nelle sue vene e nella mente per Dorothy. Un'attenzione condivisa che le volle insieme alla Barchessa. La ricca dimora nella campagna ferrarese di Anna, ricavata da un palazzo abbandonato del primo Ottocento, mantenuto per un secolo come granaio.
Rosa ne aveva fatto la sua casa ridisegnando gli spazi originari e salvando alcuni affreschi di notevole interesse. Era una casa di gran respiro architettonico, capace di trasmettere le sensazioni e la leggenda di grandi storie d’amore che in quelle stanze si sarebbero consumate.
Amori a volte rubati. Incontri tra ragazze arrivate alla casa padronale per lavori stagionali ed ammaliate dall’intraprendenza, dai modi eleganti e dalla galanteria del “giovin signore”.

Rosa non voleva ancora chiedersi se quell’incontro con l’affascinante artista tedesca avrebbe cambiato davvero la sua vita o sarebbe stato soltanto un episodio isolato, destinato ad un’amicizia sia pure profonda e particolare. Un interrogativo che la sua mente rifiutava, ma che i suoi sentimenti le richiamavano continuamente: Dorothy era divenuta il pensiero dominante della sua vita, quello che comunemente ti sveglia al mattino e riaccompagna al momento di addormentarti.
I giorni intanto passavano, Dorothy ormai aveva sicuramente finito la sua mostra in Germania e non l’aveva ancora chiamata. “Forse - pensava Rosa – aspetta che sia io a chiamarla o forse non sono poi tanto importante per lei”.
Rosa avvertiva ancora una divisione interiore dall’amica ed aveva quasi il timore che l’invito a trovarsi in Germania arrivasse in questa fase d’incertezza. Forse non si sentiva pronta ad operare razionalmente una scelta di quel tipo e non aveva ancora superato lo stordimento interiore che le aveva reato l’incontro con una donna, con quella donna così particolare, un’artista che solo il destino poteva aver calato fra le sue braccia. Al momento, di primo impulso, preferiva pensare che fosse soltanto un’avventura. Un grande incontro, una grand’amicizia, ma soltanto un’avventura che il passare del tempo avrebbe collocato nella giusta dimensione.
La soluzione stava proprio nello stabilire quale fosse la giusta dimensione, perché non erano i suoi sentimenti per Dorothy a calare d’intensità, ma era proprio la latente paura, non confessata nemmeno a se stessa, di non poterla rivedere che la metteva a disagio. Dorothy era sempre in cima ai suoi pensieri. Quando si svegliava era già dentro la sua mente. Quando anche solo per un attimo si fermava per guardarsi dentro, lei erà lì. La sua immagine era nell’aria che respirava. Le sorrideva con quella sua aria sicura, determinata. Non traspariva in lei alcuna fretta per una decisione prematura. Quando soltanto pensava all’amore Dorothy entrava in lei suscitando quelle sottili vibrazioni invasive che la conducevano ai primi freschi amori.
Più i giorni passavano più capiva che s’ingannava a pensare che l’incontro alla Barchessa fosse casuale. Più capiva che era stato un evento straordinario segnato nella sua vita e nel suo destino e ciò la turbava profondamente e la costringeva a cercare una decisione, una via d’uscita alle mille sensazioni che la invadevano ed a quel tremore che entrava nella mente e nei pensieri e lentamente diventava dominante.
Coglieva in Dorothy la dimensione di una bellezza che incontrava per la prima volta. Era come se dallo sguardo profondo di un azzurro intenso, di cui non riusciva mai a percepirne i limiti espressivi - sempre mutevoli, sempre indefiniti - a volte lontano, a volte penetrante come lama d’acciaio, potesse leggere il mistero originario della donna, della femminilità, del piacere che si ripete trasmesso di generazione in generazione.
