|
|
|
Il gioco dell'anima
|
|
|
Titolo:
Il gioco dell'anima |
Autore:
DanzaSulMioPetto |
Contatto:
|
Racconto
n° 3684 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
|
|
Il suo sguardo era come una carezza in cui perdersi, lo sentivo su di me, mentre seguivo i suoi passi lungo la scia di quelle emozioni improvvise, inaspettate. Era sempre così, fin dal primo incontro, il suo sorriso ammiccante rapiva i miei sensi, con un solo respiro lei sapeva farmi vibrare nel desiderio di averla. Quel gioco le piaceva molto, la divertiva fingere che io non fossi lì, far crescere la mia voglia impedendomi di avvicinarmi a lei, di sfiorare il suo corpo che lentamente si denudava. La grazia dei suoi movimenti mi seduceva, mentre sembrava sfiorare l’aria come se accarezzasse veli di seta sparsi nella stanza. Voleva che l’adorassi ed otteneva sempre ciò che desiderava da me, la passione che mi legava a lei mi privava di qualsiasi difesa e razionalità, come quando decise di fare l’amore nel cinema. Anche se c’era poca gente, mi preoccupava che qualcuno potesse vederci, ma non potei dirle di no, le bastò sfiorarmi appena le labbra con un bacio perché io la seguissi nei suoi desideri. Ora continuava a guardarmi senza guardarmi, sentendomi nel respiro ansimante che quasi la implorava mentre era immersa nella candida schiuma della vasca. Si accarezzò, abbandonandosi al tepore dell’acqua, lasciandomi solo nella mia attesa, perso tra l’eccitazione e la curiosità, aspettando che lei decidesse i nostri giochi. Mi avvicinai lentamente, finché non sentii l’umido del suo piede poggiato sul bordo della vasca. Le gocce che fino a poco prima ricadevano sulle mattonelle, ora bagnavano i miei pantaloni mentre lei mi accarezzava. “Perché sei ancora vestito?”, disse fermandosi sulla mia eccitazione che pulsava sotto il suo piede. Il gioco iniziava a prendere forma, lo sentivo nel tono della voce, nel suo non chiedere, rimproverandomi di non aver intuito già quali fossero i sui desideri. Il suo sguardo mi indagava attentamente ora, senza celare in alcun modo di volermi mettere a disagio, seguendo ogni mio movimento. Quando ebbi finito di spogliarmi, tornò a far scivolare il piede sulla mia eccitazione, osservandola compiaciuta e poi sul mio ventre, fino al petto, giungendo a solleticarmi il mento con le dita. “Li vuoi?”, disse mostrandomi entrambi i piedi. Provai a rispondere al suo invito prendendoli tra le mani e avvicinando le labbra, ma lei non me lo permise, non le bastava questo, il suo gioco voleva di più. “Allora li vuoi?”, ripeté. Non era da molto che stavamo insieme, ma lei mi conosceva bene, sembrava che riuscisse sempre ad intuire le mie emozioni, e sapeva quanto imbarazzo provavo in quei momenti. Chissà, forse era un modo di fare terapia la sua, spingendomi a chiedere ciò che desideravo, del resto era un argomento che avevamo affrontato spesso quando ero un suo paziente, ma dallo sguardo con cui continuava a scrutarmi, credo che il vero motivo fosse solo che la eccitava imporre il suo volere e vedermi così in difeso e in balia del desiderio di averla. Provai a cercare una scappatoia, un modo per raggirarla, sapevo che era inutile e probabilmente lo facevo per il piacere che provavo nella resa incondizionata dopo una breve schermaglia. Mi inginocchiai, avvicinando il viso ai suoi piedi e lei sorrise, sentendo la carezza del mio respiro avvicinarsi sempre di più, per un istante si abbandonò a quel leggero brivido. Pensai che forse ero riuscito nel mio intento e che per questa volta avesse deciso di arrendersi, ma poi, non appena sentì che la mie labbra stavano per sfiorarla, immerse i piedi nell’acqua, guardandomi in modo beffardo e vittorioso. “Li vuoi?”, disse di nuovo, trattenendo a stento una risata mentre leggeva la delusione sul mio volto. “Sì, ti prego”, bisbigliai chinando lo sguardo. Lei fece riemergere il piede e lo poggiò sul mio capo, godendo della mia resa, poi lo face scivolare sotto il mio mento sollevandolo con le dita e costringendomi a guardarla dritta negli occhi. “Non ho sentito, cosa hai detto?”. “Sì, voglio i tuoi piedi, voglio baciarli”, dissi come se buttassi giù una medicina amara, tutta d’un fiato, per non sentirne il sapore. “Cosa aspetti allora? Sei il mio schiavo, datti da fare”, disse strofinando la pianta del piede sul mio viso. “E’ vero che lo sei?”, aggiunse poi, fermandosi con le dita sotto le mie labbra. “Sì”. “Sì?”, chiese lei accennando ad allontanarmi, contrariata dalla mia risposta che non soddisfaceva le sue aspettative. “Sì, mia Padrona… sono il tuo schiavo”. “Bene, ora puoi leccarli”. Per quanto mi irritasse e mettesse a disagio tutta quella pantomima, mi riscoprivo sempre eccitato alla fine, come se quella tensione esplodesse in me, accendendo con ancor più forza il mio desiderio. Non appena le mie labbra si schiusero sulle sue dita, la sentii gemere per quel brivido che anche lei attendeva da molto e che ora esplodeva nella carezza della mia lingua che scivolava lungo la sua pianta e tra le dita, assaporandole lentamente e con avida passione. Anch’io la conoscevo bene, più di quanto io stesso mi rendessi conto, e nel mio abbandono sapevo come farle raggiungere l’estasi, ascoltando la melodia dei suoi sospiri che riecheggiava nel silenzio di quella stanza. Si accarezzò tra le cosce mentre godeva della mia bocca che indugiava sui suoi piedi, la sentivo sussultare nel piacere che bruciava nel suo ventre. “Vieni”, disse offrendomi la mano che conservava ancora il sapore della sua eccitazione. Mi avvicinai, inginocchiandomi nuovamente davanti a lei, ansioso di poterla omaggiare come Dea lussuriosa, in cui si fondevano l’innocenza e il peccato di emozioni ancestrali e leccai il nettare del suo piacere dalle sue dita, come un dolce frutto che nutriva la mia anima, un pegno della sua passione con cui mi legava a sé.
|
|
|
|