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Sabrina
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Titolo:
Sabrina |
Autore:
Leporello |
Contatto:
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Racconto
n° 365 |
Altri
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"Allora, tutti d'accordo? Stasera si va alla Bussola!" esclama Piero, il robusto e simpatico pistoiese, che si era autonominato boss della banda dei festaioli alloggiati all'Hotel Savoy. Rispondiamo in coro che ci stiamo. L'albergo, a quattro stelle se non vi fa schifo, è situato proprio davanti al celebre locale di Bernardini, alle Focette di Marina di Pietrasanta. Mia moglie - siamo sposati da cinque anni - da sempre trascorre le vacanze in Versilia, essendo sua madre di Viareggio. Da quando ci siamo conosciuti, ho imparato ad amare anch'io quei posti. Anche quest'anno siamo puntuali al nostro appuntamento estivo. Siamo arrivati l'antivigilia di ferragosto. Ho ottenuto le ferie prima del previsto e non abbiamo prenotato nelle solite pensioni familiari. Dopo aver girato come disperati abbiamo finalmente trovato una stanza all'Hotel Savoy. I prezzi sono da capogiro, almeno per le nostre magre finanze, ma ormai siamo in ballo e ce ne freghiamo se dissangueremo il nostro piccolo conto corrente. Piero, il pistoiese, è un furbastro e conosce praticamente tutti. I biglietti d'ingresso alla Bussola e le consumazioni sarebbero proibitivi per noi, ed anche per altre coppie del nostro gruppo. Niente paura! Piero ci farà entrare, come altre volte, dalle cucine del noto locale. Una bevanda analcolica ce la possiamo permettere, sicché la serata è assicurata. Stasera canta la Vanoni. Dimenticavo di dire che corre - senza sforzarsi troppo - l'anno del Signore 1976. Tra il pubblico presente ci sono diversi vip, come il solito. Il più casinista è Montesano, che è presente con un gruppo d'amici e amiche. Queste ultime sono delle sventole da sballo. Per farla breve, mia moglie non sopporta le occhiate furtive che lancio alle fanciulle semivestite e mi pianta il muso delle grandi occasioni. E' notte fonda quando rientriamo in albergo. Il broncio di Annarita non fa presagire nulla di buono. Ha ragione, mi sono comportato da cafone, ma non voglio ammetterlo. Ovviamente litighiamo. Il mare mi ha sempre reso esuberante e nervoso. Per porre fine alla discussione, che sta degenerando, decido di andare a prendere una boccata d'aria. Salgo sulla mia Fulvia coupè grigia e imbocco il viale a mare, in direzione di Forte dei Marmi. C'è ancora movimento e vita quando arrivo al Cinquale, prima di Marina di Massa. Mi sto scocciando di girare a vuoto e mi risolvo a tornarmene in albergo. Faccio un'inversione ad U, ma mi fermo su uno spiazzo davanti alla spiaggia. Scendo dalla macchina e mi siedo sul cofano a fumarmi l'ultima sigaretta. Su una panchina, a pochi metri da me, c'è seduta una ragazza. Prima, al buio, non l'avevo notata. Mi pare che stia piangendo, perché il suo corpo minuto è scosso dai singhiozzi. "Signorina, va tutto bene?" le chiedo. Non mi risponde. Le rinnovo la domanda e finalmente alza lo sguardo su di me. Mi sembra la copia di Audrey Hepburn, l'attrice di "Vacanze romane", "Sabrina", "Colazione da Tiffany". Esile, bruna, capelli corti, due grandi occhi scuri. Indossa una camicetta rosa senza maniche ed una minigonna nera. Avrà una ventina d'anni, non di più. Si asciuga il naso con un fazzolettino appallottolato e mi fissa: "Mi lasci stare, non ho bisogno di niente". La sua voce è tremolante. Non demordo e insisto: "Le è successo qualcosa? Non abbia paura.". Per tutta