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L'oftalmoiatra di Kingston
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Titolo:
L'oftalmoiatra di Kingston |
Autore:
Don Landis |
Contatto:
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Racconto
n° 370 |
Altri
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In un radioso pomeriggio di metà gennaio, la campagna friulana era ricoperta da una velata coltre di neve che pian piano andava ricompattandosi, poiché a quell'ora il sole faceva capolino all'orizzonte, lasciando che le tenebre calassero in quel di Cividale del Friuli. Massimiliano Albanello rincasava da una dura giornata di lavoro trascorsa nei campi; camminando per le vie del paese nel quale risiedeva, la sua attenzione fu catturata dall'illuminata vetrina dell'agenzia "I viaggi del benandante", rimanendo letteralmente folgorato da un poster pubblicitario raffigurante una stupenda ragazza in topless intenta a leccare un frutto esotico, sotto alla quale la scritta "Vieni in Jamaica", induceva in tentazione tutti coloro che volgevano lo sguardo a quell'invitante e provocatorio richiamo. Albanello rimase qualche secondo incantato dinanzi al manifesto, dopodiché decise di entrare in agenzia per chiedere delucidazioni e chiarimenti in merito. "L'offerta per la Jamaica è valida esclusivamente per due persone. Se partirà da solo dovrò applicarle il prezzo pieno, ossia quello imposto da catalogo", lo informò la signorina, illustrandogli in dettaglio il pacchétto previsto dalla vantaggiosa proposta. Massimiliano ringraziò e salutò la gentile ragazza dell'agenzia turistica, dirigendosi speditaménte verso la propria dimora, ubicata nei pressi del "Ponte del diavolo", sotto il quale le impetuose e spumeggianti acque del fiume Natisone, scorrono senza tregua verso mezzogiorno riversandosi copiose nella laguna di Marano. Quella sera l'Albanello consumò fugacemente la cena, continuando a pensare e ripensare alla lingua della caraibica avviluppata attorno all'esotico frutto; quell'immagine così pregna d'erotismo e sensualità eccitò considerevolmente Massimiliano, il quale sarebbe stato disposto a compiere follie pur di farsi stimolare oralmente l'attributo da quella stupenda fanciulla: "Ho voglia di pomparmi una jamaicana.", pensò ad alta voce, mentre era intento a masticare l'ultimo boccone di "Gubana". Poco dopo le venti e trenta, Massimiliano telefonò al suo più caro amico: "Ciao Danilo, sono Max! Ascoltami bene. Ho una notizia bomba che potrà cambiare il nostro futuro!", si schiarì meglio la voce l'Albanello, tossendo e scatarrando come un novantenne affetto da polmonite: "C'è l'opportunità d'andare quindici giorni in Jamaica ad un prezzo veramente conveniente. Pensa. Sole, rhum e tante donne pronte a soddisfare ogni nostro desiderio!". Danilo Manarìn ascoltò con attenzione ciò che l'amico gli riferì, dopodiché replicò: "Ma cosa stai dicendo. Ti sei forse bevuto il cervello? Guarda che la Jamaica è mèta per sole donne, desiderose d'esser impalate dagli imponenti ed abbronzati bamboo degli abitanti del luogo!". "Tutte cazzate. Dai, vieni con me in Jamaica: non star a far il mona! Quindici giorni al sole dei caraibi gioveranno ad entrambi", gli rispose Max, aumentando considerevolmente il tono della voce. Dopo più di venti minuti di conversazione, l'Albanello riuscì a convincere Manarìn: quattro giorni dopo, alle sei per precisione, i due ragazzi decollarono dall'aeroporto di Ronchi dei Legionari a bordo di un grosso velìvolo della "AIR REGGAE, the spirit of Caribbean", alla volta di Kingston, capitale dell'intera isola. Il viaggio fu un vero e proprio sballo: il personale di volo servì ai passeggeri numerosi cocktails a base di rhum, cannella e guaranà. La musica reggae, tipico sound jamaicano, risuonò all'interno della carlinga ad alto volume per tutta la durata del viaggio; vennero inoltre gentilmente distribuiti a bizzèffe dei "cannoni" avvolti in autentiche foglie di marijuana, in maniera tale da metter a proprio agio tutti gli occupanti dell'aeromobile. "Mai visto niente del genere!", disse Danilo all'amico Max, mentre stava spegnendo il mozzicone del quinto "rollone" nel bicchiere di rhum. "Eh sì. T'avevo detto che questa gente apprezza le cose sane e naturali della vita", replicò l'Albanello visibilmente soddisfatto.