Lo sguardo, il volto di Dorothy che nella penombra si arricchiva di chiaroscuri espressivi indefinibili, era l’immagine che emergeva dall’origine dei tempi di una bellezza che attraversa i millenni, che ha in sé tutti i significati della vita e del tramandarsi nella continuità dell’avventura umana, quasi che una persona possa rappresentare la scienza, la saggezza e l’esperienza delle generazioni passate.
La bellezza che diventava seduzione, malìa, specchio dell’animo femminile antico e nuovo in cui leggere il proprio mistero.
Bellezza primordiale, arcaica ed insieme sublimamente moderna.
Forse Dorothy era semplicemente lo specchio in cui Rosa si rifletteva con tutta la sua complessità. Con le sue attese, speranze, riflessioni sul mondo, sul destino degli uomini, sul trascorrere del tempo. Sulla vita e sulla morte. Quando si fermava, esaltando il suo animo di speranza, ad osservare il nuovo giorno. Quando inesorabilmente scendeva la sera ed il suo animo era preso da profonda malinconia per l’inevitabile trascorrere del tempo e della vita. Quando cercava la luna che saliva lenta all’orizzonte ed in quell’apparente immobilità cercava il senso di un presente che si lascia cogliere, che diventa tuo, indimenticabilmente tuo per sempre. Memoria e storia della tua esistenza.
Dorothy era lo specchio della sua intimità, della sua intelligenza, del suo pensare, della sua malinconia.
Questa sensazione le faceva quasi paura. Era come se in Dorothy avesse amato se stessa, come se per amare avesse bisogno di contemplare la profondità del suo animo, misurare i suoi sentimenti nella dimensione speculare di un’altra donna.
A differenza del rapporto maschile, con Dorothy sentiva di aver ricevuto una gioia infinita senza il bisogno di essere posseduta e dominata dalla forza brutale del maschio. Non aveva dovuto fare concessioni ma tutto era avvenuto prima nella sua mente ed il piacere fisico era stato pari al gaudio della sua anima.
Ora avvertiva che prima di chiamarla doveva fare chiarezza in se stessa, capire se il piacere di stare con un’altra donna escludesse in lei il desiderio di un uomo.
In realtà era solo un pretesto per prendere tempo. Non avvertiva alcun bisogno di sperimentare. L’incontro con Dorothy le aveva fatto conoscere una dimensione del piacere che nessun uomo poteva darle. I tre anni trascorsi con il marito Piero erano abbastanza significativi.
Con lui aveva provato delle emozioni vere, degli slanci profondi con effusioni ai limiti del possibile ed il gaudio di appartenersi era stato totale, totalmente coinvolgente. Si chiedeva però se quegli slanci, quelle effusioni, quegli orgasmi pieni non fossero più il frutto del suo desiderio e della sua immaginazione, che del potere e del contatto maschile.
Con i mesi che passavano Piero aveva cominciato a diminuire la frequenza dei rapporti e non faceva nulla per evitare di stare fuori casa per lavoro tutta la settimana. Forse si era anche trovata l’amante, come tanti stronzi frustrati e fottuti mariti.
Il pensiero di essere sostituita negli affetti da un’amante non aveva fatto sorgere in lei sentimenti di gelosia, ma soltanto un senso di pietà nei confronti di un maschio incapace di amare. Una freddezza che la induceva a rifiutarsi quando scorgeva in lui una voglia più forte ed a cercarlo quando lo vedeva stanco, distratto o svogliato. Quasi volesse metterlo alla prova, sfidarlo sul piano della sessualità, vederlo impotente od arrivare penosamente alla fine di un rapporto.
Le veniva alla mente l’ultima volta che era stata con lui. I corpi nudi nel letto disfatto. I contorcimenti e l’abbandono ad un orgasmo che inizia e non finisce. Lui che si alza, sparisce sotto la doccia e si veste. La freddezza che cala intorno creando un vuoto di separazione, d’isolamento, di silenzio e solitudine. “E’ la fine”, si disse.
