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Profumo di donna
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Titolo:
Profumo di donna |
Autore:
Luther |
Contatto:
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Racconto
n° 3751 |
Altri
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Come tutte le sere m'incammino verso la metropolitana in compagnia di Francesco il mio indefesso collega di lavoro. Tra una chiacchiera e l’altra, buttando un occhio alle vetrine dello shopping, raggiungiamo la fermata della metro. “Accidenti ai cani! Potrebbero deodorare dopo aver cagato” esclamo e Ciccio di rimando, “sei tu che hai un naso troppo fine, proprio oggi non si sente nulla”. Ci accodiamo alla solita bolgia infernale in attesa di obliterare il biglietto; al momento di timbrare la mia attenzione viene richiamata da un profumo che, fatto eccezionale, riesce a sovrastare quell’olezzo tremendo proveniente dalla massa di pendolari reduci da una lunga, lunghissima giornata di lavoro: un profumo deciso, ma discreto. Mi guardo in giro per cercarne l’origine, ma il tornello si blocca sbattendo contro di me riportandomi alla mia realtà. Dannata macchina, ero sicuro di aver timbrato. Superato il varco chiacchierando del più e del meno ci dirigiamo verso l’ascensore. “Speriamo di non perdere il treno delle 17.30” dico battendo i pugni sulle ante quasi che quel gesto possa accelerare i tempi. A dispetto della mia fretta l’ascensore pigramente apre le porte, e vengo quasi travolto dal fiume in piena costituito dai miei colleghi pendolari. Il tempo di premere il tasto “-1” ed ecco di nuovo quel profumo, riempio i polmoni, allungo il collo e cerco di guardare al di là delle porte che già si richiudono, ma nulla. Non riesco a capire. Una rapida corsa verso le viscere della terra e le porte si riaprono riversando la folla nei pressi dei binari. Francesco si proietta fuori come un missile, cerco di seguirlo, ma incespico in una signora impacciata dall’età e dalle borse della spesa, la supero, ma le porte della metro si chiudono separandomi dal mio compagno. “A domani lumaca!” mi saluta dal finestrino. Trattengo a stento un imprecazione mentre cerco posto su una panca. Qualcuno ancora scende correndo sperando di prendere la metro; poveri illusi. Cerco di ingannare il tempo buttando un occhio sul giornale del mio vicino, ma uno sbadiglio tradisce la mia stanchezza, per non parlare dell’appetito. “Treno in transito, allontanarsi dalla linea gialla” gracchia l’altoparlante. L’annuncio mi ridesta dal torpore che cominciava a prendermi, mi avvicino al bordo del marciapiede e finalmente entro in metropolitana fiondandomi sul primo seggiolino vuoto. Il treno riparte e, di nuovo, quel profumo. Stavolta è più forte. Il vagone, novella scatola per sardine, mi impedisce la vista, eppure la fonte di quel nettare deve essere lì da qualche parte. Fremo, mi agito su quel sedile come se fosse rovente, torco il collo. Mi tocca aspettare. Si aprono le porte e la gente viene quasi proiettata fuori, finalmente riesco a scorrere con lo sguardo il vagone. Eccola lì, intenta a leggere. Capelli castani raccolti sul capo, un paio di occhiali da vista, un vestitino scuro e largo, quasi a nascondere le sue forme e i piedi praticamente nudi, protetti da una suola legata con i lacci alla caviglia ed al dorso del piede. Complice il caldo, il vestito, anche se ampio, aderisce alla sua pelle madida di sudore facendone intravedere le forme e la mia mente, senza che io me ne accorga, comincia a vagare libera. Lo sguardo si fissa su di lei, come se non ci fosse nessun altro. Si è accorta di me, accidenti. Arrossisco. Lei mi guarda da dietro gli occhiali, mi gela, poi… ma no, me lo sono sognato non può avermi guardato la patta, certo sono decisamente eccitato e si intravede. Il treno si ferma e incredibilmente il vagone si svuota. Ora non posso sbagliarmi, sta proprio guardando me. Le porte si chiudono, e lei chiude il libro, si aggiusta gli occhiali sul naso e… si alza... sta venendo da me! Ingoio con difficoltà, l’odore è sempre più forte, mi stordisce… inizio a sudare. Lei mi si para davanti, continua a fissarmi, mi afferra per la cravatta e mi costringe in piedi. Imbarazzato, mi lascio trascinare. Lei alza lo sguardo fiero verso la telecamera di sicurezza a circuito chiuso che rimanda la nostra immagine nel vagone, e a chissà quali occhi indiscreti. “Fermo così” mi impone in un sussurro, poi si scopre il seno, me lo strofina addosso mentre si lascia cadere in ginocchio. La sua bocca è sulla mia patta, il mio cuore batte così forte che ho paura che il macchinista venga a vedere che succede. Mi apre la cerniera e senza bisogno di far niente altro il mio membro viene fuori sbattendole sul viso. Lei sorride, ho appena il tempo di guardare la nostra immagine, non posso negarlo, la cosa mi eccita di più, come se ce ne fosse bisogno, ed indubbiamente eccita anche lei. Già la sua lingua vorace si allunga sull’asta, scende fino allo scroto, le labbra divorano i miei testicoli, prima uno, poi anche l’altro. Ora risale fino al glande, succhia, le afferro il capo non più padrone del mio corpo e le scopo la bocca affondando fino alla gola. Vengo in un lampo… lo sperma tracima le sue labbra, lei si alza in piedi bagnandosi tutta. Ora il profumo è così forte che sveglierebbe i morti, mi spinge sul sedile si solleva la gonna, rivelando che anche le sue cosce tornite sono bagnate e non solo di sudore. Alza una cosce e le mie labbra si sigillano alla sue grandi labbra... che aroma, che gusto... “Signore! Ehi! Siamo al capolinea!” Un guardiano mi sveglia. Mi sono perso la mia fermata, ma non ho rimpianti. Mi allontano dal treno in cerca di un taxi mentre in bocca e nel naso ho ancora il suo… “profumo di donna”.
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