"Vedrai che fotteremo alla stragrande! Voglio tornare a casa con l'uccello in fiamme, da tanto l'avrò adoperato!", proseguì Max, rosicchiando la marijuana del sigaro che teneva fra i denti. La maggior parte dei passeggeri dell'allegro volo per Kingston erano donne: casalinghe, impiegate e studentesse desiderose di trascorrere una focosa vacanza all'insegna del sole e del divertimento. Manarìn e Albanello riversavano in un nirvana trascendentale causato sia dal fumo sia dall'alcol, non accorgendosi di essere circondati quasi esclusivamente da donne bramose di trasgressione. L'aeromobile atterrò a Kingston dopo quasi dieci ore di volo trascorse in assoluta allegria e spensieratezza. Erano le dieci del mattino di una magnifica giornata di sole; il cielo era terso ed il colore cristallino dell'acqua invogliava le persone ad immergersi nel mare caraibico. Massimiliano e Danilo, assieme a qualche ragazza che viaggiò con loro, furono trasferiti nel paesino di Ocho Rios, ex villaggio di pescatori a nord dell'isola, distante un'ottantina di chilometri dalla capitale. Furono alloggiati nel villaggio "Park Club Xaymaca", un complesso turistico cinque stelle extralusso, dotato dei più moderni comforts: "Che spettacolo! Non credo ai miei occhi.", rimase impietrito il Manarìn quando varcò l'uscio della camera. "Ma come! Hai sempre sostenuto che Lignano Sabbiadoro fosse il posto più bello del mondo.", gli disse Max con sarcasmo. Massimiliano Albanello era un ragazzo umile e semplice; trentun anni di vita trascorsi nella propria terra natìa, occupandosi di agricoltura ed allevamento. Di temperamento mite e pacifista, si schierava sempre a favore dei più deboli ogniqualvolta trovavasi implicato in discussioni a sfondo politico; i rigogliosi e lisci capelli erano pettinati "all'indietro", lasciando libera la fronte da qualsiasi ciuffo volesse scivolare in direzione di quest'ultima. Un pizzetto di folta ed ispida peluria bruna cingeva l'intera bocca del ragazzo, donandogli un'espressione austèra da uomo vissuto, mentre l'esile montatura degli occhiali da vista, modello "Camillo Benso conte di Cavour" in concomitanza con il considerévole spessore delle lenti, rimpicciolivano i pungenti occhi color castano, rendendoli simili a capocchie di spilli. Max aveva due grandi passioni nella vita: Ernesto Che Guevara ed il proprio cane Attila. Per il primo nutriva un profonda stima ed ammirazione, mentre nei riguardi della domestica bestiola provava affetto, soddisfazione ed orgoglio. L'Albanello aveva provveduto da sé a addestrare Attila, tramite dispense atte all'uopo, scaricate da internet durante le ore notturne. Il ragazzo soffriva di bromidròsi del piede, patologìa che lo indusse a praticare degli squarci su tutte le scarpe che calzava: mediante l'ausilio di un taglierino, l'Albanello asportò la parte laterale delle calzature, creando a cotal guisa delle vere e proprie prese d'aria, in maniera tale da aerare opportunamente e costantemente entrambe le estremità degli arti inferiori. I giorni trascorsero celermente, poiché, com'è risaputo, quando si è in vacanza il tempo vola; inoltre in Jamaica, come d'altronde a Milano, non fa freddo soprattutto se la compagnìa è buona, il cibo è di ottima qualità ed i superalcolici affluiscono nel gargarozzo con la stessa irruenza d'un torrente in piena. Massimiliano e Danilo erano ormai a metà vacanza; sempre ubriachi fradici, ustionati dal sole caraibico, non avevano ancora conficcato il rispettivo "chiodo di carne" in fessura alcuna: "Te lo dicevo che le donne trombano solamente con gli abitanti del luogo!", inveì il Manarìn contro l'amico. "Non temere: vedrai che oggi sarà il nostro giorno fortunato!", replicò Max, osservando un gruppo di turiste correre allegramente lungo il bagnasciuga. Entrambi i friulani erano comodamente spaparanzati sulle sdraio che l'hotel metteva a disposizione dei propri clienti: se ne stavano in spiaggia ad osservare le ragazze, attendendo l'occasione propizia per adescarne un paio.
