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Amore in campagna
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Titolo:
Amore in campagna |
Autore:
Moony |
Contatto:
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Racconto
n° 3673 |
Altri
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Una fresca brezza le accarezzava i capelli, piccoli brividi lungo la schiena, si sentiva pungere il viso e il braccio su cui poggiava il capo. Una luce calda le picchiava la faccia, imponendole una certa fatica nell’aprire gli occhi. Quando ci riuscì si accorse di essere nuda, sdraiata sulla paglia di un vecchio fienile. L’odore acre e caldo del fieno le riempiva le narici mentre si chiedeva cosa ci stesse facendo lì, in quelle condizioni. Si mise a sedere sul quel morbido giaciglio sfatto e si guardò intorno: il suo vestito era gettato non molto lontano su di una trave, la biancheria dissolta nel nulla, così come l’uomo che l’aveva lasciata lì. Ora ricordava e la memoria iniziava a galoppare indietro mentre la luce lentamente le illuminava il corpo. Si alzò e senti l’odore di quell’uomo alzarsi con lei, sul suo corpo, dal suo corpo. Era tornata due sere prima al paese in cui aveva passato tutta la sua infanzia; la zia l’aveva invitata tante volte a passare un po’ di tempo nella sua fattoria, ma la vita affannata di città non le dava mai un periodo di riposo. Poi quel periodo difficile, problemi sul lavoro, stress alle stelle, aveva il bisogno fisico di allontanarsi da quel covo di matti. Aveva raggiunto la fattoria di sera, i campi gialli di grano e rossi di papaveri le avevan fatto da cornice mentre arrivava e iniziava a sentirsi veramente a casa. Aveva raggiunto le scale di pietra che portavano dentro la casa, aperto la porta in legno e lì l’aveva incontrato… o meglio scontrato! Era alto, possente, con indosso solo una canotta sopra ai jeans, il tipico abbigliamento della fattoria alternato ad un camiciotto in cotone a quadri. Non aveva la più pallida idea di chi fosse, ma quegli occhi… sì gli occhi le ricordavano qualcosa. Zia Wanda arrivò ad abbracciarla senza dar il tempo ai due di scusarsi per lo scontro. Lui non disse una parola, le prese le valige e si avviò verso il piano superiore lasciandola nelle braccia e tra le parole e gli urletti di gioia della zia. Chi era? Chi era quel ragazzo stupendo che sembrava uscito da una pubblicità di profumi? E perché i suoi occhi le erano familiari? Era sicura di non aver mai visto un tale adone in tutta la sua vita, e di uomini ne aveva visti, lavorandoci quotidianamente. Continuava a pensare queste cose mentre la zia le parlava, finché ad un certo punto si sentì dire: - Hai visto come è cambiato? E sì che lo hai visto, non smetti di fissare la direzione dove è sparito! - seguita dalla fragorosa risata campagnola di Zia Wanda. Arrossendo si sforzò di ridacchiare e chiese chi fosse il ragazzo. - Ma davvero non ti ricordi di lui? E’ Paolino, giocavate sempre insieme da piccoli! Sempre lì, uniti in tutto, anche a far il bagno nel fiume, non si riusciva mai a dividervi; ora lavora qui da me, sai da che è mancato lo zio non riesco più a fare tutti i lavori da sola, e l’età avanza accompagnata da sempre più acciacchi - E mentre la zia continuava introducendole la lista infinita di dolori e problemi che aveva lei non faceva che pensare a quel nome “Paolino”, il suo Paolino, erano stati come fratelli finché lui non era dovuto partire per la città con i genitori all’età di 10 anni e da allora non si erano né visti né sentiti. Quanto aveva pianto allora, lasciarsi era stato tristissimo, come in un film due bambini strappati dal reciproco abbraccio con le lacrime agli occhi. Il suo Paolino, quel bimbetto che tutti prendevano in giro, piccolo