Ed in quel vuoto lui usciva dalla stanza come dalla sua vita. “La noia – si era detta – è questa la noia”. Poi era scivolata pigramente giù dal letto presa dal nuovo sentimento. La noia. Ed era entrata nell’acqua calda della vasca per togliersi di dosso le scorie di un amore senza senso e quella polvere di solitudine che oscuravano la mente.
Aveva avvertito l’acqua come una carezza sulla pelle e sulle carni intorpidite e spente. L’idromassaggio aumentava la sua forza, la frustava dentro, risvegliando in lei la voglia di un piacere che, alla fine dell’amore con Piero toccandogli distrattamente quell’uccello morto tra le cosce, aveva dimenticato
“Alla fine dell’amore. Alla fine dell’amore - si ripeteva - come si può provare noia? Che ne sarà di un rapporto come questo fra dieci anni? Meglio lasciar perdere e finire qui”
Meglio un’autarchica solitudine in luogo della noia e dell’indifferenza.
Si era abbandonata infine al cullare dell’acqua annullando ogni resistenza alle carezze che scivolavano rapide sulla pelle, intrecciandosi nelle dita dei piedi e delle mani, nelle pieghe inguinali. Annullando ogni resistenza al piacere che si risvegliava nella memoria.
Si sentiva leggera, sollevata, l’acqua la piegava ora su un lato ora su l’altro. E con la leggerezza del corpo, anche la mente perdeva consistenza ed entrava nel regno della fantasia. I pensieri diventavano desideri, bisogno di invadere i campi indefiniti del piacere. Il bisogno di toccarsi.
Il palmo delle mani e le dita si accompagnavano allo scorrere dell’acqua sulla pelle quasi a conoscere un corpo sconosciuto. Un corpo che per la prima volta le rivelava direttamente, senza dover pensare a qualcuno, la fragilità e la penetrabilità della carne di fronte alla voglia dura ed irresistibile del desiderio che la dominava e la faceva sua.
Le dita si erano fermate, ancorate tra le pieghe vaginali. Si sentiva sospesa, la mente vuota, i battiti del cuore e le pulsioni vulvari che aumentavano, il ventre che si abbassava e si alzava nel respiro ora trattenuto, ora accelerato, ora profondo come le oscurità marine, sollevando l’acqua che sbordava dalla vasca. Levando infine le gambe lunghe in alto ed aprendole come ali di gabbiano. E volava nel cielo del piacere. Finalmente sazia.
Quando uscì dalla sala del bagno, si sentì una persona nuova, in una nuova dimensione della vita. Nel salotto Piero stava guardando la tv. Non avrebbe più avuto bisogno di lui e del suo corpo per uno stimolo al piacere, il compimento di un desiderio.
Pensò a certi momenti del passato, persino alle follie dell’abbandono. Tutto ora le appariva dimensionato. La misura della mente del maschio, la profondità del suo pensiero, chiaramente trovavano un paragone con i centimetri del pene. Perché in definitiva è in quei centimetri che si esprime l’orgoglio maschile. Sono quei centimetri che lo realizzano, che gli accendono il sorriso. Sono quei centimetri che determinano anche i ruoli sociali. Chi dei due deve stare sotto.
Lo è stato per millenni e non sono bastate le rivendicazioni degli ultimi cinquant’anni.
Rosa però non ragionava in termini di maggioranza, di movimento o solidarietà femminile. Viveva all’inizio del terzo millennio ed avvertiva dentro di voler vivere questa vita, la sua vita, senza dover aspettare che il maschio ed il mondo cambiassero.
La sua individualità, la sua personalità, il suo corpo, la sua anima, non potevano aspettare. Non ci sarebbe stata una seconda Rosa. Doveva agire, operare, cercare la sua felicità.
Dopo la penetrazione maschile rimaneva il vuoto, se non soltanto ed ancora la voglia di ripetere, di continuare la ricerca di un piacere che si manifestava soprattutto nell’abbandono alla materia. La degradazione dell’amore, il bisogno di scendere più in basso nei gradini ai limiti della violenza e della sopraffazione fisica maschile, bruciando e cancellando ogni sentimento del volersi bene, ogni possibilità di costruire le basi di un amore che si saldasse in un pensiero illuminato.
