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Come si fa
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Titolo:
Come si fa |
Autore:
Pegaso |
Contatto:
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Racconto
n° 3686 |
Altri
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“C’era un accordo tra di noi che non sbagliava quasi mai. Io le mie avventure tu le tue, c’era una stanza presa in due e tirare a sorte chi ci và. Poi raccontarsi come fu ed inventarsi qualche cosa in più e dirsi da domani un’altra e via…”
Giovani e sfrontati eravamo in quegli anni. Tutto era sempre un pretesto per inventarsi storie nuove con le ragazze. L’Aids non era ancora di casa, fare l’amore era una gioia prima che un piacere fisico. Ricordo il nostro monolocale dove andavamo quando riuscivamo a rimorchiare una ragazza. Appena entrati sulla destra c’era la porta che portava ad un piccolo bagno; se anche ci fosse venuta l’idea di farlo nella vasca avremmo dovuto desistere: lo spazio era talmente minimo che ci saremmo slogati qualcosa. Poi si apriva la stanza, arredata semplicemente, con un divano letto perennemente aperto che la occupava quasi tutta. In fondo un minuscolo angolo cottura con qualche bicchiere sul lavandino. Le lenzuola però erano sempre fresche. Tua nonna, signora avanti col pensiero prima che con gli anni, ci aiutava. I genitori seppero di quella stanza solo quando l’abbandonammo. “Sinceramente non lo so se cercavamo oppure no la donna giusta prima o poi. O se solo per spavalderia o per stupire la compagnia si dice da domani un’altra e via…”
Chissà se abbiamo portato tutte le donne nella nostra tana per divertirci solamente o se forse inconsciamente cercavamo qualcosa di più. Una donna che sconvolgesse prima del nostro uccello il nostro cervello. Una di quelle donne che sanno entrarti nella testa prima che nei pantaloni. Tutte le volte, però, si tornava al bar dagli amici e la ragazza che avevamo a fianco era diversa da quella della volta precedente.
“Poi la donna che vuoi nascondere, non racconti quello che fai con lei. Guai parlarne a nostro modo, tu non sei più tu. Cosa dirti, tu non mi crederai. Cosa dirti tu non mi ascolterai. Bene, quand’è così amico mio peggio per te…”
Quella sera arrivasti da solo. Non mi stupii più di tanto, capitava a volte, ma la tua espressione sul volto mi fece capire subito che in te era cambiato qualcosa. Avevi un sorriso strano, scherzavi con noi, ma non con la solita allegria che contagiava il gruppo. Appena rimanemmo soli ti chiesi spiegazione di quanto stava capitando e tu mi rispondesti che avevi conosciuto “la donna giusta”. Era capitato una settimana prima, ad una festa, il classico colpo di fulmine. Bella dai lineamenti delicati, occhi grandi, scuri e profondi come la notte. Capelli castani lunghi fino alle spalle; fisico scolpito da lunghe nuotate in piscina due volte la settimana. Seni proporzionati al torace, una splendida quarta misura. Capii dalla sua descrizione che per te lei non sarebbe stata un semplice passatempo. Quando poi ti chiesi se te la fossi già scopata ne ebbi la certezza. Reagisti come se ti avesse morsicato un serpente. “Cosa credi, che le donne servano solo per svuotarci i ciglioni?” mi urlasti in faccia. “Amico, calmati un attimo. Fino a ieri questa sarebbe stata la prima domanda, ora sembri diventato un santarellino. Cos’è cambiato? Cosa mi sono perso di te?” gli risposi con la stessa grinta. Parlammo ancora un poco quella sera e fu l’ultima volta. Nei giorni successivi tentai ancora di sentirti, ma tu rimanesti sempre sul vago, salvo irrigidirti e cambiare bruscamente discorso ogni volta che chiedevo di lei. Me la presentasti per caso un giorno in centro. Erano passati quindici giorni da quella sera e tu passavi sempre meno tempo al bar con noi. “Ciao sono Marco” le dissi stringendole la mano. “Rebecca, molto lieta” mi rispose con una voce melodiosa. Pensai immediatamente che forse Franco non aveva tutti i torti ad aver perso la testa per lei, anche se mi rimaneva il dispiacere per il suo distacco.