risposta scoppia a piangere, con singhiozzi che desterebbero tenerezza perfino ad una suora ospedaliera. Siccome non sono una suora, ma mi sento l'animo del buon samaritano e di Sir Lancillotto del Lago messi insieme, le porgo un fazzoletto e mi seggo accanto a lei sulla panchina. La ragazza getta a terra il suo fazzolettino ormai zuppo di lacrime e accetta il mio. Mi rendo conto che è meglio lasciarla sfogare, senza parlarle. Lentamente si calma. Le offro una sigaretta. La prende mormorando un "grazie". Mentre le accosto l'accendino, mi sfiora le dita. Vedo che i suoi occhioni scuri sono arrossati e gonfi. Aspira boccate nervose dalla sigaretta. Si capisce subito che è una fumatrice occasionale. Riprovo: "Se la sente di parlare e raccontarmi cosa le è capitato?". Tira su con il naso e fa cenno di sì con la testa. Evidentemente il mio aspetto ed i miei modi la rassicurano. E comincia a parlare, come un fiume in piena. Era uscita con il suo ragazzo, conosciuto da pochi giorni sulla spiaggia di Viareggio. Sono andati a ballare e dopo, anziché riaccompagnarla a casa, lui l'ha portata su un tratto di spiaggia libera, verso la foce di un fiumiciattolo. Le ha messo le mani addosso ed ha cercato di violentarla. Lei si è dibattuta, ha urlato. Poiché il giovane non la smetteva, lo ha graffiato. L'altro le ha mollato un ceffone, poi l' ha scaraventata giù dalla macchina ed è ripartito lasciandola sola. Non ha neppure trovato la borsetta che il farabutto ha scagliato lontano prima di andarsene. Mi offro di accompagnarla a cercare la borsetta. "Grazie. Non ho molti soldi, ma dentro ci sono i miei documenti e le chiavi di casa.". Vado a prendere la torcia che tengo sempre nel cruscotto della macchina e ci avviamo verso l'arenile deserto. In pochi minuti ritrovo la borsetta: nel volo il suo contenuto si è sparso attorno, ma recuperiamo tutto. Adesso la ragazza è calma. Le ispiro fiducia e mi sorride. E' così tenera, così indifesa, che mi suscita un mare di tenerezza ed una gran voglia di stringerla al petto. Mi trattengo, memore del fatto che sono un cavaliere senza macchia e delle unghiate. Ci mancherebbe di tornare da mia moglie con il volto graffiato! Do un'occhiata all'orologio: sono quasi le tre. Torniamo allo spiazzo con la panchina e ci sediamo per fumarci un'altra sigaretta. Ci presentiamo. Si chiama Cristina ed ha diciannove anni. Nota la fede: "Sei sposato? Così giovane?" si stupisce la ragazza. "Ho ventotto anni, ma sono gia sposato da cinque" le rispondo. Cristina fa qualche commento spiritoso sul matrimonio, poi mi chiede: "Dov'è tua moglie adesso?". Sto per raccontarle una bugia, poi ci ripenso e decido di dirle la verità. Lei si mette a ridacchiare e mi prende in giro. Il suo sorriso è contagioso e finisco per ridere allegramente anch'io. "Forse è meglio che torni da tua moglie. Me lo daresti un passaggio fino a Viareggio?". "Hai ragione, dai vieni.". Le prendo la mano e l'accompagno alla Fulvia coupè. Prima di salire mi guarda a lungo e mi sussurra: "Sei un bravo ragazzo" e mi schiocca un bacio sulla guancia. Per fortuna il buio non lascia intravedere l'improvviso rossore che m'imporpora le guance, cosa rarissima per me. Finalmente partiamo. Guido molto lentamente e parliamo. Lei vive ed abita a Viareggio e non è una villeggiante, come avevo pensato. Si è appena diplomata al liceo artistico di Lucca. "Perché non prendi l'Aurelia? Facciamo prima ad arrivare a casa mia." mi suggerisce Cristina. Mi stupisco, perché - conoscendo bene le strade della Versilia - mi sa che allunghiamo il percorso. Svolto a sinistra e lascio il viale a mare. La strada