Quella mattina s'alzò improvvisamente un sostenuta brezza, che trascinò séco i minuscoli e fini granelli di sabbia caraibica; poiché l'Albanello era sprovvisto di occhiali da sole, il sabbioso pulviscolo si conficcò in entrambi gli occhi di quest'ultimo: "Can del porco! Mi è entrata la sabbia negli occhi. Come bruciano, porca troia! Nemmeno a farlo apposta: ad Ocho Rios i me gà brusà gli ochi!", urlò Max, stropicciandosi con le mani i bulbi oculari. Manarìn andò prontamente in soccorso dell'amico: "Corro subito in camera a prendere il collìrio!". Danilo umettò gli occhi di Max con il medicaménto; tuttavia il bruciore stentò ad attenuarsi, cosicché il Manarìn decise per il bene dell'amico di condurlo a Kingston, in ospedale, per sottoporlo alle cure d'uno specialista. Fu un'àrdua impresa per Danilo compiere gli ottanta chilometri che separano Ocho Rios dalla capitale, a bordo d'una vecchia e sgangherata "NSU Prinz" presa a noleggio, mantenendo la sinistra della carreggiata: "D'accordo che non vedo un cazzo! Ma Danilo, come cazzo stai guidando?", gli disse Max, percependo lo stato d'impedimento che traspariva palesemente dallo stile di guida del conducente. Arrivarono a destinazione dopo poco più d'un'ora di strada: Danilo accompagnò l'amico al "Kingston public Hospital". Dopo aver espletato le formalità burocratiche, l'Albanello fu condotto dal medico oculista, tal dottor Roger Bjorn 'Ntrangha. Il dottor 'Ntrangha era un quarantenne di bella presenza: fisico possente, slanciato, di pelle nera e poliglotta. Figlio di madre svedese e padre africano, del Botswana per il dovere di cronaca, aveva studiato medicina presso l'università di Jakarta, in Indonesia, ottenendo successivamente la specializzazione in oculistica frequentando l'atenèo di Paramaribo, nel Suriname. Gli amici lo chiamavano il "Cristoforo Colombo della matranga", poiché era solito viaggiare per lavoro utilizzando la nave, non disdegnando di acquietare i bollenti spiriti delle donne desiderose di provare i trentasei centimetri di "cioberga", che il fortunato medico custodiva, come tesoro più caro, all'interno dei propri slip. La madre di Roger era una donna libertina, ninfomane e depravata: in giovine età ebbe la fortuna di viaggiare molto, visitando gran parte del pianeta, soffermandosi per ben otto lunghi anni nel continente africano, non tanto per la straordinaria bellezza di quest'ultimo, quanto per gli sproporzionati attributi degli abitanti del luogo. Nel Botswana la donna conobbe Emmanuel Bonaventura 'Ntrangha, con il quale espletò le migliori performances sessuali dell'intera sua immorale esistenza; dall'immondo connùbio con lo stallone africano nacque Roger Bjorn, quinto figlio illegìttimo della sciagurata svedese. Il dottor 'Ntrangha parlava correttamente quattro lingue, arrangiandosi anche con l'italiano insegnatogli dalla sorellastra Kristine che risiedeva a Riccione. Quando la porta dello studio dell'oculista s'aprì, Manarìn fu colto da imbarazzo: "Mi scusi buon uomo, dovrei accompagnare il mio amico dall'oculista.", disse rivolgendosi a 'Ntrangha, credendo che quest'ultimo fosse l'inserviente delle pulizie. "Brego, endrade: sono io l'oftalmoiadra, aggomodadevi!", rispose loro Roger in italiano, con uno spiccato accento africano. L'Albanello, che non vide il medico poiché aveva le pupille dilatate come un drogato a causa del collìrio, era felice che questi parlasse la loro lingua: "Buongiorno dottore! Per fortuna riusciamo ad intenderci. Mi è entrata la sabbia negli occhi, e non riesco a vedere più nulla!". Il dottor 'Ntrangha era una persona socievole e disponibile; dopo aver chiesto le generalità al proprio paziente, lo invitò ad accomodarsi su uno sgabello: "Brego Albanello, dammi bure del du! Siedi su sgabello ghe io gontrollo duoi ogghi". L'oftalmoiatra rilevò la presenza di sabbia in entrambe le pupille: "Non breoccubardi Albanello! Duddo bene; du hai messo anghe gollirio, eh? Due bubille sono diladade gome guelle d'un gufo! Ora io mettere in duoi ogghi, gogge miragolose. Vedrai ghe roba!", gli disse il dottore, dandogli sonore gomitate nel costato. Poco dopo che Roger medicò gli occhi di Max, quest'ultimo riacquistò completamente la vista: "Grazie dottore, ora sì che vedo nitidamente". Quando l'Albanello mise a fuoco il proprio interlocutore, rimase sbalordito: "Ma tu, ma. sei nero!", esclamò Max rivolgendosi all'oftalmòlogo.