“Un giorno lei cercò di me, mi chiese più o meno se non mi ero accorto mai di lei. Certo io non l’ho mandata via e lei s’illude di essere mia, adesso qui come si fa?…”
La telefonata giunse a casa una sera poco prima di cena. Subito non capii chi fosse, mezzo intontito dalla televisione. Quando però collegai la voce al viso ed al nome il cuore mi si fermò. “Perché mi cerca? Che vuole da me?” furono le prime domande che mi posi dopo aver accettato di vederla la sera dopo. Provai a cercare Franco, ma i suoi mi dissero che era fuori e si stupirono che io non fossi con lui. Ci eravamo dati appuntamento alla tana, luogo che lei conosceva per esserci ovviamente già stata. Mi disse di non preoccuparmi, perché al mio amico aveva detto che sarebbe uscita con alcune compagne di università ed era certa che lui ormai avesse abbandonato gli stravizi a cui era abituato. Subito rimasi sulle mie, non sapevo esattamente come comportarmi. A mano a mano che i minuti passavano, però, la complicità tra noi due aumentò. Forse per via del vino che avevo portato, mi accorsi che le stavo raccontando praticamente tutto di Franco e me. Come avevamo affittato il monolocale, come lo dividevamo; di tutte le ragazze che erano passate in quel divano. Dei fiumi di sborra che era fuoriuscita dai nostri cazzi ad ogni orgasmo, alle urla di piacere delle ragazze. Dalle posizioni più strane che avevamo praticato ai dolori successivi per non essere sufficientemente preparati fisicamente. Ridemmo più volte, fino a quando all’improvviso le nostre mani si congiunsero sulle lenzuola. Le guardammo entrambi, ferme ed unite. Le strinsi più forte e l’attirai a me. Le nostre labbra si unirono delicatamente. Erano morbide e leggermente umide. Ci abbracciammo, lasciando che le nostre mani cominciassero poi a passare sotto le maglie. Sentivo i suo capezzoli irrigidirsi ed i suo respiro farsi più rapido. Ci spogliammo a vicenda soffermandoci appena a rimirare i nostri corpi. Era veramente splendida, quasi una dea scesa in terra. In lei tutto era proporzionato: la misura dei seni, la lunghezza delle gambe, le splendidi natiche. Comincia a baciarla con foga su tutto il collo, mentre le mie mani accarezzavano il suo sedere. Lei accettava le mie attenzioni ricambiandole accarezzando le mie spalle e la schiena. Scesi poi a succhiarle i capezzoli; li presi in bocca lasciando che la lingua li torturasse dolcemente, prima uno e poi l’altro. Intanto una mia mano si era impossessata del solco tra le cosce, accarezzando sia il bocciolo di rosa stretto che facendosi strada tra le pieghe della figa sempre più bagnata. La distesi sul letto e le allargai le gambe incominciando a leccare il nettare prodotto da quello splendore di passera. Non tralasciai neanche un millimetro di quella splendida pelle. Mi intrufolai con la lingua in entrambi i buchi dandole certamente piacere tanto da farla urlare per un orgasmo che mi regalò un fiotto di umori in pieno viso. Volle leccarmeli quasi come ringraziamento. Quando finì suo malgrado, scese a prendere in bocca il mio cazzo. Ci sapeva fare la ragazza. Solo usando le labbra e la lingua mi procurò un piacere immenso, ma i provato prima. Alternava l’uso in maniera sapiente portandomi due volte vicino ad esplodere e fermandosi sempre al momento giusto per evitare un mio orgasmo troppo veloce. Alla terza volta, però, anche lei non seppe resistere e lasciò che le inondassi la bocca di sborra. La bevve tutta come se fosse un’assetata appena salvata dal deserto. Non paga del piacere dato e ricevuto, si masturbò per qualche minuto, in attesa che il mio cazzo fosse nuovamente pronto ed appena lo vide duro vi ci si accovacciò sopra. La penetrai nella figa senza problema; era larga e bagnata ed avviluppava il cazzo come una seta. Si muoveva bene sopra di me. Le tette le ballonzolavano allegramente, gliele strinsi nelle mani titillando i capezzoli. Le uscii dalla figa e senza fatica entrai nel culo, che sembrava fatto nella giusta misura del mio cazzo. Ci rotolammo nel letto più volte, senza che il mio arnese uscisse fuori dalle sue grotte del piacere. Culo e figa facevano a gara per essere penetrati. Urlò il suo ultimo orgasmo appena un attimo prima che le schizzassi sulla pancia il mio. Raccolse con le dita il mio nettare per poi leccarsele avidamente. Rimanemmo lì ancora per un’ora circa, l’ora terribile in cui dovetti dirle che eravamo stati pazzi a farlo oltre a tutte le solite frasi di questi casi. Non l’accompagnai a casa. Fin dal momento in cui la vidi salire sul taxi seppi che la storia però non era ancora giunta al termine. Io non la cercai, lei lo fece più e più volte.
“Certo io non l’ho mandata via e lei s’illude di essere mia, adesso qui come si fa?…”
Il testo tra le " " è : Come si fa (C. Facchinetti - V. Negrini) Parsifal - 1973 edizione: Tiber prod. e realiz.: Giancarlo Lucariello
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