Dopo la soddisfazione fisica, che certo l’aveva coinvolta, dopo le illusioni, restava terra bruciata. Nessun sentimento se non il senso profondamente amaro di desolazione della solitudine e la sofferenza dell’attesa per un altro incontro dalle forte emozioni che riempisse il vuoto lasciato dal precedente.
La parola sesso aveva preso il posto di amore, anche perché quando s’incomincia a quindici anni c’è poco tempo per costruire.
Non era stata una sua scelta far l’amore a quindici anni. Era stata costretta da un violento bastardo. Un ragazzo che conosceva dalle elementari, con cui un tempo aveva giocato e sorriso.
Proprio per questo, per l’affetto che provava per un amico d’infanzia, per una persona che poteva avere coltivato i suoi stessi sentimenti e che un tempo aveva saputo sorriderle, non l’aveva denunciato.
E forse proprio l’amicizia di un tempo aveva abbassato le sue difese e spianato la via a quel figlio di puttana, diventando l’oggetto delle sue voglie. Più facile con lei piuttosto che con altre.
Era un ragazzo dall’aspetto carico di seduzione. Una bellezza per certi aspetti commovente per il contrasto di uno sguardo duro e tagliente, di ghiaccio, incapace di esprimere sentimenti di bontà e di gioia, in un volto, invece, dal tratto angelico e dai lineamenti apollinei e seducenti.
Un volto da cui era scomparso il sorriso ed in cui traspariva un’aspra lotta interiore contro una profonda tristezza. Lo stato d’animo di chi ha distrutto dentro di sé i valori morali e sociali dell’amicizia e del gruppo ed ha ridotto la ragione a seguire le regole dell’istinto per sopravvivere ai margini della convivenza con gli altri.
E di questa realtà drogata, dove è difficile distinguere il bene dal male, ciò che bisogna fare da ciò che non bisogna, un giorno anche Rosa ne pagò le spese.
Lui l’aveva incontrata alla fine dell’ora di ginnastica e le aveva lanciato il suo sguardo beffardo e sprezzante che aveva avuto l’effetto della pietra nello stagno. Se l’era trovato di fronte mentre si attardava a rimettere la tuta da ginnastica nella borsa. Le sue compagne erano già sulla porta. Forse avrebbe potuto gridare, ma non lo fece.
Restò immobilizzata da quel ragazzo che aveva la sua stessa età, che era davanti a lei con la forza e la seduzione di un adulto. Un compagno di scuola, con cui forse si erano rotti i legami, ma con il quale era cresciuta dal primo giorno di scuola, anno scolastico dopo anno. Un compagno di scuola di tanti anni insieme. Per un momento pensò non fosse vero, quasi si trattasse di una scena vista al cinema in cui altri erano i protagonisti. Pensò anche che forse l’avrebbe fatto ragionare.
Appena fu il silenzio nella palestra, capì che l’avrebbe presa, che non avrebbe potuto fare nulla per fermarlo. Lui le si avvicinò lentamente, come un mastino fisso sulla preda. Lei era immobile, di pietra. Le mise una mano sul collo tra i capelli. Incominciò a baciarla sul collo. In quel momento forse avrebbe voluto fuggire, ma le sue gambe non si muovevano ed ormai sarebbe stato troppo tardi e vano ogni tentativo di resistenza. Lui la guardò nuovamente negli occhi. Uno sguardo brutalmente acceso e determinato, da bastardo figlio di troia. Lei si sentì mancare, le parve di essere altrove, in un altro mondo. Ma lui era ancora lì a richiamarla al presente, prendendole con forza i lunghi capelli al punto che dovette piegare il capo all’indietro per resistere al dolore.