Il dottor 'Ntrangha rise a crepapelle: "Eh sì, sono neru! Belu neru! E' una sdoria lunga la mia.". Fra l'Albanello ed il dottor 'Ntrangha si creò una sorta di complicità: era come se i due si conoscessero da parecchio tempo, mentre il Manarìn rimase male impressionato dal comportamento del medico, forse per l'atteggiamento allegro e spensierato che era solito utilizzare con i pazienti. "Bravo dottore! Mi hai proprio guarito: sono veramente contento!", esclamò Massimiliano con inaudito giubilo. "Grazie Albanello! Sabbi berò ghe guarire le bersone è il mio mesdiere", replicò Roger sghignazzando di gusto. Max cercò lo sguardo di Danilo, come se volesse comunicargli telepaticamente le proprie intenzioni. Pochi secondi di intense occhiate bastarono all'Albanello per racimolare il coraggio necessario atto a formulare una domanda alquanto sfacciata: "E' vero che fino a poco fa non vedevo un cazzo a causa della sabbia, ma porca troia, siamo qui da una settimana e finora non abbiamo visto nemmeno l'ombra di una bernarda! Com'è possibile ciò! Siamo o non siamo in Jamaica?", esordì l'Albanello rivolgendosi all'oftalmoiatra. Nell'udir quelle parole il dottor 'Ntrangha rise come una iena: "E bravo il mio Albanello! Du l'hai deddo!", rispose Roger riferendosi al fatto di trovarsi in Jamaica. "Guì da noi vengono esglusivamente durisde in gerga di gazzo garaibigo, berché gome dimensioni è il driplo di vosdro gazzo eurobeo!", proseguì il medico. "Cosa t'avevo detto Max! Qui fottono solamente gli abitanti del luogo. Cazzarola, altri sette giorni di pippe!", intervenne Manarìn con decisione e prepotenza. Poiché l'Albanello stava simpatico all'oculista, quest'ultimo decise di dar loro una chance: "Asgoldademi brego, mi è venuda una grande idea! Volede sgobare donne, vero? Allora io donare voi un flagone di gombresse alla melanina, ghe in soli due giorni vi varanno diventare neri, beli neri come me! Gosì voi sgobare gome borci.", disse Roger ai ragazzi. L'oftalmoiatra consegnò ai poveracci un tubetto di "Negril", medicinale in grado d'imbrunire la pigmentazione corporea: "Addenzione ragazzi! Una gombressa al giorno, ber due giorni gonsegudivi e dobo basda, aldrimendi voi divenderede biù neri del garbone! Ocho. è l'ogulisda che ve lo dige!". "Grazie dottore! Se tutti i medici fossero come te.", saltellò di gioia l'Albanello, stringendo vigorosamente la mano a Roger in segno di gratitudine. Nell'osservare la scena, Danilo esordì con una battuta: "Oggi è il tuo giorno fortunato Max! Dapprima Roger ti ha ridato la vista ed ora ti farà abbronzare come un vero jamaicano. Sì può dire che hai preso due piccioni con una fava!". Il dottor 'Ntrangha replicò all'affermazione del Manarìn: "Hai brobrio ragione. Sdai addendo berò a non fardi inghiabbeddare da fava garaibiga, aldrimendi brossima visida in osbedale non sarà da oftalmoiadra ma da broctòlogo!". Un coro di risate all'unisono si levò dal gabinetto oculistico del dottor 'Ntrangha; poco dopo i ragazzi ringraziarono e salutarono il medico, facendo ritorno ad Ocho Rios con in tasca il miracoloso abbronzante. Appena lasciata la capitale, Max volle inghiottire la prima compressa: "Forza Danilo! Prima diventeremo neri, prima fotteremo a tamborloni", esortò il proprio amico. Fu un viaggio da paura: questa volta la "NSU Prinz" fu condotta dall'Albanello, il quale non era abituato, come del resto il Manarìn, a mantenere la sinistra della carreggiata. Rischiarono più volte di generare numerosi incidenti, ma la prontezza di riflessi del conducente, in concomitanza ad una dose inaudita di fortuna, evitò loro il peggio. Giunsero a destinazione dopo circa un'interminabile ora di terrore; nel frattempo la pelle di entrambi divenne incredibilmente scura: "Max, lo sai che sei nero di brutto!", osservò Danilo con stupore. Non appena entrarono in camera, si specchiarono accuratamente: "Non posso crederci! Sembriamo proprio due jamaicani", rimase allibito l'Albanello, scrutando anche all'interno del proprio costume da bagno. "Questa sera si fotte! I me gò da recuperar la setimana 'ndrio!", gridò Danilo incredulo, constatando che persino i palmi delle mani erano scuri come il resto della pelle.