che porta alla statale si snoda tra pinetine e campagna ed è assolutamente buia. "Ti spiace se ci fermiamo un attimo?" mi chiede Cristina, indicandomi un praticello circondato da alti rovi. "Devi fare pipì o vuoi che andiamo per more?" le chiedo sorridendo, mentre arresto la macchina. "Ma dai, sciocco.ho voglia di essere un po' coccolata, ecco tutto. Ma se non ti va, puoi ripartire.". Non ci penso affatto ad andare via da quel posticino delizioso e dopo quell'invito. Sono lusingato e un po' teso. Non mi aspettavo che Cristina volesse appartarsi con me, almeno non dopo quello che le era successo. Certo, la ragazza mi piace moltissimo, ma non avrei mai osato sperare un'offerta così esplicita (o forse, ipocritamente, la desideravo.). In ogni caso, poiché avevo assunto i panni del buon samaritano e del cavaliere senza macchia né paura, non mi sarei mai permesso di fare delle avances o di guastare l'opinione che Cristina si era fatta di me. Mentre almanacco tra me questi pensieri, la ragazza mi si accosta e mi guarda. Ha un volto dolcissimo, da madonnina. Provo una tenerezza infinita. Ma, contemporaneamente, ho l'ennesima erezione di quella calda notte d'agosto. La abbraccio e la stringo dolcemente. I suoi capelli corti profumano di buono. La bacio sulla fronte e lei mi offre subito la bocca socchiusa. Le sue labbra sono morbide e la sua lingua cerca la mia. Ci baciamo lungamente. Con delicatezza le slaccio i bottoncini della camicetta rosa e le tocco lievemente i piccoli seni duri ed eretti. Lei affonda le dita nei miei capelli. Divento più audace e inizio ad accarezzarle le cosce. Lentamente salgo con la mano sino a sfiorare il pizzo delle mutandine. Cristina mi bacia l'orecchio: "Sono ancora vergine. Ti prego." mi sussurra. "Stai tranquilla" la rassicuro "non ti farò del male". "Toccami, però.toccami.ne ho tanta voglia" mormora la ragazza. Piano piano le abbasso le mutandine e inizio ad accarezzare il ventre e la morbida peluria scura del pube. Il pancino piatto è teso ed i suoi genitali sono congestionati. Glieli esploro, con la solita mia curiosità per gli anfratti femminili. Lei geme dolcemente sotto i tocchi delle mie dita e intanto mi abbassa la lampo dei jeans. Sento le sue lunghe dita affusolate che mi afferrano il pene duro e pulsante. Ci baciamo con violenza selvaggia, mordendoci le labbra e la lingua, mente ci masturbiamo. Sento in bocca il sapore dolciastro del sangue. Che temperamento, ragazzi! Mi rendo conto che Cristina non ha molta esperienza in fatto di petting: troppa furia, troppa voglia di godere subito. Rallento i miei movimenti e la invito con un gesto lieve a fare altrettanto. "Dai, non fermarti!" mi supplica. Mi rendo conto che il suo orgasmo è ormai alle porte e velocemente la porto in paradiso. Mentre gode, mi morde la lingua e mi stringe il pene con violenza, fino a farmi male. Poi inizia un lamento prolungato che diventa un urlo quando è all'acme del godimento e si spegne in una specie di risata gorgogliante. Continuo a sollecitarla con movimenti sempre più lenti fino a stringerle il sesso con la mano aperta, umida degli umori che, abbondanti, le colano dalla vagina. La bacio con tenerezza, le accarezzo tutto il corpo e la preparo per un'altra estasi. Mi chino su di lei, le bacio i seni, le succhio i capezzoli turgidi e infine affondo le mie labbra sul suo sesso gonfio e odoroso di sapori muschiati. La mia lingua ne assorbe le linfe e gli umori, poi si sofferma sul clitoride. Improvvisamente ha un sussulto ed un altro orgasmo, veloce e fulminante. Le succhio le grandi labbra e me ne riempio la bocca. Finalmente