Ne sentiva ormai il possesso e la baciò ancora sul collo, aprendo con uno strattone la camicetta e facendo uscire nella luce il seno roseo, non ancora tondo, appuntito dai capezzoli che tiravano sulla corona color rosso sangue. Un seno che stava tutto in una mano. Puro ed innocente come i bocci di campo. Bello da piangersi sopra.
Non pareva aver fretta. Forse aveva desiderato quell’incontro con una ragazza perbene quasi per un riscatto morale. Come un succedere naturale degli eventi. Perché anche lui non era stato sempre quel bastardo violento figlio di puttana che mostrava di essere. Rosa era la ragazza cresciuta sui banchi della sua stessa scuola, con la quale un tempo aveva anche scherzato e riso come un ragazzo senza problemi. Per la quale poteva avere avuto dei sentimenti normali prima di diventare un predatore di femmine.
Era stata la zia materna ventiquattrenne, la più giovane della famiglia che viveva ancora con i nonni, a rubargli l’innocenza. Quando non aveva ancora tredici anni. Era sì un ragazzo che soffriva le regole e la sottomissione, ma in fondo allora era generoso e capace di gesti altruisti.
Dalla zia aveva imparato tutto ciò che un adulto può fare perché una donna provi piacere. Soprattutto conosceva la durezza dell’amore, lo sconvolgimento dei sensi, il possesso carnale violento e totale. Pronto a picchiare quando la donna si ribellava alle sue richieste.
Non aveva imparato ad accompagnare al piacere l’uso della ragione e le carezze. Soprattutto aveva spento ogni segno e possibilità evidente di provare dei sentimenti. Era soltanto rabbia, istinto, voglia di possedere.
Di fronte a Rosa, al suo silenzio, alla sua immobilità provava un certo imbarazzo, una pietà animalesca.
- Non ti faro male.
Le strinse i seni acerbi e scese con la mano destra sul ventre. La toccò.
Per un attimo Rosa avrebbe voluto poter desiderare quel momento e non provare più paura. Ma fu soltanto un attimo in cui non ci fu spazio alla curiosità e al desiderio. Un attimo per cessare di tremare e frenare la stretta ai capelli sulla nuca mentre scivolavano sul pavimento e le sue gambe si aprivano alla penetrazione.
E lui entrò. Entrò procurandole un forte dolore. Lo sentiva dentro come un martello. Si sentì uscire di senno mentre il suo volto s’inondava di pianto. Poi il nulla. Quando alzò la testa lui non c’era già più. Era già fuori all’aria aperta. Come sempre, come un ladro, dopo i suoi atti predatori avvertiva il bisogno della certezza d’essere ancora libero. Ed era fuggito rifugiandosi dalla zia.
Rosa dopo quella costrizione amorosa non riuscì a tornare a scuola per una settimana. La madre, cui si era confidata, alla fine la convinse a riprendere la sua vita normale, come l’unico modo per riprendersi il suo equilibrio.
Era stata un’esperienza che l’aveva segnata, portandola a guardare sempre gli uomini con un certo distacco e diffidenza, provando alla fine, più che un reale senso di piacere, una sofferenza carnale, che invadeva i tessuti muscolari. Un dolore lento e sordo, simile al torpore, che entrava nello stomaco e nel cervello togliendole l’appetito ed ogni volontà di agire.
Ricordava soprattutto la prima notte dopo quel disgraziato evento. Quella notte aveva guardato nel cielo la luna che saliva lenta, così lenta da apparire immobile e l’aveva pregata di tornargli il candore della sua innocenza. Non aveva contato le ore che passavano scandite dall’orologio della torre del Duomo. Non le importava del tempo, degli eventi del mondo. La sua mente ed il suo animo erano piatti e le sensazioni rimbalzavano con una lentezza sovrumana.
Da quel momento cominciò ad apprezzare maggiormente l’amicizia femminile, un’amicizia ricca di attenzioni e sentimenti. Un lungo cammino, tortuoso, diviso da brevi pause, letture, studio e tanta arte.