Proprio quella mattina, mentre i ragazzi si trovavano in ospedale, atterrò a Kingston il volo settimanale proveniente da Ronchi dei Legionari: molte turiste italiane avevano scelto di trascorrere la vacanza ad Ocho Rios, presso il villaggio "Park Club Xaymaca". Nel frattempo man mano che le ore trascorsero, la pelle dei due friulani divenne sempre più scura. Max e Danilo decisero di farsi le caratteristiche treccine ai capelli, per assomigliare verosimilmente a due abitanti dell'isola. Quando ebbero terminato, entrambi si diressero in spiaggia: questa volta anche l'Albanello si munì di occhiali da sole, memore dello spiacevole episodio accaduto qualche ora prima. Erano le quattordici d'un soleggiato pomeriggio di sabato, quando Max e Danilo si sedettero sulle sdraio della spiaggia privata del villaggio turistico nel quale soggiornavano; il Manarìn portò con sé il radioregistratore, non tanto per ascoltare della musica quanto per far colpo sulle ragazze, facendo risonare ad alto volume il brano d'una musicassetta di reggae italo-napoletano, dal titolo "Futt' futt' quagliòoo", magistralmente interpretato da Gennariello Esposito e la sua band. Dopo circa venti minuti di calma piatta, finalmente sopraggiunse un branco di femmine intente ad esplorare l'intero villaggio, poiché erano giunte con il volo del mattino. "Mi raccomando Danilo, noi siamo jamaicani a tutti gli effetti! Evita di parlare in italiano e soprattutto. non metterti ad imprecare in dialetto!", lo ammonì l'Albanello con un fil di voce. Le fanciulle s'avvicinarono maggiormente ai due friulani: "Guarda che fisico quei due negretti! Come mi farei sbattere volentieri da due uomini così", disse ad alta voce una ragazza alle amiche, credendo di non essere compresa dai "jamaicani". Max sorrise alle donzelle, invitandole con un cenno del braccio a sedersi accanto a loro sulle attìgue sdraio. Le quattro porcelle accondiscesero senza indugio, poiché furono inebriate dalla curiosità di approfondire la conoscenza con due autentici abitanti del luogo. "Hi girls, my name's Max and he's Danny, a friend of mine!", esordì l'Albanello in un inglese raccapricciante. Il Manarìn si limitò a sorridere, guardandosi bene dal proferir parola. Le ragazze sembravano non aver compreso un accidente di niente, cosicché Serena decise di replicare nella sua lingua d'origine: "Ciao ragazzi, noi purtroppo non conosciamo l'inglese. Parlate italiano per caso?". Danilo colse la palla al balzo: "Ah bene, voi italiane. Noi parlare poco poco vostra lingua!", rispose, fingendo di camuffare lo spiccato accento friulano. Anche l'Albanello farfugliò qualche parola in italiano, cercando appositamente di storpiare le frasi per render più credibile l'intera messa in scena. Mentre Max era intento a tener testa alle quattro signorine, lo sguardo di Danilo cadde inavvertitamente sulla battìgia: una ragazza stava raggiungendo le quattro amiche, dirigendosi speditaménte verso di loro: "Eccomi qua gente, scusatemi per il ritardo!", urlò Giorgia, salutando le amiche a braccia spiegate. Giorgia era una vera puledra da monta; capelli mori acconciati a caschetto, occhi verdi e labbra carnose: uno splendido volto sul quale ogni ragazzo avrebbe voluto eiaculare. Il fisico dell'italiana non era da meno: sode e rigogliose mammelle sostenute da un reggiseno color giallo, vita snella e ventre piatto, coscia lunga e caviglia stretta, sinonimo di "scopatrice raffinata". Quando anche l'Albanello s'accorse della ragazza, cercò lo sguardo del Manarìn come se volesse comunicargli che qualcosa di terribile stava per accadere; anche Danilo in quell'istante si sentì in imbarazzo, poiché la bella Giorgia era sua cugina di primo grado! "Ciao ragazze, vedo che non avete perso tempo ad importunare questi bei jamaicani!", proferì la bella Giorgia, non riconoscendo né il cugino né l'amico. Le cinque donzelle s'intrattennero per più di due ore a parlare con i due impostori, fino a quando la porca Diana, concupiscènte di cazzo in maniera spudorata, non rivelò ai ragazzi il proprio desiderio: "Mi è venuta un'idea! Che ne direste se andassimo tutti quanti in camera mia a divertirci un po'?".