cade esausta sullo schienale ribaltato dell'auto. "Che bello, che bello." continua a ripetermi, "non ho mai provato nulla di simile." Improvvisamente si ricorda di avere ancora saldamente in pugno il mio membro, gonfio e pulsante dagli spasmi del desiderio. Le guido la mano e le insegno quello che piace a me. E' un'allieva docile e pronta. Ad un tratto mi sorprende, baciandomi il pene e prendendolo goffamente in bocca. Si stacca un attimo e mi guarda con quell'espressione tipica che assumono le donne durante un amplesso soddisfacente: "Ti piace, così?". "Moltissimo", le rispondo per non deluderla. Cristina è sensibile e sembra leggermi nel pensiero: "Sai, è la prima volta che lo prendo in bocca.Non ho mai fatto un .". Intenerito dalla candida ingenuità della ragazza, le accarezzo i capelli e le guance. Ancora una volta la guido. Prima la manina, poi la testolina. Capisce al volo. Dio, com'è bello adesso! La rovescio delicatamente su di fianco per poterla toccare agevolmente, mentre lei si occupa con visibile soddisfazione del mio fratellino. Parto dai seni, scendo sui fianchi e sulle natiche sode. Con un dito le sfioro ripetutamente il buchetto del sedere. Quando tento di penetrarla leggermente, si irrigidisce. "Non temere, non ti farò male.Lasciati andare e non stare tesa.". Inumidisco il dito nella prima parte della vagina, ricca delle sue secrezioni, e, con estrema cautela, lo infilo nello sfintere. So che prova un po' di dolore, ma resiste. Quando ho guadagnato un paio di centimetri, inizio un lento va e vieni con il dito, premendole leggermente la parete che separa la vagina dal retto. Mi accorgo che adesso le piace perché inarca il delizioso culetto, inghiottendo un'altra porzione di dito. So che presto succederà qualcosa e tento, concentrandomi, di non eiaculare e ritardare il mio orgasmo. Tutto inutile. Cristina, sovreccitata per quello che le sto facendo, sembra una furia e mi fa esplodere in un orgasmo violento che le inonda la bocca di sperma. Lo schizzo violento le fa mancare per un attimo il respiro e di colpo si blocca, facendomi sacramentare mentalmente. "Continua con la mano.non ti fermare proprio adesso!". Ma esattamente in quel momento tocca a lei decollare per un'altra estasi. Agita freneticamente il sederino e gode ridendo e gorgogliando come una tacchinella. Quando l'ebbrezza si placa, mi getta le braccia al collo e mi bacia, quasi per farmi capire che ha ingoiato tutto il mio seme e manifestarmi il suo appagamento. Restiamo avvinti in quell'abbraccio ed in quel bacio, sudati, ansanti, ma dimentichi del tempo e di tutto il resto del mondo. "Mi dispiace" mi sussurra "non sono stata brava e ti ho lasciato a metà.". Cerco di rassicurarla che è stato tutto bellissimo, ma lei insiste: "Voglio farti godere ancora, ti prego. Dai, cerchiamo di partire insieme.". Quelle parole mi eccitano da morire. Lei mi afferra il pene e, dopo avermelo baciato ripetutamente, inizia a masturbarmi con vigore. "Più piano, tesoro." la invito. Con la mano libera mi accarezza i testicoli e me li stringe in modo assai gradevole. Quando sento che sto per venire, inizio anch'io a praticarle un sapiente ditalino. "Forza cazzone mio, vieni, vieni.Voglio farti godere tanto." continua a ripetere la ragazza, aumentando il ritmo. "Godi anche tu.dai.partiamo insieme." le rispondo con voce strozzata. E finalmente godiamo con un raro sincronismo del culmine del piacere. Quando tutto è finito, ci abbattiamo, esausti, sazi e placati, in un ennesimo abbraccio. Lei mi dice quanto sia stato bello. Io le rispondo che è stato meraviglioso. Ci accarezziamo dappertutto, ci