Pensando a Dorothy comprendeva che solo con lei il senso dell’appartenenza era stato totale ed invasivo di tutti gli spazi mentali e sensoriali, sostenuti da emozioni forti che impegnavano tutta la sfera della sua sensualità nella varietà delle sue espressioni ed in ogni parte del corpo.
Incominciava per lei una riflessione nuova. Nuovi erano i pensieri della sua mente, nuove le sue sensazioni. Doveva capire da che parte voleva stare. Se approfondire il rapporto con l’artista tedesca dando un calcio al passato o continuare come prima ritenendo che l’incontro con Dorothy fosse un’esperienza casuale che non si sarebbe ripetuta.
Nei giorni che seguirono camminò a lungo per il centro di Ferrara. Le sembrava di essere con lei quando l’aveva accompagnata, quando cercava di trasmettere all’amica tutta la sua passione, quasi un’identificazione del suo mondo interiore, della sua percezione mentale e sensoriale con il mondo dell’arte. Quell’atmosfera tutta speciale che si può cogliere nel centro, fra i negozi e i caffè, dove il ritmo della vita sembra dettato dal passaggio silenzioso della moltitudine in bicicletta. Oppure nei tanti giardini piccoli e grandi, nei chiostri e nei cortili dove il silenzio racconta di storie misteriose, della magia di una città. Le grandi mostre del Palazzo dei Diamanti ed il Museo Boldini. I mercati, le fiere, il folclore e la cucina.
Le piaceva soffermarsi nella malìa dei marmi scolpiti del Duomo, nel racconto secolare della pietra, nelle immagini che correvano ad abitare la sua fantasia. Vedeva la costruzione del Duomo, le centinaia d’artigiani e d’artisti intenti nel ritmo cadenzato di martelli e scalpelli. Nel lamento degli argani per sollevare i pesi incredibili delle pietre e dei marmi.
Dedicato ai Santi Giorgio e Maurelio, patroni della città, percepiva il Duomo come un insieme armonico di solidità romanica e di squisite eleganze gotiche. Uno straordinario monumento che non ha eguali nella pur ricchissima tipologia degli edifici religiosi italiani.
Alcuni studiosi sostengono che il Duomo di Ferrara nasconderebbe tra i numeri delle complicate proporzioni architettoniche un vero e proprio trattato pitagorico. Per Pitagora, infatti, ogni cosa ed essere vivente può essere espresso attraverso i numeri ed ogni numero è esprimibile in una forma geometrica.
Associando dunque ad ogni numero o rapporti tra numeri dei precisi concetti filosofici sarebbe stato possibile creare un vero e proprio codice segreto, attraverso il quale tramandare nei secoli, in modo sotterraneo, pensieri scomodi e quelle dottrine considerate eretiche dalla Chiesa.
Questo sarebbe il caso del duomo di Ferrara, costruito attorno al 1122 e che nasconderebbe un trattato d’ispirazione neopitagorica. Questo il mistero e la magia legati alle mirabili proporzioni geometriche che si uniscono ai simboli inquietanti di leoni alati e grifi, agnelli mistici, demoni, stelle di David e la misteriosa testa di Madonna Frara.
Il Duomo per Rosa era stato una delle sue emozioni più grandi ed indimenticabili. Ricordava il giorno della sua Prima Comunione. Fuori sul piazzale era uno sventolio di veli e vesti bianche. Quasi una nuvola di candore che saliva in alto a rischiarare il colore dei marmi della facciata. Fu allora, per la prima volta, che si accorse del fascino e della magica bellezza del Duomo. Delle statue marmoree dei santi e della Vergine con il Bambino che protendevano il loro gesto e la loro forza protettrice sulla folla. Le statue guardavano lontano sulla città. Passato, presente e futuro. Era quello il suo Duomo. Per la prima volta capì che quella chiesa doveva contenere un lavoro straordinario. Non sapeva nulla d’arte. Ma chi l’aveva fatto non era un essere umano come tutti. Già all’interno la luce del rosone le era parsa come l’occhio di Dio disegnato nel libretto del catechismo. Il mistero era per lei il Duomo di Ferrara e, da più grande, ne avrebbe compreso i motivi, avviandola nella straordinaria esperienza dei percorsi magici e profondi dell’universo dell’arte.