e mingherlino, con gli occhiali, delicato non poteva fare sforzi per la salute sempre in bilico. Gli altri maschi del paese lo prendevano sempre in giro, gli facevano scherzi e non lo volevano mai con loro per giocare e cosi lui si era unito a questa bimbetta vicina di casa, da sempre paladina dei maltrattati. Paolo, Paolo, Paolo, sei proprio tu? Continuava a chiedersi imperterrita con il cuore che batteva a mille. Ed eccolo, spuntare dalla cima delle scale, ancora con quell’aria dura che di colpo si tramutò in un grande sorriso a sciogliere quella che non era freddezza ma imbarazzo ed emozione. Le venne incontro e senza dire un parola la abbracciò: “Finalmente ci ritroviamo”, le sussurrò felice all’orecchio. Lei non riusciva a parlare, era felice, e le mancava il respiro, poi quando lui le baciò una guancia si senti avvampare e mancare la terra da sotto i piedi. Lui se ne andò promettendo alla zia di tornare il giorno seguente per fare i lavori nel fienile. La prima notte Marilena la passò prima pensando a quell’incontro che era arrivato direttamente dal passato, alle sensazioni che aveva provato nel sentirlo vicino, nel rivederlo e nello stupore per il cambiamento che aveva fatto. Poi crollò , stanca per il viaggio e per il duro periodo che aveva alle spalle, e come non le succedeva da mesi, nella tranquillità dell’alto lettone, con i grilli che cantavano da fuori la finestra, si perse tra le braccia di Morfeo. E lì iniziò il sogno, si rivide bambina con Paolo al fiume, la prima volta che ci andarono insieme senza parenti appresso, ormai erano “grandi” abbastanza e potevano allontanarsi a giocare da soli, gli eran stati insegnati tutti i pericoli da considerare. Erano li a giocare nell’acqua con i loro costumi e ad un certo punto Paolo le aveva chiesto se poteva vedere come era fatta senza costume… erano come fratelli per cui non ci vide nulla di male e se lo tolse a patto che anche lui avesse fatto la stessa cosa, e cosi era stato. Erano rimasti nudi, con l’acqua del fiume che gli arrivava a metà delle cosce, immobili ad osservarsi da una certa distanza, arrossendo dopo un po’ per un certo imbarazzo che iniziavano a sentire per la prima volta nella loro vita, guardandosi intorno perché capivano che se qualcuno li avesse beccati sarebbero andati nei guai. Poi si erano sorrisi, rivestiti e avevano continuato a giocare. Ma a questo punto il sogno ebbe un effetto di dissolvenza che portò le immagini di loro due nudi nel fiume, come erano quindici anni prima, a loro due nudi, ora. Marilena si agitava nel letto pensando a Paolo in piedi nel fiume che le si avvicinava, che le sussurrava parole all’orecchio e che le baciava una guancia come aveva fatto quella sera. Si svegliò di colpo, il gallo che le dava il buongiorno, le gote rosse, il respiro affannato, le cosce umide e un pensiero nella mente: Paolo. La mattinata passò tranquilla, in giro con la zia per campi e a trovare vecchie amicizie; dopo pranzo sentì bussare alla porta e Paolo, finalmente, fece capolino per chiedere un bicchiere d’acqua. Era accaldato e tutto abbronzato, decisamente bello! Entrando poggiò davanti a Marilena un mazzolino di fiori di campo -"Ricordo che ti piacevano tanto, una volta" - le disse con quel sorriso dolce e bambino che ricordava. Ebbe un fremito ed arrossì. Non sapeva nulla di lui, magari era fidanzato, chissà... forse, addirittura sposato e con figli… si sentì mancare. Lo voleva, come mai le era capitato fino ad allora con un uomo. Stava pensando a queste cose mentre lui era ancora lì di fronte che la guardava… avvampò accorgendosene. Lui sorrise, come se le stesse leggendo il pensiero e le passò un biglietto sotto il mazzo di fiori nascosto dallo sguardo curioso della zia. Trovò una scusa