diamo mille teneri bacini, ci mordicchiamo le orecchie. Mi sento svuotato, leggero, mi pare di potermi librare nell'aria. Sono felice. Sono fiero di me: fiero di aver soddisfatto ed appagato i sensi di questa deliziosa creatura dal visino angelico e dal temperamento di femmina. Fiero di averlo fatto senza averle squarciato il pudico e ipocrita velo della verginità. Mentre mi compiaccio con me stesso, con la tipica vanità postcoitale del maschio, Cristina mormora, quasi leggendomi nel pensiero: "Sai, tesoro, è stato così bello e tu sei così caro e dolce che vorrei fossi tu il mio primo uomo.Intendo il primo a venirmi dentro, capisci? Ma non adesso e non qui in macchina. Vorrei fosse una cosa speciale, in un posto speciale. Vuoi?". Certo che voglio, rispondo mentalmente. "Cristina, davvero desideri che sia io a...?". "Oh si, voglio te.solo te. Sei così tenero, comprensivo. E poi sei proprio bravo. Sono certa di potermi fidare e sono sicura che sarebbe meraviglioso, come è stato meraviglioso farlo con te stanotte.". Poi, improvvisamente, si ricorda: "Ma come facciamo con tua moglie? Pensi di poterti liberare, potremo vederci ancora?". La sua voce è un po' tremante e mi affretto a rassicurarla: "Troverò un modo, stai tranquilla". Mi sorride, la mia piccola Audrey Hepburn. Mi sciolgo come un pezzo di burro nella padella e non resisto alla tentazione di baciarla ancora e ancora. Cristo, ma ho fatto sesso o mi sto innamorando di questa ragazza? Quello che sento non è solo desiderio carnale, è passione e tenerezza, è un sentimento che mi fa sentire caldo nel petto e mi fa battere il cuore a mille. Eppure no, non posso lasciarmi vincere da impulsi affettivi così forti. In fondo l'ho conosciuta da poche ore. E poi amo mia moglie, anche se non sono proprio un bell'esempio di fedeltà coniugale. "A cosa stai pensando?". Mi scuoto dalle mie masturbazioni mentali. "Pensavo a te, a noi, a come fare per rincontrarci ancora e presto". Non è proprio una bugia, perché, conoscendomi, so che nulla al mondo mi tratterrà dal rivederla. In lontananza un lieve chiarore si diffonde dalle Alpi Apuane. Un gallo canta. E' l'alba. Guardo l'orologio: sono quasi le sei. "Dobbiamo andare, piccola!". Ci ricomponiamo. Venti minuti dopo la lascio ad un paio di isolati da casa. Ho il suo nome, il suo indirizzo, il suo numero di telefono, lo stabilimento balneare che frequenta. "Chiamami presto, ti prego." mi dice prima di lasciami. "Ti telefonerò oggi stesso" le assicuro. Un bacio fugace. La seguo con lo sguardo fino a quando svolta l'angolo, agitando la mano per un ultimo saluto. Mancano pochi minuti alle sette quando rientro al "Savoy". Le giovani e graziose camerierine stanno terminando le pulizie mattutine nel giardino antistante l'albergo. Mi osservano divertite e ridacchiano tra loro. Ma cos'hanno da guardare, mi chiedo. Poi mi rendo conto che fissano la patta dei miei pantaloni. Accidenti! Ho la lampo dei jeans ancora abbassata. La tiro su con falsa noncuranza e mi avvio, molto dignitosamente, verso la mia camera. Che cosa mi aspetta? Come mi giustificherò con Annarita? Ma sì, qualcosa inventerò. Non è forse la mia specialità? Nel pomeriggio telefonerò a Cristina. Mia moglie domani andrà a visitare i numerosi parenti di Viareggio, come da tradizione. Ho sempre odiato quelle visite. Accompagnerò mia moglie al mattino e tornerò a prenderla nel tardo pomeriggio. Come gli scorsi anni. Dieci ore circa di libertà. Mi basteranno per far diventare donna la mia piccola Audrey Hepburn viareggina? Ma questa è un'altra storia..
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