L'Albanello non credette alle proprie orecchie: "In che senso?". "Nel senso che vi prosciugheremo lo scroto da ogni singola goccia di sperma!", replicò Giorgia, anch'ella ansiosa d'esser trafitta dai "bastoni caraibici". "Ma senti come parla quella puttana di mia cugina! Non sono trascorse nemmeno dodici ore dal loro arrivo e queste hanno una voglia di fottere che nemmeno Cicciolina s'immagina! E' l'occasione buona per sodomizzare Giorgia. E pensare che nel paese dove abita è considerata una brava ragazza! Brava ragazza? Brava troiona!", cogitò il Manarìn, preoccupato ma all'istesso tempo eccitato di farsi scopare da cinque femmine. La combrìccola raggiunse la stanza di Diana: non appena la porta fu chiusa a chiave si scatenò l'apoteòsi. I giovanotti furono privati dell'unico indumento che indossavano, ovvero il costume da bagno: "Ragazze, devo confessarvi che mi aspettavo due cazzi equini da far paura!", disse Lauretta non poco avvilita, osservando gli attributi dei due friulani. "Hai proprio ragione! Anch'io stavo pensando alla stessa identica cosa!", proseguì Giorgia. "A me non importa nulla. Io ho voglia di scopare, a prescindere dalle dimensioni dei cazzi!", replicò Serena, la vagina della quale cominciò a schiumare tanto era il desiderio d'esser penetrata. Diana e Marilù s'avventarono su Max, mentre Giorgia e Serena scelsero Danny; Lauretta si sedette in poltrona ad osservare la turpe scena, masturbandosi vigorosamente il clitoride con l'indice e il medio della mano sinistra. Il pene dell'Albanello fu voracemente ingoiato dalle assatanate bocche delle ragazze: ora scompariva fra le labbra di Marilù, per poi esser rilasciato a malincuore, poiché anche l'amica anelava con ìmpeto la propria razione di cazzo caraibico. Il Manarìn intrattanto riversava supino sul letto: la cugina gli stava suflonando con dovìzia e magnanimità l'intera cioberga, avviluppando fra il tiepido e vellutato abbraccio della propria lingua l'intero palo di carne del ragazzo, mentre quest'ultimo era intento a penetrare con il proprio organo del gusto la colante vagina di Serena, che nel mentre era impegnata a leccarsi i capezzoli, sospingendo le floride mammelle in prossimità della propria bocca ardente di turpitùdine. Una vera e propria orgia si scatenò in quella sudicia camera: un susseguirsi di gèmiti e sospiri si protrasse per ben due ore ininterrotte. Quando Lauretta decise di prender parte attivamente al troiàio, invitò Giorgia a praticarle il cunnilingus: il Manarìn approfittò della posizione a "pecorina" della cugina, per sfondarle il rettale deferènte. Dapprima Danny si fece ben lubrificare l'attributo dalla viscosa saliva di Marilù, la quale era una vera esperta di fellatio, successivamente puntò l'impiastricciato glande contro l'orifizio anale della "brava" cuginetta, devastandole in men che non si dica l'intero retto. La ragazza urlò dal dolore, poiché, analmente parlando, era ancora illibata; Danilo sifonò ed alesò il condotto di Giorgia, finché non avvertì prossima l'eiaculazione. Il buon Albanello, nel mentre, stava penetrando nella posizione "del missionario" sia Diana sia Serena, le quali riversavano supine sulla moquette l'una affianco all'altra. Max dapprima affondò il pene nella calda e smoccicante vagina di Diana: pompò la ragazza per qualche secondo, assecondando successivamente le richieste dell'amica, anch'ella bramosa d'esser selvaggiamente penetrata. Così come il vòmere dell'aratro solca in profondità la terra per renderla feconda, il membro dell'Albanello solcò le vagine delle due amiche, insidiandosi addéntro le vitali ed accoglienti fessure, per soddisfare con avidità l'irrefrenàbile desiderio di lussuria instauratosi nei corpi delle fanciulle. Fu una vera e propria pioggia di sperma. Sia Max sia Danilo aspèrsero il proprio nettare sui corpi delle ragazze: il primo imbrattò il ventre di Serena con violenti schizzi di liquido seminale, mentre il Manarìn orgasmò nel deretano della cugina, estraendo prontamente il proprio membro dopo la prima polluzione, per far sì che le seguenti infardassero le natiche della ragazza. Quando i "jamaicani" terminarono di eiaculare, le ragazze tramutarono l'orgia eterosessuale in omosessuale, dando sfogo al loro sàffico istinto. Lauretta, soprannominata "l'idròvora della Carnia", prosciugò lo scroto dei ragazzi dalla più piccola goccia di sperma, ripulendo meticolosamente gli attributi di questi ultimi a suon di lappate.