per andare in bagno e si portò dietro il biglietto. Lo apri e vi lesse: “Son cosi tanti anni che ti aspettavo, son tornato qui con la speranza di trovarti e invece eri nella mia stessa città. Quando ti ho vista ieri mi son sentito impazzire, avevo solo voglia di stringerti per la felicità ma nemmeno riuscivo a parlare. Voglio star con te come un tempo… vieni da me nel fienile stasera alle 9, mi sei mancata”. I suoi sogni si stavano materializzando? “star con te come un tempo”… ma da adulti non si può mica fare come i bambini… poi di sera, giocare a calcio o nascondino non era il massimo… mah! Che intendesse proprio “giocare”! Iniziò a sentirsi agitatissima ed eccitata. Non sapeva come vestirsi per un incontro in un fienile, non aveva con sè la biancheria per certe occasioni, e se poi invece lui volesse solo parlare? Sarebbe anche stato bello sapere tutto quello che avevano fatto in quegli anni… ma quanto lo desiderava! Smise di pensarci e cerco di comportarsi normalmente per il resto della sera e per la cena. Dopo andò in camera per rinfrescarsi e prepararsi: biancheria semplice, un vestito color panna a fiori abbottonato sul davanti e dei sandaletti. Era agitata e non sapeva se andare o meno, ma quel fuoco al basso ventre le impediva di tornar sui suoi passi. Si avvicinò alla stalla cercando di fare il minor rumore possibile per non svegliare la zia che ormai era a letto, e venne inebriata da un forte odore di fieno mischiato a muschio. Aprì piano la porta e si affacciò rimanendo incantata da quello che le apparve davanti agli occhi: una lunga scia di petali di fiori di campo e rose che segnavano un percorso che portava al piano superiore del fienile. Come incantata li seguì, sali la scala a pioli e si trovo davanti Paolo, sdraiato sul fieno a guardare le stelle da un’apertura che aveva creato nel tetto; le si fermò il respiro nel guardarlo. Dopo un po’ lui si accorse della sua presenza e scattò in piedi per venirle incontro. “Avevo paura che non saresti venuta”, le prese le mani nelle sue e rimasero immobili a guardarsi, i respiri affannati. Poi fu un susseguirsi di emozioni: si presero, si travolsero, corpi che si cercavano, labbra unite come se fossero state disegnate per fondersi, e finalmente l’incontro dei sessi, un sublime ravvicinarsi per poi perdersi l’uno nell’altra fino al raggiungimento del culmine dei sensi. Si ritrovarono abbracciati, occhi lucidi e felici, persi gli uni negli altri. Si erano perduti, mancati, e ritrovati. Un amore che era nato prematuro e non era mai scomparso; era felice come non si sentiva da tanto tempo Marilena, lo baciò e si addormentò tra quelle braccia forti che la stringevano e coccolavano. E ora era lì, seduta tra il fieno, sola. Si stava sentendo stupida per quello che era successo, aveva paura di capire che era stata la solita fregatura, un altro uomo che la usa per poi abbandonarla, stava per piangere mentre si mordeva le labbra quando sentì un rumore. Corse al vestito per infilarselo velocemente, poi sporse la faccia in basso e vide… Paolo che guardò verso di lei e le sorrise. Le corse incontro salendo come un lampo la scala, le si avvicinò mentre lei lo guardava con un’aria di felicità mista a stupore e paura che stava svanendo, la baciò. Lei si senti di nuovo al settimo cielo e pensò di essere una cretina per aver dubitato di Paolo, del suo Paolino! - "Ero sceso per racimolare qualcosa per la colazione, ho preparato tutto sotto; dai, vèstiti bellezza, e abituati... perché ogni mattina sarà cosi d’ora in poi! " - Le salì il magone e con un fil di voce riuscì scherzosamente a ribattere: - "Magari svegliarsi in un letto sarebbe più comodo... sai, ormai son una ragazza di città" .
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