Veniva proprio da un’attenta osservazione del Duomo, per una ricerca approfondita sulle sculture del portale, quando, rientrando a casa, ricevette da Dorothy una lettera. Poche righe.

"Mia cara Rosa, fiore del mio giardino.
Spero che il silenzio abbia alimentato e fatto crescere la pianta dell’Amore che abbiamo radicato insieme nei giorni ferraresi.
Ti aspetto per sempre e se vorrai tornare a Ferrara torneremo insieme. Fai presto.
Un lungo interminabile abbraccio.
La tua Dorothy."

Poche righe per raccontare il progetto di una vita, la sintonia di sensazioni, sentimenti, desideri, amore, che si erano rivelati in una notte d’estate nella sua casa al suono del tango della vita che corre sul filo del tempo come sul filo di un rasoio.
Un amore che non poteva non essere. Come non amare colei che era specchio della sua vita? L’altra metà della mela? Era la persona che amando le mostrava la sua identità, com’era nei suoi pensieri, nei suoi desideri, la conduceva per mano nel sentiero che voleva percorrere, che da sempre era dentro di lei.
Ciò che finora non si era compiuto, ciò che finora l’esistenza non le aveva ancora rivelato, ora con Dorothy si poteva compiere, aprendo nuovi lidi alla conoscenza, nuovi approdi. Per tutta la vita.
Arrivò a Wiesbaden nel tardo pomeriggio. La città era sotto la neve.Un aspetto che non condivideva. Avrebbe preferito una giornata di sole, osservare la città alle ultime luci del giorno, sentire il sole calare tra le case e dentro il suo animo. Una parentesi che si chiudeva ed un’altra che si apriva verso il futuro.
Mentre correva dietro a questi pensieri, si accorse di una grossa figura davanti a sé.
- Taxi?
- Ah, sì, si. Mi scusi non so bene il tedesco.
L’uomo caricò le valigie e le aprì la porta per farla salire.
- Dove?
- Neroberg strasse 19.
Non era mai stata a Wiesbaden. Sapeva che era una città molto importante, capoluogo dell'Assia, crocevia di culture, vicina all’antica Magonza sul Reno.
“Raffinata ed elegante, pervasa di garbo e signorilità come la tua Ferrara” le aveva detto Dorothy.
La Wiesbaden dei sontuosi palazzi lungo spaziosi viali o circondati da splendidi giardini e parchi ricchi di vegetazione, l’avrebbe conosciuta in una stagione migliore.
Mentre il taxi correva vide profilarsi nelle luci della sera gli eleganti grattacieli degli enti pubblici e delle grandi società di assicurazione, immagine di una città proiettata a livello internazionale. E tale si rivelava a Rosa sin dalla prima impressione. Al centro della città uno fra i più bei teatri della Germania, lo Staatstheater, eretto in stile rinascimentale per volere dell'imperatore negli anni 1892-94 dagli architetti viennesi Fellner ed Helmer, i più importanti costruttori di teatri dell'epoca. Lì Rosa avrebbe trovato le giuste atmosfere per non rimpiangere il calore della sua Ferrara.
Intanto il taxi procedeva sufficientemente spedito nel traffico piuttosto intenso.
Pensò a Dorothy, provò a rinchiudersi nel piumino che le arrivava fino ai piedi e quel pensiero divenne una carezza che scese in fondo all’animo.
Era il calore, era la vita, l’amore che cercava fugando ogni dubbio.
- Neroberg strasse 19.
La porta del taxi si era aperta, davanti a lei il sorriso di Dorothy: Era la luce che attendeva.