Quando anche i laidi desideri delle fanciulle furono acquietati, l'allegra compagnìa decise di andare in spiaggia per fare un bagno nelle calde acque del mar dei caraibi. Giorgia non riconobbe il proprio cugino, cosicché i ragazzi il giorno seguente, dopo aver inghiottito l'ultima pastiglia di "Negril" prescrittagli dall'oftalmoiatra, si ripresentarono in camera di Diana per espletare il proprio dovere di "vibratori umani". Per tutta la settimana gli astuti giovanotti s'inchiappettarono a dovere le connazionali, sfogando le proprie fantasie e perversioni sui corpi delle malcapitate, le quali sembravano non disdegnare d'esser trattate da vere puttane. Giunse purtroppo il momento della partenza per i ragazzi, i quali riuscirono a "tagliare la corda" senza che le italiane s'accorgessero, poiché per l'intera settimana non rivelarono a queste ultime nulla della loro vera identità. Il viaggio di ritorno fu un vero e proprio delirio: Danilo riuscì a scoparsi una signora nella toilette dell'aeromobile, mentre Max si fece fare un bel "pompino suflonato" da una delle hostess, poiché i "cannoni" ed i superalcolici distribuiti ai passeggeri, erano molto più devastanti rispetto al volo d'andata. La vacanza delle fanciulle invece proseguì di bene in meglio: la settimana seguente s'accorsero d'esser state piantate in asso dai due "jamaicani", cosicché decisero di cercarne altri, pronti a soddisfare le loro perverse fantasie erotiche. Questa volta trovarono due autentici abitanti del luogo, dotati di attributi spaventosi, così enormi che quando le ragazze li videro rimasero sbalordite: "Altro che i due di settimana scorsa. Questi sì che sono veri cazzi equini!", esclamò Giorgia soddisfatta. Le ragazze scoparono a più non posso, facendosi sbattere a dritta e a manca dai sovradimensionati falli caraibici; persino "l'idròvora della Carnia" ebbe difficoltà ad accogliere nella propria cavità orale i sessi dei jamaicani, tanto erano spaventosamente imponenti. Le orge si protrassero per l'intera settimana, fino al giorno antecedente la partenza delle zòccole italiane: "Ti ricordi Max e Danny?", rammentò Marilù all'amica Diana. "Ti dirò la verità. li avevo già dimenticati! Nulla in confronto a Thomas e Jeremy! Quelli sì che erano veri cazzi. e che cazzi!", rispose Diana, rimembrando l'ultima scopata della vacanza in Jamaica mentre era intenta a preparare la valigia. Il giorno seguente anche le amiche rientrarono in Italia a bordo del mitico volo della "AIR REGGAE, the spirit of Caribbean", lasciandosi traviare dalla gioviale atmosfera d'assoluto relax che contraddistingueva la goliardica compagnìa aerea dalle concorrenti. Le ragazze rincasarono in quel di Tolmezzo, ridente località della Carnia poco distante dal paese di Cividale del Friuli. Max e Danilo avevano già ripreso l'attività lavorativa da una settimana, ed il loro colorito s'era lievemente sbiadito. Una dozzina di giorni dopo dal rientro in patria, Giorgia Manarìn telefonò alla zia, nonché madre di Danilo, per raccontarle della vacanza: ".Vieni a trovarmi! Lo sai che anche tuo cugino è stato di recente in Jamaica? Si è abbronzato come un africano!", le raccontò per telefono la zia, invitando la nipote a farle visita. La domenica successiva Giorgia si recò a Cividale a casa del fratello di suo padre, poiché era curiosa di scambiare pareri e opinioni con il cugino Danilo in merito all'isola visitata da entrambi. Danilo invitò anche l'Albanello, il quale non vedeva l'ora di farsi quattro risate sotto il naso di Giorgia. La pelle dei ragazzi oramai aveva perso la bruna pigmentazione, inoltre entrambi avevano rasato a zero i capelli, poiché le treccine fatte durante la vacanza s'erano ingarbugliate fra loro, impedendo loro di pettinarsi normalmente. Quando Giorgia giunse, tutto era pronto: Max era già arrivato da più di mezz'ora, portando con sé le foto di quella vacanza all'insegna della depravazione più sfrenata; la nipote fu fatta accomodare nell'accogliente salotto dalla zia, la quale offrì ai presenti una crostata di mirtilli accompagnata da un bottiglione di tokaj.
Giorgia fortunatamente non riconobbe coloro che abusarono del suo corpo, negando d'aver intrapreso la vacanza per provare i piaceri della carne jamaicana, anche quando l'Albanello la provocò senza mezzi termini: "Dai Giorgia, non venirmi a raccontare che te ne sei stata buona per quindici giorni, senza aver trombato! Lo sanno tutti che la Jamaica è famosa per le dimensioni degli attributi dei suoi abitanti!", le disse l'astuto Max. "Ma cosa dici? Io non penso a certe cose. Sono una persona moralmente integerrima e responsabile!", replicò Giorgia a voce alta, come se volesse dar maggior credito alle parole testé pronunziate. Danilo guardò la cugina, pensando fra sé e sé: "Ma guarda 'sto puttanone! Dove lo trova il coraggio di raccontare tutte queste cazzate?". Fu allora che l'Albanello estrasse dal proprio zainetto i raccoglitori delle fotografie scattate durante la permanenza sull'isola, consegnandoli a Giorgia: "Guarda le nostre foto! Guardale con attenzione e rammenta.", le disse Max, ridendo come un indemoniato; anche Danilo iniziò a sghignazzare senza ritegno, mettendo un poco a disagio la cuginetta. "Ma cosa avete da ridere voi due?", si meravigliò Giorgia, prendendo in mano il primo album; non appena lo sfogliò, l'infingarda riconobbe immediatamente i due "jamaicani" con i quali copulò selvaggiamente: "Ma come sarebbe a dire? Anche voi avete conosciuto questi ragazzi?", balbettò Giorgia, divenendo rossa in volto come un peperone. "Guarda i volti delle foto e confrontali con i nostri.", le suggerì il cugino, ridendo senza ritegno. L'Albanello era ormai piegato in due dai crampi, tanto le budella gli si erano contorte dalle risa. "Ma. Noooooo! Siete voi due!", disse la povera ragazza con voce tremolante. "Mamma mia, che figuraccia! Io veramente non so più cosa.", cercò di giustificarsi Giorgia, visibilmente imbarazzata. "E' meglio che stai zitta, troia! Altroché brava ragazza, moralmente integerrima e puttanate del genere! Te e le tue amiche depravate avete scopato con noi due!", le disse Danilo con disprezzo e soddisfazione. "Ma io credevo.", cercò di giustificarsi la ragazza. "Credevi forse di non provar dolore quando tuo cugino te l'ha siringato nel didietro, eh?", proseguì Max, scompisciandosi dalle risa. "E adesso come farò!", si disperò la povera ninfomane, mettendosi le mani nei capelli dalla disperazione. "Semplice! Il nostro silenzio in cambio del tuo bassoventre e quello delle tue amiche, altrimenti vi rovineremo per sempre la reputazione, divulgando il curioso aneddoto per tutto il Friuli!", la ricattò l'arguto Albanello. E fu così che le cinque amiche e i due "jamaicani" continuarono a copulare fra loro, dando vita ogni fine settimana ad una irrefrenabile orgia, disputata nella dimora di Max. "Eh sì caro Danilo! Dobbiamo proprio ringraziare il dottor Roger Bjorn 'Ntrangha: senza le sue miracolose compresse, non avremmo mai trapanato tua cugina e le sue amichette troie!", rivelò l'Albanello al compare, dopo aver terminato l'ennesimo incontro settimanale. "Hai proprio ragione: evviva il dottor 'Ntrangha, protettore della nostra matranga!", replicò Danilo in tono gioviale e scanzonato, mèmore degli indimenticabili momenti trascorsi ad Ocho Rios.
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